spread oggi italia

Governo che cade, spread che sale. La finanza, a volte, è molto più prevedibile di quanto si pensi. Nelle ore che hanno anticipato la crisi dell’esecutivo Draghi, e in quelle successive alle dimissioni, questo strumento economico è tornato protagonista assoluto della scena politica economica. Ma di cosa si tratta precisamente? E quali conseguenze ha sulla vita quotidiana di noi cittadini, che tanto distanti sembriamo dal mondo della finanza, ma tanto poi questa condiziona le nostre tasche?

Che cos’è lo spread

Lo spread somiglia più a un termometro che sale e scende. Misura il livello di fiducia che nutrono i mercati nei confronti di un Paese. Ma non solo. Misura il malato “Italia” degente da decenni e dissanguato dal debito pubblico.

Più che termometro, negli ultimi decenni è stata un’altalena che va su e giù, seguendo la scia delle varie, e tante, crisi di governo che si sono succedute. L’ex presidente Silvio Berlusconi ne sa qualcosa: ne è rimasto in qualche modo intrappolato, aprendo la strada a esecutivi più tecnici che politici. Con la fine del berlusconismo, la tecnica ha preso il sopravvento sulla politica.

La parola “spread” tradotta significa “divario”. In effetti indica la differenza (in economia si chiama “differenziale”) di rendimento tra i titoli di stato italiani della durata di 10 anni (chiamati Btp) e quelli pubblici tedeschi (i Bund). Come se con questo termometro misurassimo il nostro stato di salute economica avendo come riferimento la grande e forte Germania.

Più godiamo di ottima salute e meno questi titoli sono rischiosi, di conseguenza offrono agli investitori rendimenti più bassi, poiché significa che appunto sono meno rischiosi. È come quando andiamo a puntare sul calcioscommesse. Più in una partita di calcio la vittoria di una squadra è semplice e prevedibile, meno incassiamo qualora puntassimo i nostri soldi sulla vittoria di quella squadra. Sulla carta risulta molto prevedibilmente vincente e le quotazioni (i rendimenti della vincita) sono basse. Più invece salgono le quotazioni, e più gli investitori-scommettitori guadagneranno perché sarà elevato il rischio del loro investimento per una squadra che molto probabilmente farà fatica a vincere quella partita.

 

Chi compra i Btp scommette sul nostro debito pubblico

Con lo spread funziona più o meno allo stesso modo. Quando aumentano i tassi di interesse succede che una nazione è costretta a spendere più soldi per finanziare (coprire e saldare) il proprio debito pubblico. Aumenta il costo del debito pubblico.

Gli investitori che “scommettono” sul nostro debito, tra le varie opzioni di investimento, possono scegliere di acquistare i titoli dello Stato, appunto i Btp. Detto in soldoni, acquistano il nostro debito pubblico e ci scommettono su. Si fanno carico del nostro debito. Ovviamente non lo fanno gratis. Investono e si aspettano un guadagno, che sarà tanto più elevato quanto maggiore sarà il rischio. Se lo spread sale, il loro rischio aumenta, di conseguenza salirà anche il potenziale guadagno.

È una spirale negativa per un Paese e per i suoi cittadini, specie per quelle nazioni fortemente indebitate come l’Italia, che nel 2021 era indebitata del 159% di deficit in rapporto al Pil (produzione di un Paese). Nel 2021 l’Italia era sesta nella classifica mondiale delle nazioni più indebitate al mondo. Davanti a noi c’erano solo Giappone (prima con il 257%), a seguire Sudan (210), Grecia (207), Eritrea (175) e Capo Verde (161% del Pil). Naturalmente queste percentuali indicano il livello di indebitamento di un Paese, ma non deve stupire che siamo in compagnia di Stati poco estesi, dove però la produzione (il Pil) è molto bassa.

La Germania, per dire, ha delle performance economiche efficienti con il suo rapporto deficit/Pil al 73%, meno della metà di quello italiano. Significa che i tedeschi producono tanto e spendono in modo efficiente e più o meno adeguato alla produzione. L’Italia invece ha indubbiamente un problema atavico con il debito pubblico, dovuto a tanti fattori: sprechi e corruzione nella Pubblica Amministrazione, evasione fiscale, lavoro nero, politiche del fisco insufficienti o inadeguate alle capacità dei singoli cittadini e alla distribuzione delle ricchezze. Su quest’ultimo punto, basti pensare che i rappresentanti della classe politica litigano da anni sulla possibilità di introdurre una tassa patrimoniale, anche per inerzia e per paura di perdere consenso.

