Mentre l’Europa cerca di regolare le Big Tech con multe miliardarie e leggi come il Digital Services Act, la Cina ha scelto una strada opposta e più radicale che è iniziata già 30 anni fa con l’esclusione fisica delle piattaforme statunitensi dal proprio territorio nazionale. Google, YouTube, Facebook, Instagram e WhatsApp sono inaccessibili. Ma non c’è un “vuoto digitale”. Al loro posto è cresciuto un ecosistema parallelo, potentissimo, che tiene i dati dei cittadini entro i confini e genera un business miliardario interamente domestico. Un modello che l’Occidente, farebbe bene a studiare, perché sta ridisegnando le regole del capitalismo digitale.
Il muro contro Alphabet e Meta
Google non offre in Cina i suoi servizi principali (Search, Gmail, YouTube) e la sua divisione IA Gemini è bloccata. Nel 2024, le autorità cinesi hanno aperto un’indagine formale contro il colosso per abuso di posizione dominante nel settore degli smartphone Android, imponendo misure correttive. Ma il caso più emblematico è Meta. A più riprese, Pechino ha accusato Facebook e Instagram di aver ospitato campagne di disinformazione mirate a influenzare l’opinione pubblica su Taiwan e il Xinjiang. Nel 2021, un rapporto dell’esercito cinese ha documentato oltre 200 profili falsi finanziati da think tank occidentali. Per la Cina, la sovranità digitale è una questione di sicurezza nazionale: i dati degli 1,4 miliardi di cittadini non possono finire in server a Menlo Park o Mountain View.
Senza le piattaforme occidentali in Cina come fanno?
L’alternativa esiste ed è WeChat, la super-app di Tencent. Con oltre 1,3 miliardi di utenti attivi, WeChat integra messaggistica, social network, pagamenti, prenotazioni mediche, trasporti e persino accesso ai servizi governativi. I trasferimenti di denaro tramite WeChat Pay e Alipay hanno superato i 400 miliardi di transazioni nel 2023, equivalenti a oltre tre volte il Pil italiano. Non esiste carta di credito: negli esercizi commerciali si scansiona un codice QR. Il vantaggio competitivo è duplice: i dati restano in Cina, e il valore generato dalle transazioni non esce mai dall’ecosistema nazionale. Al contrario, in Europa gli editori di news producono contenuti ma Google e Meta monopolizzano il 60% dei ricavi pubblicitari potenziali ottenibili, secondo uno studio dell’European Publishers Council.
Vendite online: Amazon non entra, nascono JD.com e Temu
Lo stesso schema si replica nell’e-commerce. Amazon ha una presenza marginale in Cina, superata da JD.com, che vanta una propria rete logistica in grado di consegnare in 24 ore nel 90% del territorio nazionale. Baidu, noto in Occidente come il “Google cinese”, oggi investe tutto sull’intelligenza artificiale: il suo modello Ernie Bot è l’unico concorrente locale di ChatGpt. Più controversi sono i casi di Temu e Shein, due piattaforme nate in Cina ma esplose negli Stati Uniti e in Europa. Nel 2024, un’indagine della Commissione europea ha rilevato che il 73% dei prodotti di Shein e del 65% su Temu non rispettava le norme di sicurezza UE, portando al blocco temporaneo di alcuni articoli. Tuttavia, il loro modello di vendita diretta dal produttore al consumatore ha costretto Amazon a ridurre le commissioni per i venditori cinesi, dimostrando che il rapporto di forza si sta invertendo.
TikTok e Douyin: stessa tecnologia, esperienze opposte
TikTok, versione internazionale di Douyin, è nata in Cina ma viene spesso accusata in Occidente di favorire comportamenti compulsivi. Le statistiche raccontano una verità scomoda: negli Stati Uniti, l’adolescente medio trascorre 95 minuti al giorno sull’app, mentre in Cina Douyin applica limiti stringenti. Per i minori di 14 anni, scatta un blocco notturno dalle 22 alle 6 e un limite giornaliero di 40 minuti, e i genitori possono impostare controlli remoti. La piattaforma è anche obbligata a mostrare un promemoria di benessere ogni 20 minuti di utilizzo. Non sorprende che i tassi di dipendenza diagnosticata da social media in Cina siano la metà rispetto a quelli statunitensi, secondo uno studio dell’Università di Pechino del 2023.
Il cavallo di Troia che parla inglese
Ultima frontiera, forse la più interessante, è Rednote (Xiaohongshu, “il libro rosso” creando una citazione al libretto rosso di annotazioni, riflessioni e pensieri scritto e prodotto da Mao Zedong). Nata nel 2013 come community di recensioni di prodotti di lusso, oggi conta oltre 300 milioni di utenti attivi mensili, di cui quasi un terzo fuori dalla Cina, soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito. L’app combina elementi di Instagram, TikTok e Pinterest, ma con una particolarità: l’algoritmo premia i contenuti di qualità a prescindere dalla popolarità del creatore. A differenza di TikTok, riduce la viralità dei video brevi a favore di guide testuali approfondite. L’interfaccia è completamente disponibile in inglese, e aziende come Ferragamo e Dior hanno già aperto canali ufficiali. Nei primi tre mesi del 2025, Rednote ha totalizzato circa 3,7 milioni di download negli Stati Uniti, contro i 509.000 dell’ultimo trimestre del 2024, registrando un aumento del 627%. Se questa tendenza continuerà, potrà diventare il primo social network cinese a sfondare davvero in Occidente, dimostrando che la muraglia digitale non è più un muro, ma una porta girevole.
L’internet cinese ci mostra un futuro possibile in cui ogni stato ha dati sovrani, editori che mantengono il controllo dei contenuti, e piattaforme che non drenano ricchezza all’estero. L’Europa, fra la potenza digitale cinese e quella americana, frammentata in 27 regolamenti diversi, richiede un forte cambiamento di rotta e di approccio.
















