Se esistesse un termometro delle libertà, tutte considerate, il pianeta terra risulterebbe malatissimo, affetto proprio da una febbre da cavallo. Dove non regnano le dittature classiche, militari o religiose che siano – Cina, Russia, Iran, Corea, Cuba e tanti altri Paesi – ma sanguinarie e liberticide. Dove invece per nostra fortuna i satrapi del crimine non regnano… regna invece la dittatura del profitto.
La dichiarazione universale dei diritti umani, approvata dall’Onu a Parigi il 10 dicembre del 1948, è stata nei fatti abrogata e sostituita da uno statuto non scritto, con un solo articolo: “Ogni cosa nelle società di mercato viene dopo la creazione del profitto”.
Nvidia, la società americana specializzata nei microprocessori-chiave per l’intelligenza artificiale, nel 2025 ha avuto ricavi per 215,9 miliardi e utili per 117. Ossia ogni 100 dollari fatturati, l’azienda ne ha tenuti in tasca 54.
Per l’attuale senso comune del capitalismo finanziario di culto americano, giunto alla sua apoteosi nella fase tecno-autocratica di Donald Trump e dei suoi sostenitori della Silicon Valley, va benissimo così. Poco importa che simili risultati si spieghino solo in ragione di una sostanziale sospensione della concorrenza. Poco importa che l’espansione esplosiva dell’Ai prosegua senza un briciolo di riflessione – non diciamo di iniziativa politica preventiva, ma almeno dibattito – sull’impatto della nuova era tecnologica sulla redistribuzione dei redditi.
Attenzione: il caso limite di Nvidia non è però che l’avamposto di un fenomeno pervasivo. Che ha contagiato tutti i settori, in tutto il mondo. Anche i settori tradizionali. Prendiamo il caso delle grandi banche, attori titolari di ferree privative (non può “far banca” chiunque!) e soggetti a rigidissime norme, che in fondo li stratutelano dai rischi.
Il settore ha visto crescere nel 2025, in media, i suoi profitti del 10% rispetto a un 2024 già ricco. Anche in Italia le prime 10 banche sono cresciute altrettanto. I due principali istituti di credito, Intesa e Unicredit, hanno chiuso ottimi bilanci, minimizzato i rischi – che peraltro con le regole Bce anche volendo è difficile assumere – pagato pingui dividendi e annunciando per i prossimi anni dividendi ancora più ricchi. Bene, benissimo.
Ma qualche voce – per esempio la First-Cisl, macchia di colore distonica in un ambiente sindacale dalla tinta giallina – ha ricordato i danni della desertificazione bancaria, con il 43% dei comuni italiani ormai privi di uno sportello; e che l’organico delle banche è in calo costante in tutto il mondo, ma in Italia di più, l’anno scorso del 3,8%. E i pur bravissimi gestori di queste e altre banche molto profittevoli non sembrano ricevere dai loro azionisti, peraltro prevalentemente fondi internazionali, l’invito a riflettere se tanto pay-out non sia… troppo. Ossia se non si potrebbero destinare fette maggiori di quegli utili ad altre finalità, oltre o piuttosto che a simili dividendi: meno tagli di posti e di filiali e più impieghi, banalmente.
Ciò che va alle rendite suscita applausi e accresce il valore di Borsa delle società. Ciò che va al business assai meno, o per niente.
È ormai quotidiano l’allarme sull’impatto devastante per l’occupazione intellettuale di medio livello che sta già avendo l’Intelligenza Artificiale. In Italia una prima sentenza ha confermato la validità di un licenziamento effettuato esplicitamente per l’avvenuta sostituzione della risorsa umana con un software di AI.
E da più parti, sono proprio i guru delle nuove tecnologie a sollevare l’allarme sociale sull’effetto dei loro prodotti, quasi a lavarsene le mani con i politici: “Ve l’abbiamo detto, tocca a voi!”. Ipocriti fino alla tadice dei capelli: ma almeno parlano.
Anche un tipo che non parla mai e non pare neanche troppo preoccupato della modesta trasparenza sui dettagli del suo agire imprenditoriale, Andrea Pignataro sembra preoccupato! Padrone dell’impero Ion, ossia di Cerved, Cedacri, Prelios, List e un’altra trentina di aziende, quasi tutte di software, neobattezzato “uomo più ricco d’Italia”; dove non a caso non vive più da trent’anni, come del resto il Giovanni Ferrero, che ha superato… Pignataro ha deciso di uscire allo scoperto denunciando che “le aziende «stanno nutrendo gli stessi sistemi che stanno imparando a renderle superflue»: tranqulli, non è un rigurgito di altruismo, è che Pignataro vende in sostanza licenze software, e l’ultima trovata di Anthropic, l’Ai dell’italo americano Amodei ribattezzata Claude, ha dimostrato che l’industria del software, basata sull’affitto delle licenze d’uso, vedrà presto evaporare questo suo filone di ricavi perché dove oggi di licenze ne occorrono cento domani ne basterà una, intelligente.
La politica occidentale – sì, sì, quella di noi fortunati Paesi democratici – non è più attenta a questo scenario di “epidemia” attiva – di quanto sia attenta l’Fbi ai files segretati di Trump sull’isola di Epstein o la polizia segreta di Kim Jong Un, il dittatore coreano, ai vizietti del medesimo. Ossia: per la Casa Bianca come per l’Eliseo, per la Cancelleria Tedesca, Downing Street o Palazzo Chigi, il manovratore hi-tech non va disturbato.
E a proposito: il Digital Act europeo – pomposamente partorito dalla Commissione Torsola Von der Meyer nell’ottobre del 2022 – sta alla dittatura del profitto come il dito del piccolo eroe di Harlem sta all’inondazione del Mare del Nord in terra d’Olanda. Tradotto per chi non avesse letto il racconto di Guido Gozzano, il Digital Act non serve a un tubo.
E dunque: contro la dittatura del profitto è sperabile una rivoluzione? Avremo una Presa della Bastiglia digitale da parte di qualcuno capace di pensare anche a qualcos’altro, oltre che ai dividendi? Improbabile, perché Silicon Valley – in questo ben nutrita delle lezioni della storia – ci ha preventivamente anestetizzato con il rincoglionimento da social, che sta garrotando ogni residuo di esercizio consapevole della democrazia.
No: la dittatura del profitto finirà, e neanche neanche tra troppo tempo, ma per una malattia autoimmune. Quando avremo reso inutile il grosso del lavoro umano, e spezzato il circolo indispensabile della redistribuzione del reddito, nessuno guadagnerà più i soldi necessari a comprare i prodotti del mondo automatico. E i proprietari dei robot, per continuare a venderli e a fare profitti, dovranno rimettere in circolo un po’ di soldi. Certo, ”tecnicamente” la dittatura del profitto non finirà neanche per questo, o almeno non in modo automatico com’è cominciata: ma allora sarà cominciata un’altra storia, e un’altra stagione di rivoluzioni.
















