La locomotiva torna a tirare

Più di un quinto del Pil nazionale, di un quarto dell’export, di un terzo dei brevetti. Sono i numeri a fare dell’economia lombarda la testa del convoglio di quella nazionale. La buona notizia è che la locomotiva ha ripreso a tirare: secondo i dati di Unioncamere Lombardia, nel secondo trimestre dell’anno la produzione industriale della Regione è cresciuta del 3,7% rispetto al primo, con un forte aumento (+32,5%) sullo stesso periodo del 2020 flagellato dal lockdown, ma soprattutto con un meno prevedibile guadagno del 9,3% rispetto alla media del 2019. «L’immagine che emerge dall’andamento della manifattura lombarda nel secondo trimestre ci dà un quadro regionale di ritrovata vitalità» commenta il presidente di Unioncamere Lombardia Gian Domenico Auricchio, «la reazione delle nostre imprese è una certezza, e molte tra loro hanno avviato con successo il percorso di ripresa, tornando ai livelli pre crisi o persino superandoli». 

Anche l’occupazione mostra timidi segnali di tenuta con un saldo positivo dello 0,5% nel secondo trimestre

Altrettanto importante è il buono stato del carburante della ripresa, la fiducia: gli imprenditori lombardi sono ottimisti sull’andamento della domanda sia per il mercato interno che per quello estero, e anche sul recupero dei livelli produttivi e occupazionali nel terzo trimestre. Nel primo trimestre l’Istat ha registrato ancora 193mila occupati in meno rispetto a un anno prima, ma nel secondo trimestre si registra qualche passo avanti anche su questo fronte: l’occupazione industriale presenta un saldo positivo dello 0,5%, e la quota di ore di cassa integrazione sul totale è scesa al 2,5% dal picco del 12,8% del secondo trimestre 2020. Segnali confortanti anche per quanto riguarda le condizioni finanziarie delle aziende: aumenta rispetto all’anno scorso la quota di quelle con un grado di dipendenza dell’attività dal credito inferiore a 1, che passa dal 56,4% del 2020 al 62% per l’industria e dal 52,9% al 61,7% per l’artigianato.

Le aziende internazionalizzate e di maggiori dimensioni stanno beneficiando del ritorno alla normalità

Crescita e livello di fiducia non sono però gli stessi, come vedremo, nei diversi settori e distretti industriali lombardi; e non sono equamente distribuiti tra le aziende di diverse dimensioni. Il progresso nella produzione delle imprese manifatturiere industriali nel secondo trimestre rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, per esempio, è del 36,8% tra quelle che hanno un numero di dipendenti compreso tra 50 e 199, ma del 27,4% in quelle tra 10 e 49. E mentre la produzione industriale, come visto, sale del 3,7% su base congiunturale, fa registrare invece un lieve calo (-0,5%) quella delle aziende artigiane manifatturiere, che hanno una dimensione ridotta; calo che si accentua tra le più piccole, da 3 a 5 addetti; il comparto non ha ancora recuperato i livelli pre crisi (-5,6% sulla media 2019). Un buon segnale viene dalle aspettative, che anche per l’artigianato seguono una dinamica positiva per la produzione e sono in miglioramento per la domanda interna ed estera. «Le aziende più internazionalizzate, di maggiori dimensioni e finanziariamente solide» osserva Auricchio, «stanno beneficiando del ritorno alla normalità; proseguono invece i problemi per le imprese artigiane e per quelle di minori dimensioni». «Le aziende grandi e robuste che già facevano innovazione sono ripartite» conferma Salvatore Majorana, direttore del parco tecnologico Kilometro rosso, «le medie aperte all’innovazione riusciranno a cogliere l’onda, ma purtroppo moltissime piccole aziende che per ragioni culturali non riescono a fare filiera, o per motivi strutturali non sono capaci di fare innovazione, arriveranno in ritardo, anche se il comparto industriale a cui noi guardiamo cerca di accompagnare le Pmi a tenere il passo delle grandi». Una variabile determinante è quella delle possibilità a disposizione delle imprese esportatrici, che in regione sono fortunatamente numerose: secondo dati Assolombarda del 2019, il 75,9% delle imprese manifatturiere fa export, un dato nettamente migliore rispetto a regioni concorrenti quali Baden-Württemberg (56%) e Catalogna (55,9%). 

«In un contesto così incerto» rimarca il presidente di Unioncamere Lombardia, «la possibilità di suddividere il rischio su clienti e mercati diversificati consente di poter beneficiare delle riprese “a singhiozzo” che stanno sempre più delineandosi come la modalità prevalente di riapertura in molti paesi, compreso il nostro. È invece molto più difficile per gli operatori più piccoli superare queste fasi di incertezza, non potendo contare su questa diversificazione in quanto molto più legati a sistemi territoriali meno estesi». 

