di Rosario Maccarrone

L’utilizzo dell’istituto del Trust per la governance del patrimonio di famiglia è un fenomeno in costante diffusione tra le famiglie imprenditoriali italiane. A confermarlo è uno studio effettuato dal prof. Guido Corbetta e dal prof. Fabio Quarato, pubblicato sulla newsletter della brench italiana di Step1. Secondo le risultanze della ricerca menzionata, nel panel delle società analizzate (imprese familiari con ricavi superiori a 20 milioni di euro), i trust come soci di tali entità, hanno una presenza dell’1,3%, contro un 1,8% delle società semplici, istituto, quest’ultimo di antico radicamento nel diritto civile italiano. Il trust pare quindi aver trovato sempre più spazio applicativo tra le famiglie imprenditoriali italiane.

Lo strumento del trust, a trent’anni dall’entrata in vigore della Convenzione dell’Aja del 1° luglio 1985, ratificata in Italia con legge n. 364/1989 e grazie alla quale l’Italia riconosce pienamente gli effetti dell’istituto, è oramai uno degli strumenti cardine della pianificazione patrimoniale. Come noto, il trust è uno strumento estremamente duttile, che ben si presta a diversi utilizzi. In particolar modo, in Italia, il trust è stato spesso istituito, come trust familiare, discrezionale, irrevocabile, non commerciale e fiscalmente opaco. Un trust con tale assetto assume piena autonomia fiscale, sul fronte dell’imposizione diretta, scontando, a seconda della categoria reddituale percepita, l’imposta Ires del 24% (al pari di una società di capitali ma senza l’aggiunta dell’Irap) ovvero l’imposta sostitutiva del 26% (al pari delle persone fisiche).

La qualificazione fiscale di ente non commerciale gli permette inoltre di essere escluso dai regimi penalizzanti delle “società di comodo” (ex dall’art. 30 della legge n. 724/94) e dei beni concessi in godimento ai “soci e/o famigliari dell’imprenditore” (art. 2, commi dal 36-terdecies al 36-duodecies, del Dl 138/2011).

Passando alla governance, a seconda di come il settlor definisce il programma dell’atto istitutivo, il trust può terminare alla dipartita dello stesso o, al contrario, sopravvivergli, accompagnando le generazioni successive della famiglia.

È questa caratteristica che permette infatti al family trust di esprimere appieno le proprie potenzialità, declinandosi in una sorta di “testamento dinamico” del settlor che, in coerenza con le volontà espresse dallo stesso in occasione del set up dell’istituto, o anche successivamente, permetterà al trustee di gestire il patrimonio in trust nell’interesse dei beneficiari anche, e soprattutto, una volta deceduto il settlor.

Il trust quindi, come cassaforte intergenerazionale in grado di consolidare parte del patrimonio di famiglia, si pensi, ad esempio, a tutti quegli assets per i quali la famiglia nutre un particolare vincolo affettivo, rendono il trust spesso uno strumento imprescindibile nella pianificazione del passaggio generazionale, potendo evitare la ripetuta trasmissione intergenerazionale di assets, e la conseguente frammentazione della proprietà che mal si concilia con le esigenze di una governance chiara ed unitaria di certi assets.

Partecipazioni, immobili e opere d’arte sono gli assets più frequentemente vincolati in trust, confermano Enrico Santi e Michele Saletti, co-founders e partners della boutique professionale Tempora Tax & Legal, con sedi a Milano, Verona e Treviso e specializzata nella consulenza fiscale e legale delle famiglie imprenditoriali italiane alle prese con la pianificazione del passaggio generazionale: «Le famiglie imprenditoriali italiane ci chiedono soluzioni funzionali alla pianificazione del passaggio generazionale in grado di preservare il valore del patrimonio di famiglia e garantirne una governance chiara anche per le successive generazioni. Per raggiungere compiutamente tali obiettivi, in contesti famigliari sempre più complessi e frammentati, risulta di fondamentale importanza applicare un approccio multi-disciplinare e multi-giurisdizionale, avendo cura di accompagnare la famiglia lungo l’intero ciclo di vita».

La recente evoluzione della giurisprudenza della Suprema Corte e della prassi dell’Agenzia delle Entrate permettono inoltre di escludere il pagamento dell’imposta di donazione e delle ipo-catastali proporzionali in sede di disposizione degli assets in trust ad opera del disponente; con ciò togliendo un costo di transazione che, in precedenza, poteva influenzare le scelte di pianificazione.

1 Guido Corbetta e Fabio Quarato, Cattedra Aidaf-EY, Università Bocconi, a diffusione dei trust nelle imprese familiari e non familiari in Italia, Step Italy Branch Newsletter, gennaio 2022.