Galeazzo Scarampi

di Jessica Muller Castagliuolo

Paracelso accoglierebbe probabilmente con qualche stupore il pensiero di Giangiacomo Schiavo e Carlo Vergani, che nel loro libro “Non ho l’età” problematizzano il concetto di “vecchiaia di massa”. «Non un problema caritativo», ci dicono gli autori, piuttosto «una condizione dell’esistenza».
L’ambrosia distillata dai grandi progressi medico-scientifici, se non ci ha reso immortali, ha aumentato di gran lunga l’aspettativa di vita. Secondo il network sanitario statunitense NiceRx, l’Italia occupa il quinto posto nella classifica dei Paesi più longevi al mondo, dopo Hong Kong, Giappone, Svizzera e Singapore.
Gli uomini italiani vivono in media 82 anni, le donne 86. In questo contesto, si capisce, la ricerca di una qualche fonte della giovinezza o di un poco improvvisato elisir di lunga vita non è fantasia. Ne abbiamo parlato con Galeazzo Scarampi, Managing Partner di Silver Economy Fund di Quadrivio Group.

Quadrivio è stato un pioniere in Italia per investimenti in Silver Economy. Cosa vi ha spinto a puntare su questa ampia fetta di mercato?
È stata un’intuizione del management. Siamo naturalmente in contatto con questi temi, perché abbiamo come base di investitori i fondi pensione.  La prospettiva di un fondo di private equity non è quella di analizzare l’interezza del fenomeno, ma dobbiamo attualizzare i nostri investimenti cercando di affrontare le cose dal punto di vista di ciò che funziona.  E le prospettive della silver economy sono vastissime.

Cosa è cambiato con un evento talmente impattante dal punto di vista sanitario come quello della pandemia da Covid-19?
Si è amplificato un trend molto importante: la consapevolezza di puntare sulla prevenzione per diffondere la longevità sana. 

Come avete individuato gli asset strategici sui quali puntare?
Abbiamo innanzitutto deciso che non possiamo affrontare il tema previdenziale, che è un tema enorme. Abbiamo quindi molto lavorato con il Milken Istitute, uno dei nostri advisor a livello internazionale, per individuare gli  asset più rilevanti per la prevenzione e per il benessere.  Abbiamo poi sei strategy advisors, con competenze complementari  eche ci aiutano a capire cosa succede nel mercato. Abbiamo valutato una serie di aziende, di cui quasi il 25% delle opportunità alle quali guardiamo appartengono alla categoria della prevenzione e della nutrizione in particolare. Un altro 25% riguardano le specialità cliniche attinenti. Nello specifico i verticali che abbiamo individuato sono quelle che riguardano la respirazione, la salute mentale, la dermatologia, l’ortopedia, la visione. Poi c’è ne sono molti altri, dalla dentistica all’acustica, ma sostanzialmente, per ora, abbiamo iniziato a investire su questo.

Ci fa qualche esempio?
Abbiamo di recente investito in un’azienda italiana, la Siare, che fa ventilatori polmonari ed è stata fondamentale durante la pandemia.

Le aziende sulle quali puntate hanno una vocazione molto forte all’internazionalizzazione.
Sì, abbiamo da sempre un approccio molto transatlantico e la tecnologia medicale italiana ha un rilievo molto importante nel mondo. Ancora con il Covid, si è visto che, mentre in Europa e in America le tecnologie che costituiscono le terapie intensive si sono molto sviluppate, in gran parte del mondo è ancora tutto da fare. 

In cosa si contraddistinguono i medical devices prodotti in Italia?
Questo è un settore molto ricco e multidisciplinare che tiene insieme chimica, meccanica ed elettronica. In Italia la grande spinta innovativa viene dalle aziende di ingegneria elettromeccanica e dalla realizzazione di devices, non di biotecnologie. Sappiamo che, a livello macro, la qualità dei dispositivi prodotti in Italia èsimilea quella dell’automotive, settore nel quale la nostra leadership è più nota.  Sono prodotti che hanno la caratteristica di essere a basso volume e alta qualità. Attrezzature di precisione e non di massa, in più sono ben disegnate, e questo è importante perché bisogna che funzionino senza avere problemi. 

Faccio un esempio: in Ucraina servono anche macchine per la respirazione, e in un contesto come quello devono funzionare alla perfezione, perché non possono intervenire ingegneri con una manutenzione frequente. 

Un’ulteriore testimonianza della capacità delle nostre Pmi di trasformare e innovare.
In Italia abbiamo un patrimonio tecnico straordinario. Basti pensare alla storia del Distretto di Mirandola. Sono tutte aziende che nascevano dalla maglieria e poi si sono trovate a realizzare prodotti altamente specializzati per il medicale.  Poi c’è la Packaging Valley emiliana, la quale riesce a dare un contributo importante anche in termini di sostenibilità. Gli ospedali utilizzano tantissimi prodotti di plastica monouso, che è davvero cara da riciclare. Basterebbe utilizzare attrezzature lavabili, passare dalla plastica al silicone ad esempio, e su questo l’innovazione italiana è stata assolutamente all’avanguardia.

Ha detto che il vostro approccio è sempre stato transatlantico, non a caso lei adesso si trova a New York. Crede che ci sia un orientamento diverso al tema negli Usa rispetto all’Europa?
Per quanto riguarda i trend fondamentali no. L’importanza della prevenzione è attenzionata in entrambi i continenti. Certo, negli Stati Uniti si riesce molto più velocemente a lavorare con le assicurazioni per implementare dei protocolli di wellness che abbiano un effetto. Mi viene in mente un esempio di protocollo messo in piedi da un’azienda statunitense partita da una ricerca giornalistica fatta dal National Geographic che individuava le popolazioni più longeve al mondo (tra le quali annoveriamo anche la nostra Sardegna) per cercare di capire quali sono i fattori comuni.

Ma se l’aspettativa di vita aumenta e si concretizza la possibilità di una longevità sana, è ipotizzabile che si lavorerà più a lungo?
Non c’è dubbio che ci sarà un allungamento della vita sana, quindi anche della vita attiva. Questo vuol dire più tempo libero ma anche nuove forme di lavoro. La partecipazione degli over 60 alla vita economica del Paese crescerà sicuramente. Quello che bisogna fare è evitare il conflitto generazionale. Ci sono più opportunità economiche per tutti se le persone sono attive più a lungo.

Quindi i giovani, che già non sono messi benissimo, non rischiano di perdere posti di lavoro?
L’importanza è il tasso di dipendenza, non avere persone che a sessant’anni non producono più nulla. Guardando alla piramide demografica, deve esserci equilibrio tra persone attive e non attive. In Giappone ad esempio sono riusciti a creare una serie di economie che riguardano anche le persone over 70. Ma questo non significa togliere lavoro ai giovani. La longevità aumenterà ma serve che l’attività economica segua questa longevità.  È la leadership che deve essere giovane.  Il vero problema è non creare un tappo istituzionale in cui gli anziani cercano potere.