Dal recovery fund la Lombardia attende circa 36  miliardi di euro da investire in infrastrutture, green economy e innovazione

Di Lombardia, poi, non ce n’è solo una. Secondo il sociologo dell’industria Aldo Bonomi, per l’esattezza, ce ne sono quattro. «La prima è quella che io chiamo la Lombardia del distretto alpino» spiega Bonomi, «che comprende anche i laghi, quindi quell’asse molto transfrontaliero che va dall’alto varesotto alla Valtellina, lambendo parte della provincia di Como, e arriva nell’alta bresciana. Qui, dopo la gelata del distretto della neve a causa non del freddo ma della pandemia, c’è un’effervescenza ansiosa, una risalita a salmone del turismo e, per usare un’espressione del Pnrr, dell’economia verde». La seconda? «È quella che io chiamo la città infinita produttiva, che va dall’aeroporto di Malpensa a quello di Montichiari guardando verso Verona» aggiunge Bonomi, «lì c’è l’economia pedemontana che passa per Brescia, Bergamo e Lecco: quella parte manifatturiera si è rimessa al lavoro, ovviamente con tutte le difficoltà del caso. Anche quel tessuto diffuso di Pmi è in fibrillazione, nel tentativo di capire come si riparte rispetto ai processi delle reti lunghe di internazionalizzazione». Per poi arrivare al capoluogo. «La Milano in metamorfosi» dice il sociologo, «dove si sta rimettendo in moto l’economia dei servizi, interrogandosi sulle difficoltà specie degli eventi. E quindi c’è una ripartenza lenta». Infine, il sud della Regione. «Da Pavia a Mantova, dove ci sono due grandi processi» spiega Bonomi, «la riscoperta della centralità del tessuto agricolo e dell’agrindustria; e ai margini con Piacenza, le contraddizioni e i problemi della logistica: Tavazzano docet». 

Le quattro Lombardie guardano nella stessa direzione: verso Bruxelles. «In questa ripartenza tutti quanti si interrogano su come agganciarsi ai grandi crinali del Pnrr» aggiunge Bonomi, «e quindi come riconvertire questi processi nella green economy e nella digitalizzazione, portando innovazione». Dal Recovery Fund la Regione attende circa 36 miliardi, una cifra che ha fatto urlare allo “scippo” da parte di alcuni meridionalisti, poi rimbrottati dal ministro per il Sud e la coesione territoriale Mara Carfagna che ha spiegato come il criterio adottato da Bruxelles per dividere i fondi tra i diversi Stati non vada affatto applicato alle singole Regioni… Fa ben sperare il documento dell’assessorato allo Sviluppo economico della Regione Lombardia sugli obiettivi strategici 2021-2023 che punta su tempi certi e semplificazione dei processi, entrambi necessari per la riuscita dell’operazione.

Buona parte dei settori dell’economia lombarda, ma non tutti, sono riusciti nel secondo trimestre dell’anno a riportarsi sui livelli medi del 2019. È andata molto bene la siderurgia (+29,4% sulla media 2019) trainata dalla domanda di ferro e acciaio, così come i minerali non metalliferi (+28,6%), due settori legati alle costruzioni. Incrementi a due cifre anche per la chimica (+19,5%), per gli alimentari favoriti dalle riaperture (+11,3%) e il legno-mobilio (+10,5%). Ancora sotto i livelli pre-crisi invece tutto il comparto moda (abbigliamento -7,4%, pelli-calzature -8,1% e tessile -8,2%): lo stesso Auricchio segnala la difficoltà «dei settori tradizionali del made in Italy, fortemente toccati dalle chiusure e dalle modifiche nei modelli di consumo delle famiglie (in particolare il sistema moda)». Proprio alla debolezza del settore moda va in gran parte addebitato il fatto che nel primo trimestre dell’anno, mentre il dato di produzione manifatturiera della Lombardia era migliore di quello nazionale, quello dell’export era peggiore (rispettivamente +4,6% e +3,5%); particolarmente colpito il milanese, il cui dato era negativo: -3,8%.

L’andamento dei singoli distretti industriali, architrave dell’economia lombarda, è stato misurato per il primo trimestre dal Monitor di Intesa Sanpaolo, in termini di andamento dell’export rispetto allo stesso periodo del 2020. Ottima la performance della filiera metalmeccanica, e in particolare della metallurgia (+23,9%), dove hanno registrato una crescita quasi tutti i distretti, come i metalli di Brescia (+20,6%), il metalmeccanico del basso mantovano (+18,9%), la meccanica strumentale del bresciano (+17,5%). Male invece la moda, con la calzetteria di Castel Goffredo a – 37,9% e le calzature di Vigevano a -51,3%. Come misurato dal Monitor di Intesa Sanpaolo, proprio le imprese parte dei distretti negli ultimi anni hanno visto crescere la produttività più di quelle che non lo sono. 

Ma le aziende lombarde, specie le distrettuali, hanno anche un’altra caratteristica: sono spesso coesive, una caratteristica che affonda le radici nella tradizione e che è vicina alla sostenibilità di cui si parla oggi. Secondo il rapporto Coesione è competizione realizzato da Fondazione Symbola, Intesa Sanpaolo e Unioncamere, proprio la coesione rappresenta per le imprese un’occasione per rafforzare le relazioni di filiera e appunto distrettuali, per accrescere il senso di appartenenza e soddisfazione di vita dei propri dipendenti, ma anche per competere in un mercato che premia sempre di più gli atteggiamenti virtuosi: le imprese coesive per esempio esportano di più (il 58% contro il 39% delle non coesive) e fanno più eco-investimenti (39% vs 19%). E in Lombardia, non a caso, c’è oltre un quarto (il 26,3%) di tutte le imprese coesive italiane.