La guerra fredda si combatte sul chip

Ecosistema, pagamenti digitali, intelligenza artificiale, investimenti monstre. Altro che Silicon Valley, benvenuti nella Tec…China. Sembra di essere tornati agli anni della Guerra Fredda. Due superpotenze, due schieramenti contrapposti, due leader agli antipodi per modi di fare e convinzioni. Solo che in palio questa volta non c’è il dominio militare del mondo, ma piuttosto il controllo sull’oro del Terzo Millennio, la tecnologia. Così, se da una parte dell’oceano i nuovi padroni del mondo – da Amazon a Facebook, da Google ad Apple, da Microsoft a Netflix – hanno ormai capitalizzazioni da Paesi occidentali, all’ombra della Grande Muraglia si ammonticchiano miliardi di dollari per vincere la partita a doppio binario: il 5G e l’intelligenza artificiale. Gli Usa hanno già perso la corsa allo spazio, almeno in un primo momento, visto che Gagarin passeggiò nello spazio già nel 1961. Poi, certo, fu americana la suola che toccò la luna otto anni dopo, ma si sa che quando si contrappongono due superpotenze è il primato a fare la differenza. E dunque la Cina, un paese che tramite WeChat svolge qualsiasi operazione di uso quotidiano e che ha lanciato la nuova moda nel campo dei video con TikTok – piattaforma di streaming che ha già fatto inarcare più di un sopracciglio in materia di sicurezza informatica.

A Pechino e dintorni Google è un miraggio e per navigare bisogna affidarsi a Baidu. Ma, come detto, sono la nuova rete ultraveloce 5G e l’intelligenza artificiale a far battere forte il cuore di Xi Jinping. Nel 2017, il partito ha lanciato un piano per diventare leader mondiale nell’Ai entro il 2030. Secondo Pechino, infatti, questo settore può contribuire in maniera decisiva alla ricchezza del paese e, soprattutto, al miglioramento di alcune industrie strategiche, come il farmaceutico e il militare. D’altronde, l’ex Celeste Impero offre condizioni perfette per puntare forte sulle nuove tecnologie. Prima di tutto perché ha una platea infinita di utenti: ha 1,43 miliardi di abitanti, ma soprattutto 1,32 miliardi di persone connesse, il 92% del complessivo, un rapporto sbalorditivo. Che fa impallidire non soltanto il 75% (durante il lockdown) registrato in Italia, ma anche l’86% degli Stati Uniti. Gli acerrimi nemici che hanno inventato la Silicon Valley, tra l’altro, hanno dovuto subire lo smacco di vedere una start-up cinese, SenseTime, ottenere la palma di azienda innovativa con la maggiore valutazione, 4,5 miliardi di dollari. Gli atout della Cina non si fermano soltanto alla pervasività di internet: lo scorso anno il settore dell’e-commerce del Paese ha fatto registrare poco meno di 35mila miliardi di yuan di transazioni, ovvero quasi 5mila miliardi di dollari, facendone ovviamente il primo mercato al mondo. I pagamenti transati sono stati 250mila miliardi di yuan. Un’enormità.

Lenovo ha inglobato la divisione pc di Ibm già nel 2005, mentre nel 2014 ha rilevato Motorola da google riportandola in utile

La riprova che la nuova guerra fredda si gioca e si giocherà soprattutto a livello tecnologico arriva dal fatto che la pandemia di Covid-19 ha rallentato molta parte dei progetti infrastrutturali che ricadono sotto il nome di Bri, la Belt and Road Initative che dovrebbe essere una novella via della seta. Ma, contestualmente, hanno accelerato i progetti digitali della Vsd, la Via della Seta Digitale, che poggia su investimenti sostanziosi in connettività (fibra ottica e 5G) e, appunto, intelligenza artificiale. Secondo Clayton Cheney dell’Università di New York in un intervento sulla rivista dell’Ispi, la Cina «sta concentrando ingenti investimenti nazionali per diventare leader nelle alte tecnologie e in quelle a duplice uso, in particolare l’Ai, l’informatica quantistica e la tecnologia satellitare. Ha dato priorità alla creazione di zone di libero scambio digitali e all’espansione delle piattaforme di pagamento digitale all’estero. Sta esportando la sua visione delle norme cyber e della governance dello spazio digitale attraverso istituzioni multilaterali e impegno diplomatico, con l’obiettivo di promuovere il principio di sovranità cibernetica. Infine, la Cina sta largamente investendo nelle smart city, sia a livello nazionale che all’estero, che avranno la funzione di nodi lungo la Vsd e metteranno insieme le quattro anime del progetto. Il Paese si è fatto pioniere nel settore delle smart city, con circa 500 dei mille progetti all’attivo in tutto il mondo avviati proprio in Cina, e sta ora spostando l’attenzione verso la creazione di smart city all’estero attraverso le sue più importanti società tecnologiche».

