Nel day-after del doppio salto mortale di Luigi Lovaglio e del suo Monte dei Paschi di Siena contro l’Opas di Intesa, arriva subito una battuta d’arresto: formale, sottile, però c’è. Il cda di Banca Generali si è riservato di esprimersi sull’offerta, prendendosi il tempo necessario per una valutazione approfondita, e questo era ovvio che accadesse; ma ha tenuto a precisare che l’operazione non era stata né preannunciata né tantomeno concordata. Stesso mood dalla controllante di Banca Generali, il colosso assicurativo di Trieste, che riunirà nei primissimi giorni della prossima settimana il proprio consiglio di amministrazione. C’è da credergli: col climaccio che c’è, tra fari della Procura e ispezioni Consob, meglio non dire bugie. E dunque, Lovaglio non aveva concordato nulla sul fronte triestino.
La Borsa, intanto, si è già espressa: alla doppietta crede poco o niente. Mps ha guadagnato circa lo 0,4%, Banco Bpm ha perso lo 0,18% e Banca Generali ha ceduto il 3%, dopo aver aperto a 69,40 euro ed essere scesa sotto quota 67: ben al di sotto dei 74,284 euro impliciti nell’offerta. Equita, advisor di Intesa, individua nell’execution risk la criticità principale. Mps dovrebbe infatti gestire contemporaneamente il completamento dell’operazione Mediobanca, l’aggregazione con Banco Bpm e l’acquisizione di Banca Generali. Non proprio ordinaria amministrazione.
C’è poi un altro elemento. Secondo Equita, il titolo Mps incorpora già il premio implicito nell’offerta di Intesa: imboccare la strada alternativa significherebbe quindi rinunciare a quel valore, scommettendo sulla capacità di Lovaglio di realizzare un disegno industriale molto più complesso e certamente più rischioso.
Anche sul fronte Consob la temperatura sta salendo. Intesa sta effettuando approfondimenti sulle comunicazioni diffuse da Mps e valuta di presentare all’autorità osservazioni a tutela dell’integrità del mercato. Nel frattempo prepara l’assemblea del 10 settembre chiamata ad approvare l’aumento di capitale al servizio dell’Opas, il cui documento è depositato dal 27 giugno.
Le offerte di Mps sono subordinate all’autorizzazione assembleare prevista dall’articolo 104 del Testo unico della finanza, la cosiddetta passivity rule, al raggiungimento di una soglia minima di adesioni pari al 50% più un’azione e all’ottenimento delle necessarie autorizzazioni regolamentari. Il perfezionamento è atteso entro la metà di febbraio 2027.
Il primo ostacolo sarà però proprio l’assemblea. Per procedere serviranno i due terzi dei voti: un obiettivo impegnativo per una compagine azionaria che ha già mostrato una scarsa amalgama, con Delfin e Francesco Gaetano Caltagirone schierati su fronti opposti nell’appuntamento dello scorso aprile.
Da Parigi, intanto, Crédit Agricole ha opposto un laconico «no comment». Ma il gruppo francese, che controlla poco meno di un terzo del Banco, aveva già manifestato dubbi sullo spazio disponibile per creare valore attraverso questa combinazione, mostrando di preferire un’aggregazione fra Banco Bpm e Crédit Agricole Italia. È difficile immaginare che possa accogliere con entusiasmo un’offerta alla pari che non gli riconosce alcun premio.
L’operazione avrebbe inoltre conseguenze rilevanti sulla governance di Generali. La redistribuzione della partecipazione porterebbe Delfin al 10,94% del Leone e Caltagirone al 6,93%, rafforzando due soci che negli ultimi anni hanno ripetutamente contestato la gestione della compagnia e gli equilibri costruiti intorno a Mediobanca. E porterebbe la stessa Mediobanca sotto il 9% E le Generali tornerebbero azioniste del Montepaschi che quindi, per la legge sulla limitazione delle partecipazioni incrociate al 2%, dovrebbe appuntoi cedere sul mercato un 7% delle Generali, riaprendo i giochi sul controllo del colosso, dentro il cui capitale sonnecchia peraltro un altro grande gruppo, Unicredit, con l’8%. Insomma: non si consoliderebbe davvero Generali, si destabilizzirebbe Mps e Banca Generali potrebbe star bene ma sta certo benone anche dov’è adesso…
Lovaglio ha precisato che le due offerte non sono condizionate l’una all’altra. La puntualizzazione protegge Mps dal rischio che il fallimento di una gamba faccia automaticamente cadere anche l’altra, ma rende ancora meno immediata la lettura del progetto finale: non è chiaro quale banca nascerebbe se soltanto una delle due operazioni andasse in porto e quali sarebbero, in ciascuno scenario, capitale, governance e sinergie effettivamente conseguibili.
Palazzo Chigi ha applaudito la mossa e le prese di posizione politiche continuano a moltiplicarsi. Ma il sostegno del governo non risolve i problemi industriali, finanziari e assembleari. Sullo sfondo pesa inoltre la coincidenza temporale segnalata dal Sole 24 Ore: l’iniziativa arriva alla vigilia delle decisioni della Procura di Milano sull’inchiesta relativa all’operazione Mps-Mediobanca.
















