La fotografia che arriva dalla bilancia commerciale cinese racconta una situazione quasi paradossale: più Washington alza le barriere, più Pechino sembra riuscire a trovare strade per mantenere in movimento la propria macchina dell’export. Nei primi otto mesi del 2026 il surplus commerciale della Cina ha raggiunto circa 806 miliardi di dollari, già a livelli tali da mettere l’intero anno sulla traiettoria di un nuovo primato dopo i 1.200 miliardi di dollari del 2025. Ad agosto le esportazioni sono aumentate del 25% su base annua, superando i 400 miliardi di dollari, mentre le importazioni sono cresciute del 28,2%, a circa 282 miliardi. Il solo surplus del mese ha raggiunto 119,1 miliardi di dollari. E soprattutto, nonostante la guerra tariffaria e le barriere americane, le vendite cinesi negli Stati Uniti sono aumentate del 34,4%, arrivando a 42,5 miliardi di dollari, mentre le esportazioni americane verso la Cina si sono fermate a 13,3 miliardi. Il risultato è un saldo mensile a favore di Pechino di circa 29,2 miliardi di dollari, il più ampio da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca.
È il dato con cui Xi Jinping arriva al vertice con Trump previsto a Washington il 24 settembre. E dà alla vigilia dell’incontro una geometria diversa da quella che la Casa Bianca aveva immaginato quando ha rilanciato la strategia dei dazi. La pressione tariffaria americana ha ridotto il flusso di alcune merci cinesi verso gli Stati Uniti e ha modificato le rotte commerciali, ma non ha impedito all’industria cinese di continuare a esportare a ritmi molto elevati. Una parte della produzione si è spostata verso altri mercati, in particolare il Sud-Est asiatico, l’America Latina e altre economie emergenti, mentre la domanda globale di prodotti tecnologici ha dato un ulteriore impulso alle vendite. Il risultato è che il problema che Washington vuole affrontare non è più soltanto il deficit commerciale bilaterale con Pechino, ma uno squilibrio molto più vasto: quello fra la capacità produttiva cinese e la domanda interna del Paese.
Il paradosso dei dazi: l’America compra ancora dalla Cina
Il caso americano è particolarmente significativo. Il livello tariffario effettivo applicato dagli Stati Uniti alle importazioni cinesi resta molto superiore alla media complessiva applicata agli altri partner. Secondo i dati aggiornati di USAFacts sulla base delle rilevazioni del Census Bureau, nel giugno 2026 il dazio effettivo medio sulle importazioni cinesi era pari al 21,7%, contro il 6,8% per il totale delle importazioni statunitensi. Il dato non coincide con una singola aliquota legale: è il rapporto fra dazi effettivamente riscossi e valore delle merci importate e incorpora quindi la composizione degli scambi e le diverse aliquote applicate ai singoli prodotti. Nel 2025 la media effettiva sulle importazioni cinesi era stata del 30,6%.
Il fatto che le esportazioni verso gli Usa siano comunque aumentate di oltre un terzo ad agosto va letto anche alla luce dell’effetto base: un anno prima gli scambi erano stati colpiti dalle tariffe più elevate introdotte dall’amministrazione Trump. Ma il dato resta significativo perché dimostra che la barriera tariffaria non ha cancellato la competitività delle imprese cinesi. La struttura dell’economia mondiale consente inoltre a Pechino di compensare una parte della perdita di domanda americana attraverso altri mercati. Ad agosto le esportazioni cinesi verso il Sud-Est asiatico sono aumentate del 30,2%, quelle verso l’America Latina del 17,5%, mentre le vendite verso l’Unione europea sono cresciute del 6,6%.
È proprio questa capacità di reindirizzare i flussi a preoccupare Washington e, sempre più, anche altre economie industriali. La questione non è soltanto quanto la Cina venda agli Stati Uniti, ma quanto prodotto cinese possa finire sui mercati mondiali quando la domanda interna della Repubblica popolare non è sufficiente ad assorbire la capacità delle sue fabbriche. È un problema che si colloca al confine fra commercio, politica industriale e macroeconomia. E che rende molto più difficile la ricerca di una soluzione attraverso i soli dazi.
