centrodestra Meloni premier

Chi ha i capelli grigi ricorda la definizione che negli Anni Sessanta e Settanta individuò la maggior parte dei partiti politici italiani: “partito dell’arco costituzionale”. Una definizione che includeva Dc, Pci, Psi, Psdi, Pli e Pri. Restavano esclusi il Msi (Movimento sociale italiano) e il Partito nazionale monarchico, perché si richiamavano il primo direttamente all’eredità del partito fascista – in irrisolta contraddizione con il reato di apologia del fascismo, introdotto nel ’52 dalla legge Scelba – e il secondo al regime della monarchia costituzionale abrogato dal referendum del 1946.

Archiviato nel cassetto dei ricordi e dei dagherrotipi in seppia il residuo di nostalgie monarchiche (che pure ancora oggi sussiste nel Paese), non è invece assolutamente archiviabile il diffuso e consistente movimentismo che in Italia si richiama apertamente al fascismo, continuando a violare quella legge che punisce: “la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure chiunque pubblicamente esalti esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”.

Divorziare dal movimentismo postfascista
Che consistenza ha questo movimentismo? Difficile dare numeri esatti, ma almeno i movimenti noti come Forza Nuova e Casa Pound si richiamano inequivocabilmente e insistentemente ai simboli fascisti: il saluto romano, il culto del Duce, e via degenerando.

Però all’articolo 1 dello Statuto di Fratelli d’Italia si legge: “E’ un Movimento che ha il fine di attuare un programma politico che, sulla base dei principi di sovranità popolare, libertà, democrazia, giustizia, solidarietà sociale, merito ed equità fiscale, si ispira a una visione spirituale della vita e ai valori della tradizione nazionale, liberale e popolare, e partecipa alla costruzione dell’Europa dei Popoli”. Tolto forse il riferimento al concetto di “visione spirituale della vita”, assai opinabile, quale partito non sottoscriverebbe questi principi? Dal Pd ai Cinquestelle, tutti sono d’accordo su tutto. Compreso il richiamo all’Europa dei popoli.
E allora, perché questa levata di scudi degli intellettuali di sinistra contro il rischio-fascismo insito nel successo elettorale annunciato di Fratelli d’Italia?

L’evasività sospetta della Meloni
“Perchè non hanno altro da dire”, denunciano i critici. Forse: ma è un altro discorso. La levata di scudi ha le sue ragioni. Le trova innanzitutto in una grave evasività politica che il vertice del partito – e anche personalmente la sua fondatrice, Giorgia Meloni – non ha ancora deciso di sanare. Occorre che la Meloni e i suoi… colonnelli (pardon) si schierino inequivocabilmente contro queste frange post-fasciste, ma in concreto: per esempio, attivando i servizi d’ordine per impedire che affluiscano nella “libera piazza” dei comizi pubblici della stessa Meloni e dei (pochi) altri leader di Fratelli d’Italia abilitati a fare comizi, sventolando come bandiere anticaglia postfascista e para-nazista, come invece capita regolarmente. Non si può impedire a un cretino violento di girare con la svastica, o meglio potrebbe impedirglielo la polizia se fosse nelle condizioni morali e pratiche di fare il suo lavoro, ma un buon servizio d’ordine può allontanare quelli che in altri tempi si definirebbero “facinorosi”. Perchè non lo fa?

Perchè non è mai accaduto che la Meloni dicesse chiaro e tondo: “Non apprezzo l’ideologia dichiarata dai capi di Forza Nuova”? O almeno: quando l’ha fatto, l’ha fatto a mezze parole e non in un modo mediaticamente inequivocabile. Occorre che accada. E non si capisce – in verità – come mai la Meloni non faccia questo passo. Cos’ha da perdere? Chi voterebbero, comunque, anche se lo facesse, quei quattro (purtroppo ben più di quattro) scalmanati che tra le borgate romane vanno pestando immigrati o bullizzando malcapitati in genere per poi confluire in qualche antro pieno di dagherrotipi a giocare a carte e tirare tardi? Quindi, cosa ci perderebbe la Meloni a emarginare anche platealmente, anche fisicamente i movimenti post-fascisti per giocarsi a testa alta la partita politica democratica che potrebbe vincere?

Le ambiguità (e l’evoluzione) del Pci-Pd
Attenzione: nessun partito, a cominciare dal Pd, è immune da analoghe colpe rispetto alla propria storia. Ma il Pd, ovvero suo nonno Pci, ebbe buon gioco a prendere le distanze dal ben più efferato e attivo movimentismo para-sovietico, che condusse il nostro Paese alla guerriglia terroristica più tragica d’Europa, secondo alcuni calcoli in dieci anni 5.000 attentati terroristici, 455 morti, 4.529 feriti. Non tutti ad opera di terroristi “rossi”, anzi: forse più della metà ad opera dei movimenti terroristici che si richiamavano al nazifascismo. Ma fu certamente il movimento ultracomunista delle Br a distinguersi per metodo e sanguinosa efficienza.

