MASSIMILIANO SERATI

Per essere competitivi ci vuole un approccio multidimensionale che punti sulla combinazione di diverse leve, e la capacità di non scommettere su un solo scenario. Sono spunti che emergono dall’edizione 2022 del Rapporto sulla competitività dei settori produttivi, secondo la lettura di Massimiliano Serati, professore di Politica economica della Liuc e direttore Divisione ricerca della Liuc Business School.

«Ho provato a mettermi nei panni di una media impresa e di capire quali indicazioni potevo trarre dal rapporto» dice Serati. «Quella della multidimensionalità è una di queste. Secondo un approccio molto in voga fino a poco tempo fa, la competitività è una questione di scelte, per esempio quella di adottare le tecnologie digitali nel modo più rapido possibile; oppure di abbracciare la transizione ecologico ambientale con una strategia improntata sull’economia circolare; o ancora, nel caso più diffuso, perseguire la competitività tramite la produttività, con l’utilizzo di big data e intelligenza artificiale per il controllo della qualità, in modo da stanare le inefficienze specie nei processi produttivi».

Dal Rapporto sulla competitività dei settori produttivi emerge un’esigenza di flessibilità. «Scommettere su ciascuna di queste leve in modo esclusivo non garantisce di acquisire vera competitività, mentre l’approccio ottimale è multidimensionale» sintetizza Serati. «Si tratta di combinare l’innovazione di prodotto con quella di processo; fare attenzione alla dimensione organizzativa; essere consapevoli che la ricerca non serve se non è combinata con il capitale umano, quindi il recruiting o l’upskilling delle risorse umane interne. Insomma ci vuole un approccio che preveda a 360 gradi una sorta di investimento multiplo su ciascuna di queste leve competitive; sembra essere il miglior modo possibile, se non l’unico, di vincere la sfida competitiva in un mercato turbolentissimo come quello attuale».

La stessa flessibilità richiesta per combinare diverse leve competitive è utile anche per avere una visione prospettica adatta ai tempi, anzi ai mala tempora. «Dobbiamo ricordarci che in un mondo volatile, pieno di shock e turbolenze come quello attuale, non c’è un futuro solo su cui scommettere: bisogna avere la capacità di delineare tanti futuri» osserva il professore di Politica economica della Liuc. «Questo comporta un cambiamento radicale nell’approccio culturale delle aziende: vuol dire non scommettere più su una sola linea di crescita convinti che sia quella vincente, ma abituarsi a ragionare in un contesto che muta in continuazione e avere strategie che si adattano bene ai cambiamenti. Invece di scommettere su alcuni asset, si deve gestire l’incertezza e il rischio, e farli andare insieme tutti quanti».

Il Rapporto sulla competitività dei settori produttivi del 2022 ha il merito di smentire alcuni luoghi comuni, come quello secondo il quale basta fare un investimento importante in tecnologie per vincere la sfida. «Ma le tecnologie del 4.0 di cui tanto si parla non rendono le imprese più robuste quando ci sono shock avversi» avverte Serati, «favoriscono la loro crescita in una situazione di stabilità, quindi in un mondo senza turbolenze fanno l’azienda vincente, ma in un momento di crisi e turbolenza non sono le tecnologie di quel tipo che garantiscono la sopravvivenza competitiva. Non è cosa da poco, viviamo in un Paese nel quale per un po’ il 4.0 è sembrato la panacea di tutti i mali e dove il Pnrr è stato orientato in gran parte ai temi della transizione digitale: giusto ma forse esagerato ridurre tutto a quella dimensione».

Gli investimenti in tecnologia, inoltre, sono efficaci solo a condizione di far parte di una strategia, altrimenti rischiano di non incidere e quindi di essere poco utili. «Gli investimenti in tecnologia rendono l’azienda competitiva soltanto se sono persistenti nel tempo» sottolinea il direttore Divisione ricerca della Liuc Business School, «cioè se un’azienda sviluppa un’attitudine all’investimento che porta avanti per un periodo prolungato. L’investimento fatto una tantum ha un effetto tutto sommato limitato. Più che l’investimento in sé è la cultura dell’investimento, l’attitudine a sposare le nuove tecnologie la vera arma vincente».