Il secondo “China shock” nasce dentro la crisi immobiliare
Dietro il boom dell’export c’è infatti un cambiamento strutturale. Il primo grande China shock è quello seguito all’ingresso di Pechino nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001, quando la Cina divenne il grande centro manifatturiero globale per mobili, abbigliamento, elettronica di consumo ed elettrodomestici. L’impatto fu particolarmente forte sulle aree industriali americane più esposte alla concorrenza delle importazioni e contribuì alla trasformazione della geografia produttiva degli Stati Uniti.
Quello che diversi economisti definiscono oggi un secondo China shock ha caratteristiche differenti. Al centro non ci sono più soltanto beni a basso o medio valore aggiunto, ma automobili elettriche, batterie, pannelli solari, macchinari, apparecchiature elettroniche, semiconduttori e tecnologie legate all’intelligenza artificiale. Una delle spiegazioni più citate lega l’accelerazione della manifattura alla crisi del settore immobiliare cinese iniziata nel 2021. Il ridimensionamento della costruzione di abitazioni e delle attività collegate al real estate ha lasciato una quantità enorme di capacità produttiva e di capitale da riallocare. Pechino ha quindi continuato a sostenere la manifattura avanzata, soprattutto nei comparti considerati strategici per la sicurezza economica e tecnologica del Paese. È una lettura sostenuta anche dalle analisi internazionali sul nuovo ciclo dell’export cinese.
Il risultato è evidente anche nei numeri dell’economia interna. Nel secondo trimestre del 2026 il Pil cinese è cresciuto del 4,3% su base annua, dopo il +5% del primo trimestre; nella prima metà dell’anno la crescita è stata del 4,7%. Nello stesso tempo, ad agosto le vendite al dettaglio sono aumentate appena dello 0,4%, gli investimenti in immobilizzazioni sono diminuiti del 7,2% nei primi otto mesi dell’anno e gli investimenti immobiliari sono crollati del 19,9% su base annua. L’industria, al contrario, ha continuato a crescere: la produzione industriale di agosto è aumentata del 5,2%, sostenuta soprattutto dai comparti tecnologici e dalla manifattura avanzata.
È qui che si trova il nodo della discussione americana. Washington sostiene che Pechino debba aumentare la domanda interna e ridurre la dipendenza dalle esportazioni. La Cina replica che il proprio surplus non è il risultato di una strategia deliberata per accumulare un saldo commerciale sempre più elevato. Il contrasto non è quindi soltanto sulla politica tariffaria: riguarda il modello di crescita.
Semiconduttori, il valore cresce più dei volumi
I dati di agosto aggiungono un altro elemento interessante. L’aumento delle esportazioni cinesi non è spiegato soltanto da una maggiore quantità di merci vendute. In alcuni settori, il valore è cresciuto molto più dei volumi, segnalando l’effetto dei prezzi e la crescente incidenza dei prodotti tecnologicamente più sofisticati.
È particolarmente evidente nel caso dei circuiti integrati. Secondo i dati doganali analizzati da Caixin, il valore delle esportazioni di semiconduttori è aumentato del 130% ad agosto, mentre il volume fisico delle spedizioni è diminuito dell’8%. Per le apparecchiature di elaborazione dati il valore delle esportazioni è cresciuto del 76,5%, nonostante un calo a doppia cifra delle quantità esportate. La combinazione suggerisce che la scarsità di alcuni componenti avanzati e l’aumento dei prezzi stiano contribuendo in maniera rilevante all’espansione del valore dell’interscambio.
La stessa dinamica aiuta a spiegare perché l’intelligenza artificiale sia diventata una variabile sempre più importante anche per la bilancia commerciale cinese. La costruzione globale dei data center sta aumentando la domanda di server, componenti elettronici, apparecchiature per la trasmissione e gestione dell’energia e sistemi di raffreddamento. La Cina non domina tutti questi segmenti, ma dispone di una filiera industriale estremamente estesa, che consente alle imprese di intercettare una quota crescente degli investimenti mondiali nell’infrastruttura digitale.
