La laurea costa, ma rendeecco il Roi degli atenei
Alessandro Fiorelli, ad JobPricing

Uno su cinque: in Italia solo il 19,3% della popolazione ha una laurea, contro il 36,9% medio dei paesi Ocse. E anche se consideriamo i giovani tra i 25 e i 34 anni si sale di poco, al 27,7% contro il 44,5% della media Ocse. Peccato, perché in Italia, gli adulti con un’istruzione terziaria guadagnano il 39% in più rispetto agli adulti con un livello d’istruzione secondario superiore, rispetto al 57% in più, in media, nei diversi Paesi dell’Ocse. Studiare, insomma, è un investimento. Che, come tutti gli investimenti, ha un Roi. Che JobPricing ha calcolato nel suo University Report, sviluppato col supporto di Spring Professional, società di consulenza internazionale di The Adecco Group, specializzata nella ricerca e selezione di Middle Manager e Professional, su un database di riferimento di più di 450mila profili retributivi di lavoratori del settore privato. «Dalle nostre analisi ci vogliono circa 16 anni per rifarsi dei costi sostenuti durante gli anni di studio, che diventano 17 per i fuori sede», spiega a Economy Alessandro Fiorelli, amministratore delegato di JobPricing, che ha elaborato lo University Payback Index (Upi), un indice che esprime il numero di anni necessari per ripagare gli investimenti sostenuti, considerando sia i costi universitari (tasse, libri, materiali) che il mancato introito che lo studente avrebbe guadagnato occupando un posto di lavoro a tempo pieno anziché frequentare l’università. «Ma esiste grande differenza, quasi del 30%, fra l’ateneo con lo University payback index migliore, il Politecnico di Milano (13) e quello con lo Upi peggiore, l’Università di Cagliari (18)», aggiunge Fiorelli.

Quando cominciano a “rendere” davvero le retribuzioni dei laureati? Secondo l’a.d. di Jobpricing «dopo i 35 anni. Infatti, si può stimare che in media un laureato aumenti del 60% circa il suo stipendio dal momento di ingresso nel mercato del lavoro ai 50 anni, ma durante questo percorso di crescita il balzo più significativo avviene fra i 35 e i 44 anni. Si tratta di un’accelerazione notevole se la si compara alla progressione retributiva di un non laureato, il cui stipendio cresce del 30% circa in media durante la carriera: se sotto i 25 anni il vantaggio dei laureati è del 12% circa (25,3mila euro contro 22,5mila), dopo i 50 anni si arriva a oltre il 68% (49,1mila euro contro 29,2mila).

Ci vogliono 13 anni per rifarsi dei costi della laurea al Politecnico di Milano e 18 per quella all’università di Cagliari

Sapendo che ci vogliono anni per avere un ritorno sull’investimento, occorre scegliere bene su quale laurea puntare. Secondo Fiorelli le variabili importanti sono due: la disciplina e il tipo di percorso di studio. «Non ci sono dubbi che sia saggio, dal punto di vista occupazionale e retributivo, scegliere le cosiddette discipline Stem: Ingegneria in particolare, in tutte le sue varie forme, offre le maggiori opportunità occupazionali, i migliori stipendi in ingresso nel mercato del lavoro e la crescita salariale più significativa durante la carriera professionale». Tanto per fare un esempio: un ingegnere ha oltre 4 volte le probabilità di essere occupato di un giurista, la sua retribuzione iniziale è superiore circa del 9% e la sua progressione retributiva nell’arco della carriera è almeno dell’80% contro il 54% di chi ha studiato Legge.