Il Pci, però, prese subito le distanze ed anzi esecrò i movimenti che pure si riconducevano ad alcuni simboli della sinistra, dalla falce e martello alla stella rossa, mentre i partiti della destra storica e ciò che da essi è derivato hanno sempre dato l’idea di non voler toccare l’argomento. E in questo senso, l’interrogativo sintetizzato di recente assai bene dall’ex direttore di Repubblica Ezio Mauro su cosa dirà la Meloni al prossimo centenario dell’assassinio di Giacomo Matteotti dovrebbe assolutamente trovare risposta e non la trova.

Ma la polemica sul fascismo conta poco
Ebbene: se ci avete seguiti fin qui – in tal caso, grazie! – dovete sapere però che (non tanto ad avviso di chi scrive e di Economy ma dei sondaggisti politici più affidabili) questa polemica infiamma e infiammerà i talk-show e rappresenta e rappresenterà il principale argomento della campagna elettorale del Pd (che non ne trova di migliori), ma non sposterà molti voti alle urne. Per la semplice ragione che la stragrande maggioranza degli elettori pensa che Matteotti sia qualche musicista o qualche scienziato al quale – va a sapere perchè – molti sindaci hanno dedicato una piazza.

La sua probabile vittoria, Giorgia Meloni non se la vedrà minacciare dai richiami alle ambiguità sul fascismo. Giustizia a orologeria a parte – sempre possibile! – Meloni la vittoria se la deve conquistare lavorando ai fianchi i “poteri forti” internazionali, e si dice lo stia facendo ma non si sa bene con quali mallevadori; e conquistando quella fascia di opinione pubblica conservatrice ma moderata che ha dato credito per vent’anni al pagliaccione di Arcore, pur senza prenderlo sul serio per le panzane che sparava e continua a sparare (a proposito: le pensioni minime a 1000 euro sono la versione gerontologica del reddito di cittadinanza!), non perché fosse post-fascista (un po’ lo era, dissimulatamente) ma solo perchè dava la sicurezza di non aumentare le tasse e di aumentare l’ordine pubblico, mentre il Pd degli ultimi segretari ha sempre avuto l’autolesionismo di presentarsi come il partito delle tasse e dei delinquenti (comuni) impuniti.

Pochi dirigenti, e alcuni deteriori
L’altro elemento che spaventa tanti che potrebbero votare a destra ma non sono certi di farlo è la mancanza di una classe dirigente nota e apprezzabile dietro la Meloni. Portandola a Palazzo Chigi si rischierebbe un bis dei casini da incompetenza combinati dai Cinquestelle?

No, è qualcosa di diverso, e forse di peggio, a meno di un colpo d’ala della leader. Alle sue spalle, una classe dirigente Giorgia Meloni ce l’ha. Ma non sono né Guido Crosetto e nemmeno Ignazio La Russa, che è senza dubbio un post-fascista ma, almeno, ha consumato talmente tanti anni di suole in Parlamento che un po’ di metodo democratico deve pur essergli entrato nel sangue. Sono burocrati della politica, provenienti da Msi e Alleanza nazionale, mediamente abbastanza anziani, mai del tutto guariti dalle derive becere del fascismo d’azione, che non distingue l’ordine pubblico da ripristinare con la manganellata facile, che non distingue la tutela degli interessi nazionali attraverso la golden share “alla francese” con la nazionalizzazione delle imprese decotte per farci assumere i propri parenti. Che non distingue la sacrosanta neutralizzazione delle toghe rosse dalla carcerazione preventiva facile con la subordinazione dei magistrati ai prefetti…

Gentaglia, in una parola. Meno sprovveduta di molti dirigenti grillini (ci vuol poco) ma più pericolosa. Perché poco preparata ma molto maneggiona. E determinata. Ecco: se la Meloni dovesse arrivare a governare con queste scimmie sulla spalla, sarebbero guai.

Per questo desta interesse il gossip su una squadra ricca di supertecnici di area che la leader starebbe coltivando: da Fabio Panetta, bravissimo banchiere centrale che non sarebbe certo da meno di Daniele Franco come ministro dell’Economia; all’immunologo Bassetti, allo stesso Roberto Cingolani, accreditato di una possibile permanenza nel ruolo ministeriale affidatogli da Draghi; a Carlo Bonomi, presidente della Confindustria; e ovviamente a Giulio Tremonti, spendibile sia come ministro dell’Economia che degli Esteri.

Gossip fondati o infondati? Inutile chiedere ai diretti interessati che in una fase così convulsa farebbero bene a smentire anche se fosse vero.

Certamente è sulla nomenclatura e sulle coperture internazionali che Giorgia Meloni deve giocarsi la sua partita: e difendersi dai nemici esterni e soprattutto dai fratelli-coltelli.

 

 

 

 

 

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Sergio Luciano, direttore di Economy, è nato a Napoli nel 1960, laureato in lettere, è giornalista professionista dal 1983. Dopo esperienze in Radiocor, Avvenire e Giorno è stato redattore capo dell’economia a La Stampa e a Repubblica ed ha guidato la sezione Finaza & Mercati del Sole 24 Ore. Ha fondato e diretto inoltre il quotidiano on-line ilnuovo.it, ha diretto Telelombardia e, dal 2006 al 2009, l’edizione settimanale di Economy. Insegna al master in comunicazione d’impresa dell’Università Cattolica e collabora al Sussidiario.net.