Per anni il racconto dominante ha insistito su un’Italia nella quale la ricchezza si concentra sempre di più nelle mani di pochi. I dati aggregati lo confermano almeno in parte: tra la fine del 2019 e la fine del 2025 la quota di patrimonio detenuta dal 10% più ricco è salita dal 56,2 al 60,6%, mentre l’indice di Gini della ricchezza è passato da 69,7 a 72,2. Ma se si guarda dentro la distribuzione patrimoniale, il quadro cambia parecchio. E mostra un fenomeno quasi opposto: proprio la metà meno abbiente delle famiglie italiane ha aumentato il proprio patrimonio più della maggior parte delle altre fasce sociali.
Secondo le elaborazioni costruite sui dati di Banca d’Italia, Istat e Agenzia delle Entrate, tra il quarto trimestre 2019 e il quarto trimestre 2025 la ricchezza netta del 50% meno abbiente è cresciuta da 54.963 a 65.598 euro per famiglia, cioè del 19,4%. Un aumento superiore sia a quello della ricchezza mediana, fermo al 9,5%, sia all’inflazione del periodo. Ancora più marcato il balzo nei primi due quintili: +38,2% per il 20% più povero e +26,1% per la fascia immediatamente successiva.
La spiegazione principale è nella casa. In Italia il mattone resta infatti il cuore del patrimonio familiare e, per i ceti medi e medio-bassi, spesso rappresenta di gran lunga l’asset principale. Tra il 2019 e il 2025 la quota di famiglie che vive in un’abitazione di proprietà è salita dal 78,8 all’82,6%. Ma l’aumento più forte si è registrato proprio tra il 20% con i redditi più bassi: dal 54,2 al 60,8%. A rafforzare la tendenza contribuisce anche il calo dell’età media di chi accende un mutuo: gli under 35 sono passati dal 28,1 al 35,8%.
L’effetto sui patrimoni è stato molto rilevante. Nel secondo quintile, quello che fotografa meglio il ceto medio-basso, il valore degli immobili posseduti è aumentato del 37,2% in sei anni, contro il 10,7% medio nazionale, il 15,5% del 10% più ricco e appena il 4,3% dei decili medio-alti. In termini assoluti significa circa 25 mila euro in più di patrimonio immobiliare per famiglia. Non sorprende così che, in questo segmento, il peso della casa sulla ricchezza complessiva sia salito dal 72,3 al 76%.
È qui che emerge il dato politicamente più interessante. La crescita della proprietà immobiliare non ha cancellato la concentrazione della ricchezza ai vertici, ma ha ridotto le distanze in una parte molto ampia della popolazione. Il patrimonio del secondo quintile, che nel 2019 valeva il 39,1% di quello mediano, nel 2025 è arrivato al 45%; rispetto ai decili dal sesto al nono è salito dal 19 al 22,1%.
La casa si conferma quindi non soltanto un bene di consumo o una rendita, ma un vero strumento di inclusione patrimoniale. Mentre le famiglie più ricche possono contare su fondi, azioni, partecipazioni e attività d’impresa, per chi dispone di redditi più bassi l’abitazione resta spesso l’unico grande serbatoio di ricchezza. Ed è proprio per questo che le politiche fiscali e regolatorie sulla casa hanno effetti distributivi tutt’altro che neutri.
Gravare la proprietà dell’abitazione principale con maggiori imposte, vincoli o obblighi onerosi significa infatti incidere soprattutto su chi concentra nel mattone gran parte del proprio patrimonio. Al contrario, facilitarne l’accesso, soprattutto per giovani e famiglie a reddito medio-basso, può funzionare come un potente ammortizzatore sociale e come uno dei pochi strumenti capaci di ridurre concretamente le distanze patrimoniali.
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