Per quel che riguarda il tipo di percorso, i dati dimostrano che la laurea paga e paga tanto meglio quanto più si va avanti a studiare. «Il motivo è chiaro», spiega Fiorelli: «gli stipendi dei laureati sono superiori a quelli degli altri lavoratori non perché la laurea garantisca di per sé stipendi più alti, ma perché è la condizione privilegiata per accedere alle posizioni di rilievo (e quindi meglio pagate) nelle organizzazioni: il 58% dei dirigenti e il 56% dei quadri hanno la laurea». Non solo: la percentuale di dirigenti e quadri, che fra coloro che hanno frequentato solo la scuola dell’obbligo è inferiore all’1%, sale progressivamente al crescere del titolo di studio per arrivare al 48% fra coloro che hanno un master di 2° livello. «Bisogna però sottolineare un aspetto importante: in questo quadro complessivo la laurea triennale, la cosiddetta “laurea breve”, non garantisce ancora differenziali significativi rispetto al diploma di media superiore. Per acquisire il vantaggio retributivo associato alla laurea occorre per lo meno un master di primo livello. È vero, però, che proprio i lavoratori con questo tipo di percorso di studio hanno goduto, nell’ultimo quinquennio, della migliore performance in tema di crescita salariale: se in media la crescita per tutti i lavoratori è stata dell’1,9% per quelli con laurea triennale è stato del 3,2%».

I laureati di Bocconi e Luiss hanno gli stipendi più alti in assoluto e restano al top di mercato anche dopo i 50 anni

C’è un terzo fattore da considerare: quello geografico. Le università del Nord e quelle private hanno senz’altro il migliore rendimento in termini retributivi. «Gli atenei del Nord garantiscono stipendi in media superiori a quelli del Sud di circa il 12% e un laureato in un’università privata arriva a guadagnare in media l’9% in più di chi ha studiato in un’università statale», conferma l’a.d. di JobPricing. «Tuttavia, soprattutto considerando il payback dell’investimento nell’istruzione terziaria, ci sono ottime performance anche per gli atenei pubblici, primi su tutti i politecnici di Milano e Torino».

Se le Stem sono le lauree più premianti in termini di occupazione e di carriera in generale, le lauree economiche comunque restano un percorso remunerativo, sia in termini di retribuzione in ingresso (+3,7% rispetto alla media), che in termini di crescita durante la carriera (+64% fra i 25 e i 54 anni, contro una media del +61%). In questo caso, meglio puntare sugli atenei privati: «Bocconi e Luiss sono casi di eccellenza, dato i loro laureati hanno gli stipendi più alti, non solo fra chi ha studiato scienze economiche, ma in assoluto», conferma Fiorelli. «Già in ingresso nel mercato del lavoro, infatti, queste università garantiscono ai loro ex-studenti retribuzioni più alte della media, che poi, grazie a crescite retributive molto sostenute (+71%), restano al top di mercato anche dopo i 50 anni: un laureato ha in media una retribuzione annuale lorda di 30.400 euro, se si considera la fascia di età 25-34 anni. Uno della Bocconi, in quella stessa fascia anagrafica, guadagna 35.100 euro ed uno della Luiss 33mila euro. Se prendiamo la fascia anagrafica 45-54, mentre la media nazionale è di 49,0K euro, la Ral dei laureati alla Bocconi è di 60mila euro e quella dei laureati alla Luiss è di 57.100 euro». È non è solo una questione di preparazione: quel che contano sono i legami: «Poiché, come si è detto in precedenza, la retribuzione è funzione del percorso di carriera (cioè della probabilità di diventare dirigente o quadro), è indubbio che il valore aggiunto di questi atenei non sia solo la preparazione di alto livello, ma anche il fatto di essere delle “community”. La presenza di molti ex-alumni in posizioni apicali, o comunque qualificate, rappresenta, infatti, un formidabile veicolo di opportunità professionali per chi si laurea in queste università: da un lato rinsalda il legame fra gli atenei stessi e le imprese, con ricadute molto positive in termini di occupabilità; dall’altro crea una fitta rete di relazioni fra i laureati, che a sua volta diventa un moltiplicatore per le prospettive di carriera. Non stupisce, quindi, che per offrire un adeguato payback ai propri studenti, tanto Bocconi quanto Luiss investano molto non solo nella didattica, ma anche nel networking».