Il 31 luglio 2026 un tribunale tedesco applica la legge americana per giudicare la liceità di comportamento di modello di intelligenza artificiale addestrato negli Stati Uniti su materiale coperto da copyright, e stabilisce che quell’addestramento non era lecito.
32 giorni dopo il governo di Washington prende posizione nella causa intentata dal New York Times contro Microsoft e OpenAI per violazione di copyright, e afferma davanti a un giudice di New York che quella stessa legge dice esattamente il contrario: in sintesi, è lecito utilizzare materiale coperto da copyright per addestrare modelli di AI. Due interpretazioni opposte sulla stessa legge: la prima sanziona l’uso di materiale protetto, la seconda lo reputa lecito.
Va specificato che il Governo americano, che non era parte in causa, ma è potuto intervenire nel procedimento in virtù dello “Statement of Interest”, cioè lo strumento con cui può rivolgersi al giudice per dire come la pensa rimanendo fuori dal processo. E come la pensa Washington? Beh, la sostanza è che per il Dipartimento di Giustizia addestrare un modello di intelligenza artificiale su materiale protetto è “fair use” perché l’operazione viene definita “straordinariamente trasformativa”.
Il senso di tutto questo è che gli USA non vogliono regole che rendono più difficile costruire un’industria dell’intelligenza artificiale nazionale, perché ciò rappresenta una minaccia alla sicurezza nazionale e regalano un vantaggio competitivo agli avversari stranieri. Di fronte alla “gara” con la Cina, anche la violazione del copyright viene ammessa. I diritti di cittadini e imprese vengono dopo gli interessi nazionali e l’AI – oramai un asset tecnologico-politico strategico – è sì un interesse nazionale.
I due casi giudiziari citati ovviamente presentano delle diversità: nel caso tedesco, oggetto del contendere erano output che riproducevano brani musicali riconoscibili, mentre a New York l’oggetto erano articoli del quotidiano. La domanda di fondo, però, resta la stessa, così come la legge invocata in entrambi i casi. Sono le interpretazioni ad essere opposte a 5.000 km di distanza, evidentemente dettate da interessi diversi.
Anche se questa è stata la prima volta che il Governo Federale americano prende una posizione formale in un contenzioso su copyright e AI che coinvolge un grande editore, va ricordato che l’11 dicembre 2025 il Presidente Trump ha firmato l’ordine esecutivo Ensuring a National Policy Framework for Artificial Intelligence, che istituisce presso il Dipartimento di Giustizia Americano una AI Litigation Task Force, operativa dal 10 gennaio 2026, che può impugnare davanti alle Corti federali le leggi statali sull’intelligenza artificiale ritenute troppo gravose; il 20 marzo 2026 è stato poi emanato il National Policy Framework, con una ratio ben precisa: meno regole e comunque una legge federale sola che cancelli quelle dei singoli Stati. Il motivo è chiaro: non avere ostacoli interni alla competizione con la Cina.
Sempre in questo filone, nel dicembre 2025 dal Dipartimento di Stato americano era stata lanciata l’iniziativa chiamata “Pax Silica”, una sorta di alleanza commerciale con cui gli Stati Uniti cercano di costruire il proprio blocco tecnologico attorno all’Intelligenza Artificiale, per costruire una coalizione intorno alle filiere che rendono possibile lo sviluppo dell’intelligenza artificiale: minerali critici, semiconduttori, terre rare.
Completamente diverso l’atteggiamento europeo ispirato alla regolamentazione, più che alla produzione o diffusione. È anche vero che nel recente Digital Omnibus sull’intelligenza artificiale – la normativa entrata in vigore il 27 luglio 2026, con cui sono state apportate modifiche all’AI ACT – sono state spostate in avanti alcune scadenze dando più tempo per l’adeguamento interno e dalla stessa data la Commissione europea può sanzionare i fornitori di modelli di uso generale, quindi le big tech, fino al 3% del fatturato mondiale o 15 milioni di euro. Bruxelles, quindi, nonostante qualche ammorbidimento, continua con la sua logica di regolamentare innanzitutto.
Ogni continente sta giocando la sua partita là dove si sente più forte: l’America sulla produzione e sviluppo, l’Europa sulla regolamentazione. La partita industriale la fa Washington, quella regolatoria la fa Bruxelles contro Washington. Sul terreno dove si producono i chip, dove si costruiscono i data center e dove si addestrano i modelli, l’Europa oggi non ha la forza di dettare le condizioni e allora si focalizza sul dettare le regole.
E la Cina? Non è vero innanzitutto che la Cina è un posto dove non ci sono regole sull’intelligenza artificiale. Dal 1 settembre 2025, infatti, sono in vigore le misure del Cyberspace Administration of China sull’etichettatura di contenuti generali o sintetizzati con l’intelligenza artificiale, con uno standard nazionale obbligatorio, cioè un’etichetta esplicita visibile all’utente ed etichetta implicita contenuta nei metadati del file con nome del fornitore e identificativo del contenuto. Quindi sul deepfake possiamo dire che Pechino è arrivato addirittura prima di Bruxelles. Ma quello che manca è tutto il resto. Non esiste una legge organica sull’intelligenza artificiale, non esiste un sistema di classificazione del rischio, non c’è un vero obbligo di conformità preventiva per chi sviluppa.
In compenso, però, esiste un piano di diffusione: le linee guida AI Plus del Consiglio di Stato. Da agosto 2025 queste linee guida fissano obiettivi di adozione dell’AI nei settori chiave, che dicono tutto sulle priorità cinesi: l’obiettivo è raggiungere il 70% di adozione entro il 2027 e oltre il 90% entro il 2030.
Non è finita qui. Alla Conferenza Mondiale sull’intelligenza artificiale tenuta Shanghai dal 17 al 20 luglio 2026 è stato firmato l’accordo istitutivo della World Artificial Intelligence Cooperation Organization, che è la prima organizzazione intergovernativa al mondo dedicata all’intelligenza artificiale con sede a Shanghai e che vede aderenti una trentina di Paesi del sud del mondo. All’interno non troviamo alcuno Stato membro dell’Unione Europea e neppure gli Stati Uniti.
Ora vi sarà più chiaro il titolo che abbiamo utilizzato “La deriva dei continenti”. Questi tre grandi blocchi, USA Europa e Cina, si stanno allontanando sotto diversi punti di vista sul tema intelligenza artificiale, spinti da priorità diverse. Washington ha a cuore la sicurezza nazionale, Pechino ha a cuore la diffusione dell’AI, Bruxelles ha a cuore la regolamentazione e le imprese che vivono in mezzo al mercato condiviso da questi tre blocchi sono quelle che soffrono di più.
