Più un Paese si indebita, più siamo esposti agli investitori che scommettono sul nostro debito acquistando i nostri Btp (cioè la quota di debito). Quando lo spread è alto, salgono i loro rendimenti e le loro possibilità di guadagno, mentre il buco di debito si allarga sempre di più. Capite che questa spirale andrebbe interrotta con una bella “dieta” sulla spesa pubblica, ma con l’obiettivo di rendere i servizi più efficienti, educare i cittadini al rispetto degli stessi, anche perché amministrare uno Stato non è come gestire un’azienda.

 

Perché lo spread deve preoccupare anche i comuni cittadini?

Semplicemente perché il debito, in quanto pubblico, pesa sulle nostre tasche, sul futuro delle generazioni e sulla spesa pubblica, quindi sui servizi per i cittadini. Naturalmente la produzione di un Paese dipende soprattutto dall’attività delle imprese private. Il tessuto economico italiano è composto in gran parte da aziende medio-piccole che contribuiscono a tenere in vita la spesa pubblica. Dal carburante per muovere i bus, alla prestazione sanitaria, passando dallo stipendio dei dipendenti pubblici: tutto questo “lusso” possiamo permettercelo soprattutto grazie alle imprese e ai lavoratori privati. Tanto per fare un esempio, mancare loro di rispetto con sprechi e assenteismi nella Pubblica amministrazione è un atto immorale che danneggia tutti i cittadini, del pubblico e del privato.

Se il debito pubblico diventa insostenibile, e le imprese pubbliche non sono gestite in modo efficiente da manager e dirigenti altrettanto attenti, il sistema pubblico collassa, rischiando il default, e diventiamo preda degli investitori che si possono avventare come avvoltoi sul nostro debito.

Infine, l’aumento dei tassi di interesse rende più difficile l’accesso al credito in favore delle imprese e delle famiglie. Facendo salire, di conseguenza, gli oneri dei mutui e i costi di un prestito.

 

L’Italiano come il mito Sisifo

Da decenni l’Italia vive come se sedesse attorno a un tavolo di un ristorante costoso e stellato, senza poterselo di fatto permettere, pagando la metà del conto salato che gli viene presentato a fine cena. L’altra metà la pagano altri che ci chiedono indietro tutto, compresi gli interessi. Perché tutti i servizi pubblici hanno un costo, compresa la sigaretta che irresponsabilmente gettiamo in strada e che qualcuno dovrà pure raccogliere.

Occorrono politiche responsabili. Innescare una crisi politica in questo momento storico è da irresponsabili. I mercati sono ora turbolenti, la Bce (Banca centrale europea) ha già  alzato i tassi di 50 punti, approvando lo scudo anti spread per tentare il salvataggio da questa spirale.

Irresponsabili soprattutto perché questa crisi, almeno all’apparenza, è ingiustificata. È stata portata in scena nel pieno di una guerra che sta avendo conseguenze planetarie. Nell’anno dei rincari, del carovita e dell’inflazione galoppante. Dopo oltre due anni di pandemia che ha frenato le attività e la produzione. A distanza di oltre un decennio dalle politiche di spending review promosse dal governo tecnico Monti, per alleggerire il debito pubblico. Accade dopo anni di instabilità causata dalla grande crisi e dalla recessione cominciata nel 2007/2008; nel 2011, durante il governo Berlusconi IV, tra una cena elegante e gli annunci di una imminente rivoluzione liberale, lo spread italiano era salito alla quota record di 575 punti con pesanti conseguenze sulla vita degli italiani.

Una autentica follia che rischia di compromettere il futuro e il cammino verso la transizione ecologica e la transizione energetica intrapreso dai membri dell’Unione europea. E non possiamo passare la vita a inseguire varianti e emergenze continue come nel mito di Sisifo, che oggi può essere incarnato dal buono e bravo cittadino italiano, lavoratore, che paga le tasse e rispetta le leggi. Ma anche dal furbo che cerca scorciatoie. Soprattutto non possiamo permettercelo dopo anni di “sacrifici” (li chiamava così l’ex ministra Elsa Fornero, cedendo all’emozione). Dopo lustri di pesanti tagli alla spesa pubblica. Dovremmo vivere possedendo un’anima continuamente cosciente, altrimenti il masso che Sisifo faticosamente porta in alto, credendo di aver risolto i problemi, rotolerà sempre indietro, travolgendolo e costringendolo a ricominciare tutto daccapo.