Riso basmati e telefonini di ultima generazione tipo l’I-phone 15. L’India, questo nuovo gigante economico del mondo globale – cresce del 7% l’anno, più della incartapecorita Cina vittima del neo-statalismo del regime comunista di Xi Jingping – ha aperto due fronti di guerra commerciale: uno contro Pechino per rubargli il posto di “fabbrica del mondo” come si diceva all’inizio della globalizzazione, e il secondo contro il Pakistan per rubargli il controllo dell’ “oro dell’Himalaya”, il riso basmati, cicchi bianchi e profumati, ingrediente indispensabile della cucina etnico-globale, che cresce solo alle pendici dell’Himalaya e che, solo l’anno scorso, ha fatto registrare un attivo di 4,3 miliardi nella bilancia dei pagamenti di New Delhi. Due partite apparentemente distantissime, eppure intrecciate nelle strategie egemoniche dei nuovi giganti del cosiddetto Grande Sud del mondo con cui, bongré malgré, bisogna fare i conti.

Cominciamo con la guerra del riso basmati che, in ordine di tempo, è l’ultima che oppone New Delhi a Islamabad, nemiche fin dai tempi della divisione del subcontinente indiano alla fine della dominazione inglese (basti qui ricordare la reciproca rivendicazione, spesso a colpi di cannone e di sparatorie di confine, della regione del Cachemire, sempre nell’area himalayana).

Ed è proprio qui, sulle colline del tetto del mondo, che cresce il riso basmati il cui nome appare per la prima volta in un poema del poeta sufi Waris Shah, originario del Punjab, quindi in territorio ora pakistano anche se la registrazione del nome risale al 1933 durante il periodo della colonizzazione britannica, quando tutta l’India era “the Jewel in the Crown”, il gioiello della Corona.

Insomma, dal punto di vista del “terroir” il riso basmati, questo nuovo gioiello della cucina etnica, nasce in Pakistan, oggi potenza nucleare mussulmana, ma è l’India a fare i primi passi nello sviluppo agronomico delle coltivazioni e a fare del riso profumato una delle prime risorse dell’export agroalimentare del Paese sviluppando alcuni ibridi (il pusa basmati 1121 e il pusa basmati 1509) più resistenti e con maggiori performance (6 tonnellate di riso per ettaro) e arrivando a venderne per 4,3 miliardi di dollari l’anno in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Europa.

Ed è proprio qui, nel Vecchio Continente, che il governo di New Delhi lancia, a febbraio scorso, una intensa ed efficace campagna di difesa del prodotto a cominciare dalla richiesta alle autorità di Bruxelles del marchio Igp (Indicazione geografica tipica) che permetterebbe agli agricoltori indiani di utilizzare in esclusiva il nome di “riso basmati” con conseguente aumento dei prezzi così com’è accaduto con certe varietà di tè indiani dopo la concessione del marchio Igp e così com’era accaduto negli anni ’90 quando India e Pakistan, quella volta alleati, si opposero in tribunale alla pretesa del Texas di commercializzare una varietà di riso basmati “made in Texas” e vinsero.

Ora India e Pakistan sono divisi. Per ragioni politiche oltre che agronomiche. Il governo di New Delhi ha investito molto in ricerca e sviluppo e grazie al lavoro dell’Indian Agricultural Research Institute ha messo punto varietà di riso basmati con rendimenti più alti (da 2 a 6 tonnellate per ettaro) e con periodi di maturazione più corti (135 giorni invece di 160) che consentono di avere due raccolti l’anno e anche di risparmiare acqua (le nuove piante sono resistenti ai parassiti). Tutte cose che il Pakistan non ha fatto e che, per questo, ha dovuto cedere il primo posto di paese esportatore all’India (che oggi, come detto, vende 4,5milioni di tonnellate di basmati in tutto il mondo) conservando il primato delle vendite solo sul mercato europeo (200mila tonnellate, il doppio dell’export indiano).

Primato che Islamabad ora teme di perdere dopo la richiesta del governo di New Delhi alle autorità di Bruxelles di avere in esclusiva l’etichetta Igp per il proprio riso basmati. Per questo si oppone, trovando un alleato (neanche tanto imprevisto) nel Nepal che produce anch’esso il riso profumato himalayano seppure in quantità minime rispetto ai due giganti India e Pakistan.

