Il rapporto tra politica e banche centrali torna al centro dell’attenzione internazionale. Negli Stati Uniti il dibattito sulla Federal Reserve non riguarda più soltanto il livello dei tassi d’interesse, ma investe direttamente il ruolo dell’istituzione e la sua capacità di assumere decisioni indipendenti dalle esigenze della Casa Bianca. Un tema destinato ad accompagnare i mercati anche nei prossimi mesi.

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Le indicazioni arrivate da Jackson Hole hanno infatti raffreddato l’idea che la politica monetaria americana possa trasformarsi rapidamente in uno strumento di sostegno alla crescita. La priorità rimane la stabilità dei prezzi. Con un’inflazione ancora superiore all’obiettivo del 2%, la banca centrale non sembra intenzionata ad assecondare automaticamente le aspettative di chi vorrebbe condizioni finanziarie molto più espansive.

È un passaggio importante anche per gli investitori. Negli ultimi anni i mercati hanno spesso costruito con largo anticipo aspettative di riduzione dei tassi, salvo poi correggerle quando i dati macroeconomici hanno mostrato una maggiore resistenza dell’inflazione. Oggi il rischio potrebbe essere esattamente lo stesso: attribuire alla politica un’influenza sulla Fed superiore a quella che concretamente riesce a esercitare.

L’autonomia delle banche centrali, del resto, rappresenta uno degli elementi sui quali si fonda la credibilità della politica monetaria moderna. Se famiglie, imprese e mercati finanziari iniziassero a ritenere che i tassi vengano determinati principalmente sulla base delle esigenze del governo, potrebbero aumentare le aspettative d’inflazione. Il risultato sarebbe paradossale: nel tentativo di ottenere rapidamente denaro meno costoso si rischierebbe di spingere verso l’alto i rendimenti a lungo termine.
Ed è proprio qui che si gioca una parte importante della partita americana. La Casa Bianca può esercitare pressioni per avere una politica monetaria favorevole alla crescita, ma non controlla automaticamente il comportamento degli investitori. Se il mercato obbligazionario percepisse un indebolimento della credibilità anti-inflazionistica della Fed, potrebbe chiedere rendimenti più elevati sui Treasury. Mutui, finanziamenti alle imprese e costo del debito pubblico potrebbero quindi restare elevati anche in presenza di una riduzione dei tassi ufficiali.

La questione dell’indipendenza della banca centrale assume così una dimensione molto concreta. Non è soltanto una disputa istituzionale tra Washington e Federal Reserve: riguarda il prezzo del denaro, le valutazioni azionarie, il mercato obbligazionario e indirettamente l’intera economia mondiale.

Per Wall Street la situazione presenta aspetti contrastanti. Tassi elevati più a lungo rappresentano teoricamente un ostacolo alle valutazioni delle società maggiormente orientate alla crescita, perché aumentano il tasso utilizzato per attualizzare gli utili futuri. Dall’altra parte, una Fed determinata a preservare la propria credibilità può rappresentare un elemento di stabilità, soprattutto in una fase nella quale le quotazioni di alcuni comparti incorporano aspettative particolarmente elevate.
Anche l’Europa deve osservare attentamente quanto accade negli Stati Uniti. Una politica monetaria americana più restrittiva del previsto può influenzare i flussi internazionali di capitale, i rendimenti obbligazionari e il cambio euro-dollaro, restringendo indirettamente le condizioni finanziarie anche nel Vecchio Continente. Le decisioni della Fed hanno ormai conseguenze che vanno ben oltre i confini americani.

La vera novità di questa fase potrebbe quindi essere la riscoperta di un principio apparentemente scontato: cambiano presidenti e maggioranze politiche, ma una banca centrale credibile deve continuare a rispondere soprattutto ai dati economici.
Per gli investitori significa abbandonare l’idea di una traiettoria dei tassi già scritta. Inflazione, mercato del lavoro e crescita torneranno a determinare le aspettative riunione dopo riunione. Ed è probabilmente questo il messaggio più significativo arrivato da Jackson Hole: la politica può chiedere tassi più bassi, ma l’ultima parola sulla politica monetaria continua ad appartenere alla Federal Reserve.