Adesso gli investitori temono un'epidemia su scala mondiale

Va così, avanti e indietro, stop & go, “lassa e pigghia” (letteralmente: lascia e piglia, espressione del dialetto siciliano che consentirete al vostro Globalista che ha le sue radici nell’isola). La vicenda della globalizzazione/mondializzazione, a cui è dedicata questa rubrica, va avanti così da almeno tre secoli e non sembri esagerazione.

All’inizio del Settecento, il secolo dei Lumi, per dire, Montesquieu, il filosofo francese padre della democrazia moderna (e in questi tempi di populismo arrembante e di fascinazione per dittature autocrazie e putinismi vari varrebbe la pena di rileggere “Des esprits des loix”e le “Lettres persianes”, satira pungente della monarchia assoluta e dei suoi costumi) era profondamente convinto che liberalismo, libero scambio e globalismo (termine allora sconosciuto ma che il filosofo illuminista avrebbe certamente apprezzato) fossero le premesse, o le pre-condizioni, per assicurare pace e benessere generale. Era il “doux commerce”, come lo definiva il filosofo con termine davvero incomparabile, a produrre la pace: “L’effet naturel du commerce est de porter à la paix”, scriveva, perché due nazioni che commerciano e si scambiano i loro prodotti hanno un solo interesse, comprare e vendere, e non farsi la guerra. Due secoli dopo, nel 2000, il “doux commerce”di Montesquieu  il libero scambio di merci, di servizi e di capitali, sarebbe arrivato al suo apogeo con l’ingresso della Cina nel Wto salutato dal presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, con parole ispirate: «Con la Cina nel Wto inizia una nuova era nella storia dei diritti dell’uomo e delle libertà politiche». E di lì a poco, nel 2005, Thomas Friedman, saggista e columnist del New York Times, avrebbe rafforzato l’ottimismo clintoniano con la profezia secondo cui «due Paesi che fanno parte delle stesse catene internazionali del valore non si faranno mai e poi mai la guerra».

Sappiamo che non è andata così. Che nel 1914, con lo scoppio della Prima guerra mondiale, si concluse tragicamente la lunga stagione della globalizzazione che aveva caratterizzato la Belle Epoque (dal 1850 al 1914, data dell’assassinio dell’arciduca austriaco Francesco Ferdinando a Sarajevo). E che, oggi, in questa terribile primavera del 2020, si è conclusa anche la seconda globalizzazione iniziata con il crollo del Muro di Berlino (1989) e il disfacimento dell’Urss (è qui che si colloca la famosa “fine della storia” dell’economista Francis Fukuyama) e finita con l’invasione dell’Ucraina, i deliri neo-imperiali del nuovo zar del Cremlino e la morsa delle sanzioni con cui l’Occidente punta a isolare la Russia dal consorzio economico dei Paesi sviluppati. Il prezzo pagato per la fine del “doux commerce”, nel 1914 con la prima guerra mondiale, e oggi con la guerra in Ucraina, è stato altissimo: non solo l’import-export internazionale è crollato (con conseguenze drammatiche sulle economie europee, che avrebbero portato all’avvento dei fascismi negli anni ‘30 e quindi al secondo conflitto mondiale), ma anche il vecchio sistema monetario, fondato sulla convertibilità dell’oro, si è infilato in una crisi conclusasi nel 1944 con gli accordi di Bretton Woods e l’egemonia globale del dollaro.

Sarà così, se non peggio, oggi con la guerra in Ucraina? Certamente la globalizzazione sta conoscendo una pesantissima battuta d’arresto. E questo nonostante le profezie di Clinton e di Friedman nel 2000 (già citati) e, andando all’indietro, “The Great Illusion” del politologo britannico Norman Angel che nel 1909, alla vigilia della guerra, pubblicò un saggio, La Grande Illusione, la cui tesi era appunto l’impossibilità del conflitto tra nazioni legate dal network globale dei commerci, insomma globalismo e libero-scambio come garanzia di pace.

Né le due guerre mondiali né la guerra doganale dell’ex presidente Trump contro Pechino (2018, dazi saliti di colpo dal 3 al 19% sul “made in China”) sono la chiave giusta per capire la “fine della globalizzazione” post-24 febbraio 2020, data dell’invasione dell’Ucraina. Certo, Putin ha rovesciato il tavolo della politica mondiale, ma non tutte le conseguenze della sua azione sono negative. Intanto diciamo che Putin, che fino a poco tempo fa era considerato il punto di riferimento di tutti i populismi europei (e qui basta citare il nostro Salvini “Scambio due Mattarella con mezzo Putin” e il neocandidato francese dell’ultradestra, Eric Zemmour, che quando scriveva sul Figaro si augurava l’arrivo all’Eliseo di “un Putin francese”), oggi non è più un modello ma solo un despota che massacra un popolo e che minaccia l’utilizzo della bomba atomica (in Europa!). Con la conseguenza – s’è visto – di spingere i Paesi dell’Unione Europea a essere solidali nell’applicazione delle sanzioni e convincerne altri, Finlandia e Svezia, a rivedere il loro tradizionale, storico neutralismo. 

Perfino un altro despota non dissimile da Putin, il ras di Istanbul Erdogan, ora prova a navigare tra Washington (la Nato di cui la Turchia fa parte) e Mosca. E, per chi ha memoria storica e buone letture, sembra di vedere il Caudillo spagnolo Francisco Franco che, alla vigilia della guerra, si dichiarava amico di Hitler ma preferiva non farsi vedere a Berlino e già pensava a dopo, a trattare con gli americani (i quali, infatti, non invasero la Spagna via Pirenei nel 1945 e lo lasciarono al potere fino al 1978). Erdogan bacia la pantofola di Putin ma poi non nega i suoi droni (a quanto pare, efficacissimi) all’esercito ucraino.

Insomma, il risultato del 24 febbraio è: meno populismi in Europa e meno putinismo nel mondo. E perfino la Cina, che avrebbe tutto da guadagnare dalla fine delle tensioni e dalla ripresa dei commerci mondiali (quest’anno il suo pil è stimato in crescita del 5% e le sue fabbriche girano a pieno regime, unico nemico il Covid), potrebbe riconsiderare la sua politica verso Taiwan. Certo, i suoi jet si fanno vedere nei cieli di Taipei. Ma copiare Mosca e invadere l’isola, questo no: la potenza commerciale più grande del pianeta non può permetterselo: the business must go on!

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.

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