Bruxelles non sa che fare, vorrebbe proporre una “solution équilibrée” come dice Delphine Marie-Vivien, esperta di indicazioni geografiche tipiche alla Direzione agricoltura dell’Ue. Perché il rischio è che il nome “basmati” non protetto diventi un “nome comune” e questo dovrebbe spingere i due Paesi nemici a trovare un’intesa ma, al momento, non è aria.

Il governo nazional-populista indù di Narendra Modi è convinto, con la forza delle sue relazioni internazionali, di poter battere non solo il Pakistan nella partita del riso basmati, ma anche – pensate un po’ – la ben più potente Cina nell’assemblaggio e nell’esportazione dei nuovi telefonini e dei prodotti dell’elettronica di consumo. E qui siamo all’altra guerra commerciale.

Il mercato sembra dar ragione al governo di Modi: Apple ora assembla qui il suo ultimo I-phone 15, Google il suo telefonino Pixel 8 e Samsung il suo avveniristico Galaxy 24, quello con l’intelligenza artificiale che ti fa trovare subito, con uno scroll sul video, il prodotto che cerchi. “Le multinazionali dell’hi-tech sono passati alla velocità superiore” fa notare con soddisfazione Piyush Goyal, ministro del commercio, fedelissimo del leader indù (e figlio d’arte, suo padre e sua madre erano entrambi membri del parlamento regionale di Mumbai). E cita il caso di Apple: oggi il 14% degli I-phone venduti nel mondo sono assemblati in India ed entro il 2024 questa percentuale arriverà al 25%. È la prova che la promessa fatta da Modi nel lontano 2014, nel suo primo discorso di insediamento (“Farò dell’India la prima fabbrica del mondo”), si sta realizzando. Grazie ad un piano di politica industriale (si chiama infatti “Make in India”) che mixa con spregiudicatezza vincoli all’importazione (obiettivo: i componenti industriali prodotti in Cina) e sovvenzioni all’export (22 miliardi di dollari a vantaggio di 14 settori-chiave come l’industria dei telefonini, l’industria farmaceutica che fabbrica molecole-base per le multinazionali del farmaco, e il settore automotive).

La sfida, come si diceva all’inizio di questa rubrica, è con il colosso cinese il cui export rappresenta ancora il 30% del valore aggiunto mondiale ma che sta attraversando un periodo di crisi economica profonda come s’è visto con la cancellazione della conferenza stampa del primo ministro Li Qiang, fedelissimo del segretario del partito comunista Xi Jingping e feroce esecutore della politica “zero Covid” ai tempi della pandemia, il quale nella sessione di bilancio del parlamento cinese, ai primi di marzo, ha annunciato una crescita di appena il 5% nel 2024 mentre l’jndice della Borsa (il CSI) ha perso l’11% nel 2023 in assoluta controtendenza rispetto alle piazze finanziarie mondiali, tutte in modalità-Toro.

Non solo: nel 2023 la Cina ha dovuto registrare una fuga di capitali internazionali “spettacolare” (l’aggettivo è del Financial Times): 68 miliardi di dollari hanno lasciato il paese di Xi Jingping e gli investimenti stranieri sono crollati al livello più basso dal 1993. “La Cina somiglia sempre di meno a una economia di mercato” ha scritto nel suo paper il capo economista di Natixis Asia Alicia Garcia Herrero. La Cina è diventato un paese “uninvestable”, un posto dove è sempre più difficile investire, scrivono nei loro paper i grandi fondi di investimento americani e qualcuno si è spinto fino a immaginare un “grande divorzio tra la Cina e il mercato”.

Un Paese, scrive il quotidiano Le Monde, tornato alle sue radici leniniste in cui l’interesse che conta è quello del partito comunista e non lo Stato. Altro che riforme economiche e crescita. La perquisizione della polizia negli uffici di Bain&Cuneo a Shangai fa ancora tremare (a distanza) Wall Street. Ecco perché New Delhi con il 7% di crescita annunciata sogna il sorpasso. Anche se, alla fine, il Globalista si domanda: quanto a furore ideologico, che differenza c’è tra il comunista Xi Jingping e il nazional-populista Modi?

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.

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