Washington porta il caso cinese al G20
È su questo terreno che l’amministrazione Trump ha cercato di spostare la discussione dal rapporto bilaterale Usa-Cina al problema degli squilibri globali. Alla riunione dei ministri finanziari del G20 di Asheville, in North Carolina, svoltasi fra la fine di agosto e l’inizio di settembre, il comunicato della presidenza ha sostenuto che i Paesi con surplus esterni «eccessivi e persistenti» dovrebbero rimuovere le distorsioni che comprimono i consumi interni e aumentano la dipendenza dalle esportazioni. Il documento ha inoltre richiamato la necessità di eliminare politiche e pratiche non di mercato che aggravano gli squilibri. La Cina è stata l’unica delegazione a opporsi a quel passaggio, che è quindi confluito nella dichiarazione della presidenza anziché in un comunicato condiviso dai ministri.
Scott Bessent ha reso esplicita la posizione americana anche prima dell’incontro, sostenendo che un surplus cinese da 1.200 miliardi di dollari non fosse sostenibile e chiedendo a Pechino di riequilibrare l’economia verso i consumi interni. Washington ha inoltre sottolineato che la risposta americana non può essere valutata soltanto guardando al deficit commerciale bilaterale: secondo il Tesoro, la crescita dell’export cinese verso altri Paesi rischia di trasferire il problema sui mercati di Europa, America Latina e altre economie industrializzate.
Pechino ha contestato questa impostazione. Il governo cinese sostiene che non esista una politica deliberata finalizzata a massimizzare il surplus e respinge l’accusa secondo cui la propria politica valutaria sarebbe costruita per ottenere un vantaggio artificiale sull’export. Il contrasto è quindi diventato anche una questione di sovranità economica: per Washington il surplus è una distorsione da correggere; per Pechino è anche il risultato della competitività della propria industria e della struttura della domanda mondiale.
Il nodo dello yuan: quanto vale davvero la moneta cinese?
La questione valutaria è forse il terreno più tecnico e, allo stesso tempo, più delicato della disputa. Il renminbi non ha seguito negli ultimi anni un percorso di forte svalutazione nominale contro il dollaro. Ma il tasso di cambio nominale racconta soltanto una parte della storia. Se i prezzi cinesi crescono meno rapidamente di quelli americani e di quelli di altri partner commerciali, il cambio reale può diventare più favorevole alle esportazioni anche quando il cambio nominale resta relativamente stabile.
L’economista Brad Setser del Council on Foreign Relations stima che il renminbi possa essere sottovalutato di circa il 20%, mentre in una sua analisi successiva, pubblicata a settembre, porta la stima intorno al 30%, con un intervallo che può arrivare al 35% se vengono considerati alcuni elementi che, a suo giudizio, rendono il surplus cinese superiore a quello riportato nelle statistiche ufficiali. Sono stime e interpretazioni dell’economista, non una misura ufficiale condivisa da tutte le istituzioni internazionali.
Pechino non vuole un “Plaza 2”
La posizione cinese su questo punto è netta. Pechino non considera accettabile che il tasso di cambio diventi uno strumento di pressione negoziale e non mostra disponibilità a un accordo internazionale costruito sull’idea di imporre un apprezzamento della valuta. La stessa discussione sul renminbi, del resto, arriva in un momento in cui la valuta cinese sta prendendo forza sui mercati: il 21 settembre 2026 lo yuan ha raggiunto circa 6,6957 per dollaro, il livello più alto da oltre tre anni e mezzo. La banca centrale cinese ha nel frattempo mostrato una maggiore tolleranza verso l’apprezzamento della valuta.
Esiste comunque anche in Cina un dibattito interno sulla possibilità di lasciare salire maggiormente il cambio. La solidità delle riserve valutarie, che superano i 3.400 miliardi di dollari, e l’aumento dell’uso internazionale del renminbi vengono indicati da alcuni economisti come elementi che potrebbero rendere più gestibile un apprezzamento. Ma trasformare questa possibilità teorica in una politica concordata con Washington è un’altra questione.
Per gli Stati Uniti, inoltre, il tema valutario si intreccia con quello fiscale. Un enorme disavanzo americano alimenta la domanda di capitali esteri, mentre l’avanzo cinese genera risorse che possono essere investite all’estero. Una riduzione del surplus cinese e una maggiore domanda interna della Repubblica popolare modificherebbero anche questi flussi finanziari. È uno dei motivi per cui la disputa commerciale non può essere separata dai mercati obbligazionari e dal ruolo del dollaro nel sistema finanziario internazionale.
