Se molte imprese iniziano a spaventarsi rispetto agli obiettivi climatici fissati dall’Europa al 2030 e al 2050, altre li hanno ben chiari: come il gruppo Maire, fondato e diretto da Fabrizio Di Amato, che della decarbonizzazione e della transizione energetica ha fatto un mantra, una missione, prima ancora che un business. E li ha sviluppati a suon di innovazione: proprio brevetti, invenzioni, soluzioni che prima non c’erano: «In realtà noi gli obiettivi climatici li abbiamo fatti nostri da tempo, senza temerli, e stiamo cercando di trasformarli in una doppia opportunità», conferma Ilaria Catastini, direttore generale della Fondazione Maire e Head of Sustainability and Corporate Advocacy del Gruppo: «da una parte l’offerta al mercato di soluzioni tecnologiche per la decarbonizzazione, dall’altra parte l’impegno a ridurre le nostre emissioni con un forte commitment dei nostri dipendenti, con una call to action che abbiamo chiamato ‘sustainability is a teamwork’».

Catastini ne ha parlato diffusamente al convegno “Emissioni, l’obbligo morale di decarbonizzare tutto il possibile”, organizzato a Ecomondo da Economy: «Le competenze che servono per questo percorso di sostenibilità le dobbiamo costruire al nostro interno e devono essere competenze diffuse in tutta l’azienda. Abbiamo realizzato internamente un piano di carbon neutrality che prevede il 2030 come target per le emissioni di scope 1 e 2, che sono sostanzialmente i consumi di combustibili e di energia che generiamo nei nostri uffici e nei cantieri che allestiamo, e poi per il 2050 una carbon neutrality sulle emissioni che si definiscono scope 3, quella della catena delle forniture. Per darvi un ordine di grandezza, noi parliamo per le emissioni scope 1 e 2 di 20 mila tonnellate all’anno di CO2 prodotta, e sulla catena delle forniture di un milione e 800 mila».

E dunque i cantieri Maire diventeranno carbon neutral attraverso la realizzazione di impianti fotovoltaici e gli switch di carburanti dovunque sarà possibile. Un altro grande obiettivo del gruppo è  sostituire il gasolio con biocarburanti sempre che i mercati lo permettano. «Ovviamente acquisteremo anche energia verde pur di collocarci nella carbon neutrality – ha spiegato ancora Italia Catastini – Tutto questo lo facciamo cambiando il modello di lavoro interno all’azienda, ma non ci basta. L’altro nostro obiettivo è diventare abilitatori di transizione energetica per le altre imprese, a livello mondiale e grazie alle nostre tecnologie. Una di queste tecnologie consente di ricavare carburanti a bassa intensità carbonica dai rifiuti, abbiamo una tecnologia di gassificazione che consente di produrre un gas di sintesi da cui si possono ricavare idrogeno, etanolo e metanolo, con quest’ultimo per esempio si può sostituire l’olio combustibile nei motori marini e quindi ottenere un risparmio di CO2 a valle».

Questo significa essere un’azienda che non ha paura della sfida energetica, anzi: «Abbiamo emesso un sustainability linked bond qualche settimana fa, con un rendimento del 6,5% – sottolinea Catastini – Questo significa che ci stiamo scommettendo: i parametri cui abbiamo legato il bond sono sulla prestazione ecologica. Ci impegnamo a ridurre le emissioni scope 1 e 2 del 35% entro il 2025 rispetto alla baseline del 2018 e a ridurre l’intensita’ emissiva della catena di fornitura (lo scope 3) del 9%, sempre entro il 2025».

Naturalmente giocare e vincere questa sfida non è una passeggiatina di salute: ha richiesto e richiede sforzi e investimenti. «Anche qui abbiamo provato a ribaltare il paradigma. Sia con la Fondazione che con Maire direttamente – prosegue Catastini – stiamo svolgendo una serie di corsi di formazione per avvicinare i giovani ai settore dell’energia, dell’ingegneria e della transizione energetica. Li facciamo con l’Enea, nelle scuole, nelle università, in Italia e all’estero, e diciamo che ci sono migliaia di opportunità, di nuovi posti di lavoro, aperti a chi si dota delle competenze giuste perché laddove si perderanno dei posti di lavoro, si dovranno ricostruire in altri settori. Ci sarà un passaggio occupazionale dai settori del fossile, per esempio l’oil and gas, alle produzioni della transizione energetica. Una recente ricerca dell’International Energy Agency dimostra che ci sono Paesi che queste cose le stanno governando, in Italia meno. Ci sono tante iniziative ottime ma isolate, manca una regia complessiva. Noi stiamo assumendo persone in tutto il mondo, perché il nostro gruppo è in crescita, il settore della transizione energetica ha bisogno di figure professionali formate in un determinato modo; i corsi che stiamo facendo, offrono competenze e soft skills che consentono di diventare quegli agenti di cambiamento di cui si parlava prima».