Ex Procuratore Nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho

Quattro anni e mezzo a capo della Dna, la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo. A coronare una lunga carriera in magistratura, iniziata a Milano e passata per Napoli e Reggio Calabria, che l’ha visto sempre in prima linea nella guerra alla criminalità organizzata. Con risultati passati ormai alla storia, come la disarticolazione del clan dei Casalesi in Campania a suon di latitanti catturati, e la scopertura definitiva di quel “vaso di Pandora” che è la ‘ndrangheta calabrese con tutta la sua organizzazione verticistica e le diramazioni massonico-politico-affaristiche che per decenni erano rimaste nell’ombra.

Al suo posto alla Dna ora c’è Giovanni Melillo

Napoletano, 70 anni, baffo curato ed eleganza partenopea, Federico Cafiero de Raho ha da poco lasciato al collega Giovanni Melillo la poltrona di Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo su cui sedeva dal 2017. Alle cronache ha consegnato l’immagine di un magistrato forte di una conoscenza profonda del mondo mafioso e dal grande fiuto investigativo ma anche con il pallino degli «armadi digitali», le banche dati utili a incrociare informazioni sulle attività economiche nella convinzione che «senza conoscenza è impossibile contrastare le mafie». Non è un caso che, nello stilare un bilancio del mandato, parta proprio dalla soddisfazione per i protocolli sulla trasparenza sottoscritti con enti locali e associazioni di categoria anche in vista dell’implementazione del Pnrr.

«Siamo riusciti a dare attuazione a degli accordi molto significativi – dice – il protocollo sottoscritto con la Regione Lazio e quello con la Confindustria Alberghi. Il primo prevede il trasferimento dei datisugli appalti dalla Regione alla Dna e alla Direzione Investigativa Antimafia. Dati che comprendono non soltanto l’appalto, ma anche i soggetti economici che partecipano e che producono offerte. Avere una conoscenza di questo tipo così ampio consente quel raffronto con gli elementi presenti nella banca dati della Dna che fin dal 1993 rappresenta una cassaforte piena di informazioni, e che può rendere evidente in maniera automatica e in pochi secondi l’eventuale infiltrazione di soggetti economici contigui o anche indirettamente riconducibili ai contesti criminali. Questo protocollo avrebbe dovuto essere seguito da iniziative analoghe con le altre Regioni che si erano rese disponibili. Soltanto così si può costruire quella banca dati che riguarda tutti i partecipanti alle gare d’appalto e che oggi ancora non c’è. Solo così si può arrivare a escluderedalle gare i soggetti che sono già d’interesse delle Direzioni distrettuali antimafia o che meritano approfondimento».

Lei ha ripetuto spesso che il contrasto alle mafie nel settore economico si fa attraverso la conoscenza…

Certo e lo ribadisco ancora una volta. Anche il protocollo sottoscritto con Confindustria Alberghi, ad esempio è molto importante. Specialmente in un periodo di difficoltà post-pandemia come quello attuale, in cui solo a Roma ci sono 400 alberghi ancora chiusi e non in grado di riaprire con molti titolari che pensano alla cessione. Ecco, avere dagli alberghi informazioni sui loro servizi – forniture, pulizie, ristorazione – consente un’analisi delle infiltrazioni laddove questi dati, se raffrontati con quelli della banca dati, ci forniscono automaticamente elementi utili a comprendere quale infiltrazione vi è stata o è in atto. Un’iniziativa che merita di essere replicata anche in altri settori. Perchè non si ha conoscenza è impossibile contrastare le mafie. Le indagini richiedono troppo tempo, per cui servono meccanismi molto più rapidi di controllo.

 Applicando magari le tecnologie più avanzate?

Sì. Pensi che in proposito c’è già un progetto all’attenzione della Presidenza del Consiglio dei ministri. Riguarda appunto l’utilizzazione di strumenti tecnologici, sistemi di ingegneria applicata all’indagine e forme di intelligenza artificiali nel contrasto alla mafia. Abbiamo pensato all’adozione di sistemi predittivi, vale a dire l’elaborazione di “indici di anomalia” nelle movimentazioni economiche e finanziarie che poi in qualche modo sono appunto l’evidenziazione dell’infiltrazione mafiosa. In questo senso è importante promuovere una partnership tra la Dna e le infrastrutture di calcolo del progetto europeo coordinato da Enea. Pensi se una piccola parte del supercomputer che Enea sta per realizzare a Bologna, una percentuale infinitesimale rispetto alla sua capacità di calcolo venisse messa a disposizione del circuito giudiziario antimafia.  Grazie alle connessioni fra le informazioni delle varie banche dati, in una frazione di secondo si verrebbe a conoscenza delle discrepanze tra i redditi dichiarati e i redditi calcolati, specie con riferimento alla contiguità tra soggetti economici e contesti mafiosi e ciò con particolare riferimento all’evasione e al riciclaggio.

Oggi invece il sistema come funziona?

