Store di un brand italiano di moda a Hong Kong

Quasi 900 miliardi di cui due terzi per abbigliamento e calzature e il restante in prodotti tessili e pelle. È il valore dell’export generato dalla moda nel 2020 secondo l’analisi realizzata dagli uffici studi della Sace, società del gruppo Cdp specializzata nel settore assicurativo-finanziario.

I cinesi hanno speso 317 miliardi in abiti made in Italy

Secondo il report “Il Fashion tornerà di moda?” la crisi innescata dalla pandemia da Covid-19 ha colpito i vari comparti della moda in modo diverso: sono state le pelli a registrare il crollo maggiore (-23,6%), seguite dal tessile (-16,2%). Il calo invece è risultato più contenuto per abbigliamento e calzature (-4,7%). Il cliente principale della fashion made in Italy è indubbiamente la Cina, mercato che ha assorbito il 35% del nostro export, importando vestiti, accessori e calzature italiane per circa 316 miliardi di euro. Al secondo posto c’è l’Europa con 237 miliardi di euro mentre i tre principali Paesi asiatici (Vietnam, Bangladesh e India), da cui sempre più frequentemente provengono tessuti e capi di abbigliamento, esportano prodotti in media per 39 miliardi ognuno.

Solo i prodotti tessili vanno meglio ancora del 2019

 Sempre secondo gli studi di Sace, il 2021 ha registrato un’ulteriore ripresa per le vendite oltreconfine (+16,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente): nei primi 10 mesi dell’anno appena concluso c’è stato un rimbalzo a doppia cifra comune a tutti i sotto comparti. Nonostante ciò, il divario con i livelli pre-crisi è ancora ampio (-6,6%) seppure con alcune differenze: tessuti, abbigliamento in pelliccia e pelletteria e valigeria rimangono più indietro rispetto agli articoli di maglieria e alle calzature, che beneficiano infatti dell’impulso delle griffe internazionali del lusso; l’export di altri prodotti tessili, invece, è l’unico comparto ad aver già superato i livelli del 2019.