Gli anziani che coltivano rapporti sociali vivono meglio e più a lungo. Il mercato dei farmaci, per sua natura, punta a vendere di più, non a curare meglio. La prevenzione vera si chiama educazione: nelle scuole, e nella vita di ogni giorno. Acuto, indipendente e caustico come sempre Silvio Garattini – fondatore e leader storico dell’Istituto Mario Negri, grande ricercatore e longevo attivo egli stesso – delinea in quest’intervista con Economy un’analisi senza filtri, ma densa di sapienze umana e scientifica, su com’è cambiato e come dovremmo gestire il fenomeno della longevità.

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Allora professore, partiamo dall’affermazione più scabrosa: davvero il mercato del farmaco può entrare in conflitto con l’interesse dei pazienti?

Non ci sono mercati che vogliono diminuire i loro volumi di vendita. Quindi anche il mercato dei farmaci, per sua natura, non può che essere orientato ad aumentare le vendite. Ma questo non è detto che sia nell’interesse dei pazienti.

Può farci qualche esempio concreto di come agisce, in pratica, questo meccanismo e come impatta sulla qualità della prevenzione?

Vi faccio alcuni esempi di come agisce il mercato. La prima cosa che fa è cercare, in qualche modo, di orientare le ragioni per cui può essere approvato un nuovo farmaco. La legislazione europea prevede che i farmaci si approvino, per tutti i paesi, attraverso l’EMA. Ma l’EMA non può fare quello che vuole: deve attenersi a una legislazione che dice che un farmaco viene approvato sulla base di tre caratteristiche — qualità, efficacia e sicurezza. La maggior parte della gente, anche la maggior parte dei medici, non lo sa. E questa è una delle forme di disinformazione più gravi. Perché? Perché queste tre caratteristiche vanno bene dal punto di vista generale — qualità, bisogna sapere cosa c’è dentro; efficacia, deve dare un risultato positivo; sicurezza, non deve essere tossico, anche se la sicurezza si conosce solo con il tempo, quando il farmaco è in giro da parecchio. Ma non ci dicono qual è l’efficacia e la sicurezza del nuovo prodotto rispetto a quelli che già esistono con la stessa indicazione. Abbiamo 120 prodotti antipertensivi: quello approvato il mese scorso è stato testato contro placebo, invece che contro un farmaco già esistente per la stessa indicazione. Che senso aveva testarlo contro il nulla anziché contro un altro prodotto sicuramente curativo?

Indubbiamente non ha senso. E dunque?

Dunque questo fenomeno comporta due conseguenze. La prima: ogni industria può dire che il proprio farmaco è il migliore, ma se non si fanno confronti, come fa a saperlo? La seconda: i medici credono, anche in buona fede, di scegliere il farmaco migliore per il loro paziente, ma in realtà scelgono quasi a caso, perché non hanno elementi di controllo. Un altro esempio è che il mercato abbassa progressivamente le soglie di normalità al fine, o comunque determinando come conseguenza, un aumento delle cure, e delle relative spese. Se dico che il colesterolo è normale a 240 mg/dl, tratto solo chi supera quella soglia; ma se comincio a dire che è meglio stare sotto 220, la platea si allarga. Piano piano le soglie sono scese: oggi si dice meno di 180, ma un tempo era appunto 240. Quanta gente riceve statine senza averne bisogno? È molto grave, perché sono trattamenti inutili.

È una forma di consumismo farmaceutico…

Esatto. La stessa cosa è successa con la pressione arteriosa: era 140-90, adesso si dice meglio 120-80, e questo aumenta la platea dei “pazienti”. La glicemia a 105 un tempo voleva dire “mangia un po’ meno”; oggi si parla di pre-diabete.

Questo quadro rende ancora più difficile praticare una prevenzione appropriata…

Certo, e ci sono altri esempi. Per abbassare il colesterolo dovrebbero dirci qual è la conseguente probabilità reale di evitare un infarto: ma sono numeri che non circolano, eppure esistono nella letteratura scientifica. Sappiamo che per evitare un infarto bisogna trattare 200 soggetti: vuol dire che ne trattiamo 199 inutilmente, con una spesa enorme per il servizio sanitario nazionale.