Proprio le società tecnologiche sono l’arma più potente nelle mani di Pechino. Di Huawei e della partita sul 5G si è già detto molto sia per quanto concerne l’ostracismo anglosassone, sia per quanto riguarda l’apertura del governo italiano. Ma basta anche solo pensare a Lenovo. Fondata nel 1984 in Cina, con un capitale di appena 25mila dollari, ha saputo crescere in modo talmente rapido da poter comprare – e inglobare – la divisione pc di Ibm già nel 2005, divenendo il primo produttore al mondo di computer (scalzato secondo alcuni analisti da Hp nei mesi scorsi) e il quarto produttore di smartphone dopo aver rilevato Motorola da Google, nel 2014, per tre miliardi, riportandola in utile dopo anni di “profondo rosso”.

E dunque dimentichiamoci testate nucleari e missili intercontinentali: il prossimo campo di battaglia sarà rigorosamente digitale. Ma non per questo meno temibile.

Intanto Xiaomi si lancia alla conquista del Belpaese

«Siamo ormai stabilmente il terzo player nel mercato della distribuzione in Italia, nonostante siamo arrivati soltanto due anni fa. E la nostra provenienza cinese, nonostante ci sia qualche fase “sospettosa” non ha influito sui risultati. Anzi». Davide Lunardelli, head of marketing Xiaomi Italia, racconta a Economy quale sia la ricetta della crescita dell’azienda, nata dieci anni fa e arrivata all’attenzione di pubblico e critica grazie a smartphone economici ma con dotazioni tecnologiche di livello. Oggi è al 384° posto nella classifica di “Forbes Global 2000”. In Italia ha una quota di mercato del 16% nel comparto dei telefonini e ha triplicato le vendite in un anno.

Lunardelli, come avete vissuto questi mesi?

La crisi non è ancora finita, ma fortunatamente il nostro essere un brand cinese non ha influito sulla percezione del pubblico. Ci siamo impegnati molto per essere un brand responsabile fin da subito, abbiamo fatto smart working in tempi “non sospetti”, abbiamo chiuso i nostri store fisici prima dell’obbligo e abbiamo donato mascherine prima ancora che si conoscesse l’importanza dei dispositivi di protezione individuale.

In Italia siete il terzo fornitore dopo Samsung e Huawei: segreti? Ricetta?

È un risultato doppiamente incredibile perché venuto nonostante non abbiamo speso più degli altri in pubblicità. Abbiamo saputo creare un buon rapporto con la clientela, abbiamo diversi fan club in Italia e abbiamo creato una community online che poi si è trasformata in fisica. Abbiamo undici store e puntiamo ad aumentarne il numero perfino in questo disgraziato 2020.

Qual è il vostro segno distintivo? Il prezzo? I valori?

Siamo conosciuti per il rapporto qualità/prezzo, ma la gente ha imparato a capire che facciamo sul “serio”, vogliamo davvero portare innovazione e portare tecnologia anche a costi accessibili. Ora abbiamo il nostro primo prodotto di punta (il Mi 10 Pro, ndr) che viene venduto a una cifra “insolita” per noi. Ma volevamo far vedere che ci siamo anche nella fascia alta. La nostra promessa, comunque, è di non guadagnare mai più del 5% sull’hardware.

Come sarà lo smartphone del futuro? Proseguirà ancora la corsa agli schermi sempre più ampi?

Secondo me la vera direzione è quella della semplificazione, il telefono deve diventare un hub che possa controllare sempre più cose, non tanto una fun factory. Con il 5G avremo un’ulteriore spinta in questa direzione, con il nostro partner Qualcomm stiamo lavorando sull’AIoT, l’Artificial Intelligence of Things, abbiamo 250 milioni di dispositivi già connessi e con le nuove reti questo numero aumenterà in maniera esponenziale.

Il Covid-19 ha cambiato le abitudini di acquisto degli smartphone?

Non credo. In Italia siamo ancora abituati a comprare i telefoni in modalità “offline”. Poi, certo, c’è stata una bella accelerazione causa lockdown, e questo è positivo. Ma c’è ancora un problema di mentalità.

Il Coronavirus ha anche cambiato la mobilità. Voi vi state lanciando nel settore dei monopattini elettrici: che aspettative avete?

Non usare le automobili per due mesi ha abbattuto le emissioni e ha colpito in maniera profonda le persone. Certo, aiutano gli incentivi previsti dal governo, ma c’è anche la curiosità di provare qualcosa di differente dopo uno shock senza precedenti. Lanceremo altri due modelli di monopattini elettrici a breve, e stiamo pensando anche di entrare nel business delle e-bike. È sempre stata nei nostri piani, ma si tratta di un prodotto non banale su cui stiamo lavorando, senza tempistiche precise.