Quello antiriciclaggio è basato innanzitutto sulle segnalazioni di operazioni sospette. L’unità di informazione finanziaria raccoglie le segnalazioni provenienti da banche, poste, intermediari finanziari, professionisti, commercialisti, avvocati, notai, “Compro Oro” e gestori di giochi e scommesse. Questi soggetti, sulla base di parametri predefiniti, individuano operazioni che esprimono indici di anomalia e perciò, essendo “sospette”, obbligano alla segnalazione. Nel 2020 le segnalazioni di questo tipo all’unità di informazione finanziaria sono state oltre 110 mila, l’anno prima circa 105 mila, nell’anno ancora precedente 98 mila. Queste segnalazioni vengono poi mandate alla Dna per il raffronto attraverso quel meccanismo che andrebbe ampliato con i protocolli come quello con la Regione Lazio e Confindustria Alberghi. Se si potesse allargare ulteriormente il raffronto non solo con le segnalazioni su operazioni sospette, ma con tutto ciò che si muove nell’economia – e questo come, dicevo, sarebbe possibile adottando nuove forme di rilevamento dell’infiltrazione mafiosa – immagini quali capacità di monitoraggio si avrebbero sul territorio nazionale. In un momento come questo, in cui il Pnrr ha tra i propri temi più rilevanti, gli investimenti sulla digitalizzazione, si otterrebbero risultati straordinari.

Protocolli sulla trasparenza e monitoraggi a 360 gradi sulle attività economiche per individuare le anomalie. L’aspetto deterrente è importante quanto quello del contrasto?

 Vede, oggi le mafie riescono a infiltrarsi e allargare la propria sfera di influenza nell’economia legale anche grazie all’aggregazione con quelle imprese sane che, a volte trovano utile accettare “servizi illegali” quali, ad esempio, le false fatture o l’acquisizione di crediti deteriorati o altre forme di illegalità che, specialmente in momenti di grande difficoltà o crisi, possono rappresentare delle valvole d’ossigeno per chi ne fruisce. Se si riesce a contrastare riciclaggio, evasione e tutte quelle attività illecite che sono la base operativa delle imprese mafiose, avremmo un abbassamento delle evasioni e quindi potremmo già guardare addirittura a una riduzione delle aliquote.

Sono in molti, peraltro a sostenere che in Italia fisco e burocrazia non aiutano le imprese a osservare le regole e mantenersi pulite. È davvero così?

Perché c’è una richiesta così alta sul mercato delle false fatturazioni? Perché a volte la pressione fiscale è talmente forte da costringere le imprese a ricorrere a escamotage illegali. Sono comportamenti certamente da condannare ma che devono essere valutati tuttavia con molta attenzione e una visione più ampia. Bisogna guardare cioè all’impresa che sbaglia tentando di aiutarla, trovando le modalità giuste per recuperare nel circuito della piena legalità e della correttezza tutti i soggetti economici che non sono mafiosi. Oggi abbiamo alcune disposizioni di legge che sono intervenute anche sull’interdittiva antimafia. Un recente decreto legislativo ha introdotto ad esempio l’interdittiva con procedura condivisa. Vale a dire: prima di emettere un problema interdittivo, il prefetto invita il soggetto economico nei cui confronti sono stati acquisiti elementi significativi per un’interdittiva, per farsi spiegare da cosa è stata determinata quella situazione. Naturalmente sono casi di agevolazione occasionale a beneficio di soggetti non mafiosi e recuperabili. Perché mi sto soffermando su questo? Perché credo che per battere le mafie siano sicuramente necessaria una riflessione molto attenta, da svilupparsi attraverso indagini lunghe e accurate, ma è fondamentale anche bonificare i contesti in cui la mafia è entrata, tentando di recuperare i soggetti economici che possono aver sbagliato, ma non sono mafiosi. E questo lo si può fare mediante il lavoro di un supercomputer che individua tutte quelle anomalie e discrasie che consentono di intervenire per verificare. Pensi alla dissuasione derivante dalla consapevolezza che i dati finiscono in un supercomputer che farà un confronto con tutti gli elementi acquisiti negli anni sui contesti mafiosi.

Le mafie, peraltro, riescono a cambiare pelle molto più rapidamente rispetto allo Stato che le combatte. Come si sono adeguate alle trasformazioni radicali degli ultimi anni?

Diciamo innanzitutto che sono entrate nell’economia legale. In realtà non da oggi, ma da cinquant’anni. Pensiamo all’imprenditore edile Rosario Spatola che a Palermo aveva oltre 500 operai ed era uno dei soggetti economici più importanti. O alle migliaia di imprese di camorra che il clan dei Casalesi aveva costituito in Campania. Ai consorzi Covin e Cedic che operavano nelle costruzioni e a tutta la rete viaria che è stata portata avanti in quegli anni. Pensiamo all’emergenza rifiuti e all’esigenza di intervenire nella raccolta, ma anche del trattamento. È evidente che ogni qualvolta c’è stata un’esigenza, le mafie si sono strutturate e hanno costituito imprese capaci di lavorare in quei settori nei quali è concentrata la spesa pubblica e vi sono maggiori opportunità di guadagno. È successa la stessa cosa nell’emergenza sanitaria da Covid.

