L’Enciclica Magnifica Humanitas è un documento potente e moderno. Tratta il fenomeno dell’IA in modo sistematico ma consente di lavorare anche su degli estratti – talvolta semplici frammenti – che da soli sono capaci di innescare il ragionamento e aprirci a nuove viste.

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La sfida forse più grande nella comprensione del digitale è riuscire a uscire dal mainstream – dalla lettura suggerita dai media, soprattutto quelli controllati o perlomeno indirizzati dalle Big Tech e dall’ecosistema che da loro riceve impulso e nutrimento.

Per cogliere in modo attuale – né utopistico né nostalgico – l’entità della sfida fatta in egual misura di opportunità e di minacce – dobbiamo seguire il suggerimento di Friedrich Nietzsche ed essere autenticamente “inattuali”; riuscire cioè a vedere «come un male, un inconveniente, un difetto, qualcosa di cui la sua epoca va giustamente orgogliosa». Avere uno scarto rispetto al pensare comune, avere una postura asimmetrica rispetto al consueto. E in questo ci aiuta la cultura, lo sguardo antropologico e la prospettiva storica, di cui l’enciclica è letteralmente imbevuta.

Vorrei allora richiamare in modo aforistico alcuni messaggi particolarmente potenti e ispirativi del testo.

“Per un algoritmo, l’errore è qualcosa da correggere; per una persona, può essere l’inizio di un cambiamento profondo”.

“Il rischio non è tanto che una persona creda di parlare con un’altra persona, ma che perda il desiderio stesso di cercare davvero l’altro”.

“Il colonialismo ai nostri giorni non si appropria solo dei corpi, ma si appropria dei dati, trasformando le vite personali in informazioni sfruttabili”.

“Disarmare l’AI: servono regole e il ruolo attivo della politica per indirizzare l’AI che deve essere al servizio di tutti e indirizzata al bene comune” … per “liberare l’AI dalle logiche di dominio, di esclusione e di morte”.

“Nel tempo dell’AI la sfida è far crescere la tecnica, senza fa regredire il cuore”.

“Non basta invocare genericamente l’etica”, ma “servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti e una politica che non abdichi al proprio compito”.

La politica deve essere “più presente, capace di rallentare” anche lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, se necessario e “di proteggere gli spazi in cui le comunità possono ancora partecipare e interrogarsi”.

“Chiedere prudenza, verifiche rigorose, e talvolta anche un rallentamento nell’adozione dell’AI non significa essere contro il progresso, ma esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana”.

“Serve […] risvegliare la speranza nel futuro”.

Riprendendo un passaggio di Antonio Spadaro sj, “l’IA non può mai sostituire ciò che è specificamente umano: la coscienza morale, il discernimento, la relazione autentica con l’altro. La macchina può imitare, ma non comprendere; può processare, ma non giudicare; può apprendere, ma non amare. È qui che si gioca il confine, sempre più sottile, tra simulazione e realtà.”

Vorrei concludere questa breve riflessione con una questione posta dal Card. Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, che crea un ponte necessario (purpose)  tra la contingenza umana e una necessaria trascendenza: “Voglio appartenere a quella umanità chiusa in sé stessa, decadente, vuota e insensibile, fiera delle sue risorse tecnologiche fino al punto di adorare sé stessa al posto di Dio, o desidero appartenere a quella magnifica umanità che Dio ha sognato, quella capace di amare, di dare la vita per gli altri, di soffrire con loro, di lasciarsi portare al di là di sé stessa per diventare pienamente sé stessa nell’amicizia con Dio?”