C’è una dinamica positiva negli investimenti immateriali e in ICT e la tendenza riflette il (lento ma) progressivo processo di automazione e digitalizzazione che sta coinvolgendo l’intero sistema economico italiano. Secondo la Direzione Studio e Ricerche Intesa Sanpaolo negli ultimi 20 anni nel nostro Paese si è registrato un trend crescente degli investimenti immateriali (spese in R&S, software e base dati) e in ICT (hardware informatico e apparecchiature per telecomunicazioni), evidenziando un ritmo di crescita più sostenuto rispetto al totale degli investimenti.

Segnali positivi, ma in Europa siamo ancora ventesimi

Nel 2020, ad esempio, nonostante la flessione imposta dalla crisi economica generata dalla pandemia, gli investimenti in ICT si sono posizionati su livelli superiori dell’8% rispetto al 2008 (+21,8% per gli investimenti immateriali) a fronte di un gap sul 2008 di oltre il 20% se consideriamo gli investimenti totali. Malgrado questi segnali di crescita, il confronto con i paesi dell’Area Euro evidenzia ancora un ritardo italiano. Secondo l’indice DESI (Digital Economy and Society Index) della Commissione Europea relativo al 2021 l’Italia si colloca al 20° posto tra i 27 stati dell’UE, con un indice pari a 45,5, sotto la media europea (50,7).

E-government, nel 2020 è aumentata la percentuale di utenti italiani

Emergono tuttavia alcuni segnali positivi in termini di integrazione dei processi produttivi in chiave 4.0, grazie anche al sostegno degli incentivi degli ultimi anni. Nel 2020 l’Italia ha compiuto alcuni progressi in termini di copertura e di diffusione delle reti di connettività, con un aumento significativo della diffusione dei servizi di connettività che offrono velocità di almeno 1 Gbps. La percentuale di utenti italiani che utilizzano servizi di amministrazione online (e-government) è aumentata dal 30% nel 2019 al 36 % nel 2020, ma è ancora nettamente al di sotto della media UE. Anche l’uso dei fascicoli sanitari elettronici da parte dei cittadini e degli operatori sanitari rimane disomogeneo su base regionale. Nel 2020 e nel 2021 si è registrata una forte accelerazione nell’adozione di importanti piattaforme abilitanti per i servizi pubblici digitali da parte delle pubbliche amministrazioni. Il gap più rilevante con i dati europei rimane quello relativo alle competenze, dove il nostro Paese continua ad evidenziare un forte ritardo.

Pmi, quelle digitalizzate sono sopra la media Ue

Il 69% delle PMI italiane ha raggiunto almeno un livello base di intensità digitale, superando la media UE (60%). L’indicatore di e-business, che tiene conto dell’integrazione dei processi produttivi e della diffusione del paradigma 4.0, evidenzia il miglior posizionamento italiano rispetto agli altri paesi europei come Germania, Francia e Spagna. Analizzando le voci dell’indicatore si può osservare come tra le imprese manifatturiere italiane sia mediamente più̀ diffusa la fatturazione elettronica, i servizi di cloud computingad alto valore aggiunto, l’utilizzo di robot industriali e di servizio, di imprese che utilizzano IoT (dispositivi o sistemi interconnessi che possono essere monitorati o controllati a distanza tramite Internet), l’utilizzo di intelligenza artificiale. La fotografia che emerge da questo indicatore delinea una situazione italiana che vede il sistema produttivo pronto a cogliere tutti gli aspetti più innovativi legati a Industria 4.0. Risultato che in parte potrebbe essere spiegato anche dal sistema incentivante sviluppato negli ultimi anni – Industria 4.0 e poi Transizione 4.0 – che sta supportando il processo di trasformazione del sistema produttivo italiano.

Il 38% delle startup italiane opera nel mondo software

In un contesto fortemente innovativo come quello della transizione digitale, il ruolo delle start-up è fondamentale. I dati relativi alle start-up innovative iscritte all’apposito Registro presso la Camera di Commercio confermano l’importanza delle nuove imprese innovative nei settori maggiormente coinvolti nella fornitura di prodotti e servizi destinati alla digitalizzazione. Nell’ultima analisi pubblicata dal Ministero dello Sviluppo Economico, al 1° ottobre 2021 circa 5.300 imprese, quasi il 38% del totale, sono attive nel settore della produzione di software, il settore che risulta di gran lunga il più rappresentato nelle 14mila start-up innovative italiane. Se a queste si aggiungono le start-up innovative attive nella produzione di beni elettronici (328), di macchinari (429) e i fornitori di servizi di telecomunicazioni (1.242), si arriva a fotografare una realtà di oltre 7.300 soggetti altamente innovativi che hanno iniziato la loro attività negli ultimi anni: più della metà delle start-up innovative italiane opera, pertanto, nei settori core della digitalizzazione. Si tratta di uno straordinario bacino di nuove idee e nuove soluzioni che costituiscono un patrimonio fondamentale in questi settori altamente innovativi: circa un terzo delle nuove società di capitali, ovvero quelle costituite negli ultimi 5 anni, è iscritto al Registro delle start-up innovative, quota che sale al 45% per le società di software, nettamente superiore a quanto si riscontra per il complesso dell’economia italiana (3,7%).