Il recupero delle retribuzioni italiane si è nuovamente inceppato sotto la pressione dei prezzi. Dopo il miglioramento osservato fino all’inizio del 2026, il divario accumulato dal 2021 tra salari e inflazione è tornato ad allargarsi: a luglio ha raggiunto 9,7 punti percentuali, riportandosi sui livelli della primavera 2024. Secondo l’Osservatorio Findomestic, l’inversione è coincisa con l’escalation militare in Iran e con le nuove tensioni sui costi energetici e sulle aspettative delle famiglie.

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Prezzi avanti del 22,7%, salari fermi al 13%

Da gennaio 2021 le retribuzioni dei lavoratori dipendenti sono aumentate complessivamente del 13%, mentre i prezzi hanno registrato una crescita del 22,7%. A gennaio 2026 la distanza si era ridotta a sette punti, dopo il massimo di 13,4 toccato nel dicembre 2022; nei mesi successivi, però, la forbice è tornata ad aprirsi. Il risultato è una nuova erosione del salario reale, nonostante gli aumenti nominali riconosciuti nei contratti.

Il bilancio resta difficile per quattro famiglie su dieci

La perdita non emerge soltanto dalle serie economiche, ma anche dalla percezione dei consumatori. Il 61% degli intervistati dichiara che il proprio potere d’acquisto è diminuito rispetto al 2021, mediamente del 18%; soltanto tre famiglie su dieci lo considerano invariato e circa una su dieci segnala un miglioramento. Nel complesso, gli italiani stimano di avere perso intorno all’11% della capacità di spesa in cinque anni.

Consumi più prudenti, intenzioni in calo del 2,7%

L’incertezza si trasferisce direttamente sulle decisioni di spesa. A luglio le intenzioni d’acquisto per i tre mesi successivi diminuiscono complessivamente del 2,7%, segnalando una maggiore cautela soprattutto davanti agli impegni rinviabili. Tengono i viaggi, scelti dal 59% del campione, mentre arretrano ristrutturazioni, infissi, mobilità elettrica e alcune categorie tecnologiche: la casa diventa così il comparto maggiormente colpito dal rinvio degli investimenti.

Inflazione ancora al primo posto tra le paure

L’aumento dei prezzi rimane la principale fonte di preoccupazione per quasi sei famiglie su dieci, davanti al cambiamento climatico e alla riduzione del potere d’acquisto. Anche la capacità di risparmiare appare fortemente divisa: sei nuclei su dieci riescono ancora ad accantonare una parte del reddito, mentre per gli altri quattro il risparmio resta fuori portata. Il rischio è che la prolungata debolezza dei consumi finisca per frenare anche i settori legati ai beni durevoli e alla casa.
La fotografia dell’Osservatorio Findomestic mostra dunque un’Italia in cui gli aumenti salariali non riescono ancora a recuperare integralmente lo shock inflazionistico degli ultimi anni. Le tensioni geopolitiche hanno contribuito a rendere più instabili energia, trasporti e aspettative sui prezzi, interrompendo la lenta ricostruzione dei redditi reali. Per le famiglie il problema non è soltanto quanto entra in busta paga, ma quanto resta dopo avere sostenuto le spese essenziali, dalle bollette agli alimentari, e quanta fiducia rimane per programmare i consumi futuri.