Dunque riepiloghiamo. Da una settimana la Cia aveva avvisato il mondo che l’Iran avrebbe attaccato Israele con una qualche forma di aggressione missilistica, perché era inverosimile che l’assalto potesse avvenire via terra.

Come se fosse un appuntamento liturgico, come se fosse un Mercoledì delle ceneri islamico, l’esercito iraniano ai comandi dell’84enne Ali Khamenei – un giovanotto – ha puntualmente scagliato questa specie di tempesta aerea contro il territorio israeliano. Il perfetto opposto dell’operazione a sorpresa.

Il via all’attacco ha suscitato una levata di scudi politica e mediatica senza precedenti, superiore anche ai toni da pre-Terza-Guerra-Mondiale che dobbiamo ascoltare dal 7 ottobre 2023 in qua, anzi dal 24 febbraio del 2022, giorno dell’attacco militare terrestre di Putin all’Ucraina.

Gli Usa in particolare, imperatori riluttanti di un mondo che è totalmente diverso da quello che avevano costruito negoziando con Stalin a Yalta nel ’45, hanno fatto finta di uscire dal sarcofago – quell’altro giovanotto di Biden, 82 anni, in specie – promettendo tutela senza condizioni ad uno Stato di Israele che per altri versi fanno finta di biasimare a causa delle crudeltà  messe in atto sulla popolazione civile di Gaza (“danno collaterale” della legittima reazione, ma clamorosamente efferato, come dicono ormai sia l’Onu che gli stessi Usa, addirittura più quanto lo era stato la causa primaria, cioè l’aggressione di Hamas).

All’atto pratico, però – e speriamo senza sèguiti – l’aggressione iraniana a Israele è stata finora riassumibile in una stravagante operazione alla moviola, durante la quale questa flottiglia di oggetti volanti molto bene identificati, levatisi in volo dal territorio dell’Iran, sono stati intercettati e abbattuti al 99% durante la loro trasvolata nei cieli di Giordania, Siria e Iraq verso Israele. “Fantozziano”, si sarebbe detto in italiese, trent’anni fa.

Qui, per favore: ci soccorrano politologi ed esperti di geopolitica. Qualcuno ci spieghi. Perché il regime di Teheran si è esposto a questa colossale figura da cioccolatai? Un po’ come la colonna di carri armati russi lunga 50 chilometri che s’impantanarono nella marcia verso Kiev: un fiasco colossale dell’”operazione militare speciale”, orchestrato da una manica di militari servi del dittatore e quindi senza cervello e senza competenza, che hanno pagato per il loro errore strategico e operativo. Solo che in Ucraina la guerra terrestre è continuata con ben altra efficacia e ne vediamo gli effetti. Ma nel caso di ieri, e speriamo non di domani, i 2000 chilometri di distanza che separano Iran e Israele non sono sormontabili se non dal cielo.

E dunque? Al momento, non risultano pervenute spiegazioni convincenti. Se uno sfoggio di potenza diventa una clamorosa dimostrazione di inconcludenza, se la promessa di tuono si concretizza in una ridicola fetecchia, davvero questa guerra sembra essere stata pensata da un dottor Stranamore di cartapesta: una pernacchia-boomerang. E meno male, vien da dire. Riproveranno con le fionde?

Per carità: mai sottovalutare gli esaltati. Ma il mestiere di questa gentaglia accecata da un fanatismo religioso pari a quello dei crociati cattolici del medioevo, è il terrorismo, peraltro bruttissima bestia: non la guerra aperta, roba tecnologica, di un’altra categoria.

Fa paura piuttosto quel che raccontano i media americani, cioè che l’Iran avrebbe tre bombe atomiche (New York Times, gennaio scorso) capaci di esplodere, e non nelle loro mani mentre le montano. Ammesso che sia vero, fa paura perché è sulla Bomba che si scatena la fantasia nera dei matti.

Ma finora sembra che il desiderio mostruoso dell’Olocausto nucleare non abbia attecchito neanche presso coloro che avrebbero ampiamente i mezzi per scaternarlo, quindi oggi essenzialmente i russi.

L’impressione è che la guerra determinante di questi tempi sia quella di cui non si parla, e ovviamente non se ne parla perché l’informazione globale è dominata dalla Rete, e la Rete è pura fuffa. Cioè che sia la guerra digitale. Che gli americani temono come Dracula l’aglio perché per la prima volta non sono leader strutturali: russi, cinesi e indiani sull’informatica sono un mondo a parte, per niente arretrato rispetto a quello Usa (come sempre, Europa non pervenuta). Tradotto: Sinovac e Sputnik, i vaccini con cui cinesi e russi avrebbero voluto fare a meno dell’odiato aiuto occidentale, si sono rivelati poco più che acqua fresca, sui microchip invece la gara è alla pari.

Ma nel tentare una sintesi oggi – comunque precoce e imprudente, d’accordo – del fallito attacco iraniano a Israele, ci soccorre il cinismo dei mercati finanziari, che continuano ad andare benissimo, sensibili semmai ai tassi, e non ai razzi. Segno che la fine del mondo non è ancora così vicina.

 

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Sergio Luciano, direttore di Economy e di Investire, è nato a Napoli nel 1960. Laureato in lettere, è giornalista professionista dal 1983. Dopo esperienze in Radiocor, Avvenire e Giorno è stato redattore capo dell’economia a La Stampa e a Repubblica ed ha guidato la sezione Finanza & Mercati del Sole 24 Ore. Ha fondato e diretto inoltre il quotidiano on-line ilnuovo.it, ha diretto Telelombardia e, dal 2006 al 2009, l’edizione settimanale di Economy. E' stato direttore relazioni esterne in Fastweb ed Unipol. Insegna al master in comunicazione d’impresa dell’Università Cattolica e collabora al Sussidiario.net.

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