E cioè?

Le società espressioni della mafia siciliana o della ‘ndrangheta e della camorra, erano già inserite nel panorama sanitario. E non solo per quanto riguarda i servizi offerti agli ospedali. Per ciò che concerne l’affare delle mascherine, si sono registrati diversi tentativi di società riconducibili a contesti mafiosi di acquistare all’estero e importare in Italia milioni di questi dispositivi individuali di sicurezza. Le indagini sono riuscite ad evidenziare come attraverso la costituzione di società in vari paesi anche asiatici, ci sia stato un giro di fatture che avrebbe dovuto fare apparire quella importazione come riconducibile a società estere che acquistavano dalla Cina e, attraverso di esse e altre società asiatiche, importavano poi in Italia. Le indagini portate avanti nel periodo del Covid ci dimostrano ancor più come le mafie abbiano una capacità di attivarsi costituendo soggetti economici in varie parti del mondo per distrarre la capacità investigativa altamente specializzata della polizia giudiziaria e della magistratura italiana.

È per questo che lei parla del cosiddetto “armadio digitale”? Per lo scambio di informazioni a livello internazionale?

Sì. In Italia “l’armadio digitale” lo abbiamo, grazie alla banca dati della Direzione nazionale antimafia ma non è sufficiente. Perché oggi le mafie – e la ‘ndrangheta sicuramente più delle altre organizzazioni – ha la capacità di costituire immediatamente in tutto il mondo società diverse attraverso le quali diversificare le proprie attività e rappresentare un quadro apparentemente neutro che è riconducibile all’organizzazione criminale soltanto attraverso accertamenti approfonditi che si sviluppano non solo in Italia, ma all’estero. L’armadio digitale non è altro che il contenitore nel quale inserire i dati delle autorità e delle polizie giudiziarie dei vari paesi, così da avere un quadro ampio con la presenza di elementi provenienti da tutti i paesi del mondo. Oggi questo obiettivo è utopistico. Ma anche la Convenzione di Palermo prima che si facesse sembrava utopistica e invece oggi, è la base per poter scambiare informazioni e poter operare insieme con le squadre investigative di tutto il mondo, e non più solo in Europa ma anche con paesi come Colombia, Costarica e Venezuela fondamentali per l’importazione della cocaina. Avere delle centrali di conoscenza dalle quali attingere informazioni e cooperare a livello internazionale è fondamentale per poter contrastare efficacemente le mafie che oggi operano in modo transnazionale.  Contestualmente alla stipula dei protocolli per agevolare lo scambio immediato di informazioni, la cooperazione giudiziaria e la collaborazione di polizia nel mondo è stato l’altro fronte sul quale la Direzione nazionale antimafia si è spesa tantissimo in questi ultimi anni.

Eppure, non è sempre facile avere rapporti diretti e canali privilegiati con le autorità giudiziarie di tutto il mondo nello sviluppo delle indagini.

Se un mafioso parla dal Canada con un altro mafioso in Italia o in un’altra parte del mondo, è necessario che chi intercetta il colloquio possa poi immediatamente rapportarsi con il Paese nel quale si trova l’interlocutore e lavorare assieme nelle indagini. È un meccanismo che dovrebbe innescarsi anche con una semplice telefonata fra le diverse autorità, tra i magistrati o i funzionari di polizia che operano per il contrasto alle organizzazioni mafiose. Non è più pensabile che si faccia una rogatoria e si chieda all’altro Paese di aprire un procedimento penale. Mentre ci si muove in questo modo storicamente superato, l’organizzazione mafiosa hanno già portato avanti l’affare e l’hanno anche concluso.

A maggior ragione oggi che le mafie hanno sostituito la lupara con la tastiera e puntano sul crime-computer più che sugli altri business illegali tradizionali…

 

 

 

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Caporedattore responsabile online di Economy, vive sul lago di Como e lavora tra Milano e Roma, dividendosi tra il giornale e il ruolo di consigliere per la comunicazione del Ministro delle Riforme Istituzionali. Cronista di mafia nella sua prima vita in Calabria dov'è nato e cresciuto, dal 2010 si è trasferito in Lombardia dove si è occupato di economia, turismo e agrobusiness per il Sole-24 Ore, Fiera Milano e il magazine VdG. Nel 2017 è diventato caporedattore di Economy, testata da cui ha preso un'aspettativa tra il 2018 e il 2021 per svolgere l'incarico di capoufficio stampa del Presidente del Senato. E' autore del libro "Noi gli Uomini di Falcone" (Sperling&Kupfer) e di progetti per il sociale - come In&Aut Festival - l'economia e il turismo.