di Mario Abis

Tutti ne parlano e cercano gli indicatori che dimostrino la tesi di un ceto che perde potere d’acquisto, posizioni reddituali, prospettive professionali. Ma di che si parla? Nessuno che lo spieghi e, come sempre nella cosiddetta società dell’informazione, le parole sono chiacchiere e il significato è vacante o assente. Già in statistica la categoria del medio non è semplice da definire, ma se non si definiscono gli intervalli entro cui si misurano le grandezze e la loro conseguente “media“ può essere deformante.

E poi cos’è il ceto? Una categoria sociale, economica, il misto delle due o altro? Con la fine dell’analisi marxista per classi, che aveva significati rudimentali ma univoci, dove è inserito questo ceto? Mentre si espande la struttura sociale per complessità e quella per fluidificazione, che vedono un esplodere di professioni nuove legate all’information society, un annullarsi di molte vecchie e il simultaneo affermarsi di processi strutturali di regolazione sociale a cominciare da quello demografico, con 10 milioni di individui in meno in Italia al 2050.

Difficile parlare di un’entità in questa polivalenza di fenomeni. Forse è più semplice parlare di un’area (al posto di ceto) che si sta formando all’interno della complessità sociale, un’area larga che si va indebolendo come peso economico, e anche politico, e che può essere definita solo per differenze.

Innanzitutto c’è un area della ricchezza che si espande, nel senso di “ricchi” sempre più ricchi, che arriva a possedere circa il 67/70% di tutta la ricchezza: questo segmento è costituito da circa lo 0,5% di “estremi”( i supermiliardari ) e da circa il 3% di “alti” (poco meno che miliardari): insomma quella che una volta si chiamava l’altissima borghesia vale forse meno del 3.5.%. Sul polo opposto c’è l’area della povertà, in costante crescita negli ultimi 10 anni, con un segmento della povertà estrema (una volta si parlava di miseria) che è circa il 10% della popolazione, e un segmento della povertà allargata che è circa un ulteriore 10% circa. Stiamo semplificando ma, in sintesi, l’area della povertà è nell’intorno del 20%. Quindi, per sottrazione, il cosiddetto ceto medio sta dentro questo 75%: circa 45 milioni di persone cui, per stare nel senso strettamente economico dell’analisi, vanno tolti bambini e adolescenti in età scolare (e poco sopra), anziani pensionati e marginalità varie… insomma, restiamo nell’ordine di 38 milioni di individui. Ed è vero che questo segmento, visto così, diventa sempre più debole perché crescono i poli estremi (ovviamente soprattutto il secondo ) e la crisi demografica impatterà, per un semplice calcolo statistico, sopratutto su questo segmento: che sarà al 2050 meno di 30 milioni di individui, mentre il Paese passerà da 59 a circa 48 milioni di individui. Le famiglie diminuiranno (da 20 a 17 milioni) passando da una numerosità media di 3,1 a quella di 1,6.

Quindi la prima crisi di quest’area non è soggettiva ma “oggettiva “: cosa vuol dire per un Paese come l’Italia perdere un pezzo così importa della sua struttura sociale?

Innanzitutto bisogna capire cosa c’è in questo segmento al di là del fatto che si parli di un reddito supermedio di circa 2.300 euro al mese. E dentro c’è di tutto: da fonti di analisti inglesi emerge che l’area costituita da dirigenti e manager è cresciuta , dal Covid in poi, di oltre il 40%, con proiezioni reddituali che sono doppie del valore medio. Contemporaneamente posizioni esecutive legate agli impatti delle trasformazioni dell’information economy sono in via di estinzione: basti pensare ai settori della comunicazione, della pubblicità, delle Pr o della produzione editorialH. Per non dire delle funzioni hr dentro le imprese, in via di ristrutturazione. Discorso lungo che riguarda la riduzione di tutte le cosiddette nuove professioni generate con le trasformazioni dell’information society.

Con il modello di riclassificazione Ocde (di Porat e Mucluo) fra gli anni ’90 e 2009, si erano individuate (fra produttori, disseminatori di informazione, addetti alle infrastrutture eccetera) almeno un’ottantina di “nuovi lavori”. Siamo a meno della metà, mentre si apre la questione dell’intelligenza artificiale. Il portato del cosiddetto ceto medio ha dunque a che fare con il lungo perimetro delle complessità professionali e nel suo “grande interno“ si apre la sotto segmentazione fra ceto medio ricco e ceto medio povero che riproduce quella più generale.

È con questo modello di analisi che si vede la regressione di questo ampio strato sociale. Una debolezza che diventa crisi se si esce dai numeri e si guarda dentro i processi sociali che sono anche psicologici e culturali. Tanti soggetti che nella complessità del ceto medio hanno qualcosa in comune: una solitudine spesso disperata e la totale mancanza di un’idea di futuro.