A cura di Giuseppe Straniero, numero uno di Previndai

Gentile Presidente, vorrei condividere con Lei una riflessione sulla previdenza pubblica in Italia. Si continua a ragionare sulla limitatezza delle risorse a disposizione per una riforma complessiva, eppure a pesare sui conti pubblici non è solo la spesa per previdenza ma in buona misura anche quella assistenziale. Possibile che non si riescano a separare le due voci?

Gentile lettore, la sua osservazione è del tutto pertinente e fa riferimento a una discussione in atto ormai da anni, sostenuta dall’evidenza di una dinamica decisamente accelerata della spesa per assistenza nel nostro Paese negli ultimi anni, cresciuta di oltre il 100%, contro un andamento di quella per prestazioni previdenziali decisamente più contenuta e in linea con la media europea.

Questo significa che l’Italia spende poco per le pensioni? No di certo, semplicemente l’ammontare complessivo risultante dalle voci di assistenza sommate a quelle della previdenza non restituisce un quadro chiaro della situazione; il che, nell’ottica di una futura e auspicabile riforma previdenziale complessiva, che ci si augura preveda un forte rilancio di quella complementare, potrebbe non essere un punto di partenza ottimale.

La questione non è però ‘di lana caprina’, tanto che, per dipanarla, il precedente esecutivo ha addirittura costituito un’apposita Commissione (Commissione Tecnica di studio sulla classificazione e comparazione, a livello europeo e internazionale, della spesa pubblica per finalità previdenziali e assistenziali). A questi esperti è stato dato il compito di valutare la possibile separazione delle due voci (previdenza e assistenza) all’interno della contabilità pubblica. Ebbene, con uno spoiler senza rimorsi, dico subito che la conclusione di quel lavoro è stata che “Non appare praticabile una separazione netta tra previdenza e assistenza”.

Sostanzialmente la tesi è che da una parte il sistema appare sempre più caratterizzato da prestazioni ‘ibride’ e dall’altra non si ritiene possibile applicare il criterio della fonte di finanziamento delle prestazioni (contributi o fiscalità generale) come unico spartiacque per le due tipologie di spesa. Quest’ultima affermazione è sostenuta da due osservazioni: alcune forme previdenziali (come gli sgravi contributivi ad esempio) sono finanziate appunto dalla fiscalità generale e sono sempre le entrate fiscali a sostenere  il bilancio Inps. Per altro, sottolinea la Commissione, nel 2019 i contributi hanno coperto solo il 76% della spesa previdenziale, un dato anche in riduzione rispetto al passato.

Infine, si sottolinea che anche a livello europeo una separazione netta tra assistenza e previdenza non avrebbe riscontro in quanto non prevista dal sistema Esspross (European system of integrated social protecion statistics), unico strumento per una comparazione delle spese di protezione sociale nella Ue a 27. Quest’ultimo, infatti, distingue unicamente tra prestazioni il cui accesso è condizionato al reddito e prestazioni il cui accesso non è condizionato al reddito. Ciò non toglie che, come sottolineato dalla stessa Commissione tecnica, sia utile continuare a monitorare la distinzione generale delle due forme di spesa, grazie ai Conti della Protezione Sociale forniti dall’Istat.

Ciò detto, mi preme concludere con un pensiero al futuro: dobbiamo essere coscienti che l’applicazione del sistema contributivo puro, combinato con un ingresso più ritardato nel mondo del lavoro e le carriere sempre più spesso discontinue dei nostri giovani, porterà alla creazione di una coorte di anziani indigenti in un futuro non lontano a meno di altri interventi onerosi da parte dello Stato. L’unica soluzione per evitare il concretizzarsi di uno dei due scenari è una decisa accelerazione della diffusione della previdenza complementare, soprattutto tra i giovani. Per creare quella stampella all’assegno pubblico che è già oggi importante ma che a breve sarà indispensabile per garantire una vecchiaia dignitosa a tutti, a prescindere dai livelli di reddito con cui si è lasciato il lavoro.

Insomma, non sappiamo se un domani si arriverà alla possibilità di suddividere più nettamente la spesa previdenziale da quella assistenziale ma intanto pensare al futuro dei nostri giovani lavoratori, incrementando la diffusione delle ‘pensioni di scorta’, credo sia  l’unico modo per evitare che in futuro la voce assistenziale diventi ancora più pesante sui conti pubblici italiani.