Un po’ una roulette russa al contrario…

Poi c’è un altro aspetto: tutta la ricerca sui farmaci è condotta al maschile. Le donne non vengono studiate, ma ricevono gli stessi farmaci pensati e testati sugli uomini. Ho fatto alcuni esempi, ma ce ne sono tanti altri. E non parliamo del fatto che tutta l’informazione medica arriva da chi vende.

Un’informazione tutt’altro che indipendente, quindi…

Certo: i medici vengono portati ai congressi da chi vende, i congressi sono organizzati da chi vende, le società scientifiche sono sostenute da chi vende. Non esiste un’informazione davvero indipendente. È il grande problema della medicina di oggi, perché ci fa credere che le malattie piovano dal cielo. In realtà siamo in gran parte noi che ce le procuriamo, e poi ci lamentiamo. Siamo quattro milioni e mezzo di diabetici: il tipo 2 è una malattia evitabile.

Un paradosso, se pensiamo a quanto si parla di longevità.

Sì, è una questione di scarsa educazione igienico-sanitaria, ed è paradossale che vada di pari passo con questo culto della longevità. Quei quattro milioni e mezzo di diabetici hanno poi complicazioni visive, renali, cardiovascolari. Ci lamentiamo delle liste d’attesa, ma siamo noi a determinarle, facendo lavorare inutilmente il servizio sanitario nazionale. Il 40% dei tumori è evitabile: muoiono ogni anno 180mila persone di tumore in Italia, ma pensiamo ai tumori legati agli oltre 10 milioni di fumatori e a chi abusa di alcol.

Qualcosa di buono nei nuovi stili di vita si vede almeno sull’attività fisica?

Sì, ma per ora la fanno in pochi. Si calcola che solo il 30% dei giovani sia attivo, il che vuol dire che il 70% è più o meno sedentario. E poi c’è il tema dell’anziano che rimane inerte, che non ha spazi sociali, che non ha occasioni di aggregazione.

Ossia?

Noi abbiamo fatto uno studio su duemila ottantenni, seguiti per 15 anni, per capire quale fosse il maggior fattore di rischio per la demenza senile. È risultata essere la mancanza di rapporti sociali: con l’età c’è la tendenza a ritirarsi, a non parlare più con le persone, a stare in casa, a non andare a concerti, al cinema, a teatro — a non fare tutto ciò che comporta rapporti con gli altri. Meno facciamo lavorare il cervello, più il cervello va incontro a un declino cognitivo. Ed è un fattore che dipende molto dalla scolarità.

In che senso la scolarità incide sulla salute?

In Italia abbiamo una scolarità bassa rispetto alla media europea: circa la metà dei laureati dei paesi più avanzati. La scarsa scolarità è un grande fattore di rischio per la salute, perché comporta basso reddito, e il basso reddito aumenta statisticamente la probabilità di essere poveri. I poveri sono quelli che si occupano meno della propria salute: mangiano peggio, fumano di più, non vanno a farsi visitare quando non stanno bene, perché non hanno la cultura per occuparsi della propria salute.

Cosa servirebbe, allora, per invertire davvero la rotta?

La prevenzione richiede una grande rivoluzione culturale. Servirebbe finalmente, in Italia, una scuola superiore di sanità per formare i dirigenti — cosa che oggi non abbiamo — capaci di dare impulso alla prevenzione più che al mercato. Da noi i dirigenti vengono designati dai politici, e non è detto che siano preparati per questo mestiere. E avremmo bisogno dell’educazione alla salute nelle scuole, che oggi non esiste: almeno un’ora alla settimana, in ogni classe, tenuta da persone competenti e preparate cambierebbe completamente la conoscenza e la cultura della salute a scuola. E il risultato, alla fine, ricadrebbe su tutti noi.