La tregua arriva al bivio di novembre
Ed è qui che il calendario torna protagonista. La tregua commerciale raggiunta da Trump e Xi nell’autunno del 2025 è stata costruita attraverso una serie di concessioni reciproche, dalle terre rare agli acquisti agricoli, fino alla sospensione di alcune tariffe americane e di misure cinesi sulle esportazioni di minerali critici. L’accordo del novembre 2025 prevedeva che la sospensione delle tariffe reciproche maggiorate rimanesse in vigore fino al 10 novembre 2026, mentre Pechino si impegnava, tra le altre cose, su acquisti agricoli e terre rare.
Nel maggio 2026 Trump e Xi hanno poi concordato ulteriori passi per stabilizzare le relazioni economiche, creando anche un U.S.-China Board of Trade e un U.S.-China Board of Investment destinati a gestire le questioni commerciali e gli investimenti nei settori non sensibili. L’intesa ha incluso impegni cinesi sugli acquisti di prodotti agricoli americani, sull’accesso al mercato della carne bovina e su un primo ordine di 200 aerei Boeing da parte delle compagnie aeree cinesi.
Ma la tregua resta appesa alla scadenza di novembre. Nelle ultime ore Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng si sono incontrati a New York per preparare il vertice. I colloqui hanno riguardato commercio, intelligenza artificiale e sicurezza tecnologica. Washington sta inoltre discutendo con Pechino una possibile riduzione dei dazi su alcune categorie di beni non sensibili e, in particolare, su prodotti agricoli, energia e altri beni di consumo. Sul tavolo c’è anche una possibile riduzione del 15% di tariffa cinese sul gas naturale liquefatto americano.
Trump cerca risultati, Xi cerca stabilità
Il vertice del 24 settembre arriva dunque con due agende che si sovrappongono solo in parte. Per Washington il tema centrale resta la necessità di ridurre gli squilibri commerciali, garantire maggiore accesso ai mercati cinesi e ottenere maggiore certezza sulle terre rare e sulle catene di approvvigionamento. Per Pechino la priorità è mantenere un ambiente esterno sufficientemente stabile per continuare la trasformazione industriale senza dover affrontare una nuova escalation tariffaria.
In mezzo c’è l’intelligenza artificiale, che aggiunge un nuovo livello alla trattativa. Bessent ha proposto nelle ultime ore la creazione di un meccanismo di notifica per gli incidenti di AI con potenziali implicazioni per la sicurezza nazionale, una sorta di canale diretto fra le due principali potenze tecnologiche mondiali. I colloqui preliminari sono stati definiti dalle parti costruttivi, ma non hanno prodotto finora un accordo definitivo.
La partita commerciale, quindi, è diventata più grande dei dazi. Riguarda chi produrrà, chi consumerà, chi finanzierà e chi controllerà le tecnologie della prossima fase dell’economia mondiale. La Cina arriva al tavolo con un apparato manifatturiero capace di continuare a crescere sui mercati internazionali nonostante barriere tariffarie elevate; gli Stati Uniti arrivano con la capacità di imporre restrizioni sull’accesso al proprio mercato, sui capitali e sulle tecnologie strategiche.
Il vero problema è l’equilibrio fra due economie
Il punto più delicato è che nessuno dei due Paesi può risolvere da solo lo squilibrio che sta emergendo. La Cina può aumentare i consumi, rafforzare il welfare e ridurre la necessità per le famiglie di accumulare risparmio, ma questo richiede tempo e una modifica profonda del modello economico. Gli Stati Uniti possono imporre dazi e ridurre le importazioni, ma il loro enorme disavanzo fiscale e la forte domanda interna continuano a generare una domanda strutturale di beni e capitali esteri.
È anche per questo che il record commerciale cinese assume un significato che va oltre il semplice dato mensile. 806 miliardi di dollari di surplus nei primi otto mesi, dopo i 1.200 miliardi del 2025, indicano che la Cina sta attraversando una fase nella quale la capacità produttiva continua ad aumentare mentre la domanda domestica non cresce allo stesso ritmo. L’export diventa così un ammortizzatore della debolezza interna, ma contemporaneamente alimenta le tensioni con i partner commerciali che devono assorbire quella produzione.
















