Conte Draghi M5S
Mario Draghi sullo sfondo e in primo piano il suo predecessore Giuseppe Conte

Facciamo attenzione alle date. Mercoledì 20 luglio il presidente del consiglio dimissionario Mario Draghi si presenta davanti al Parlamento non sappiamo se per tentare l’estrema ricucitura della maggioranza e quindi la sopravvivenza del governo alle sue condizioni oppure per certificare bongré malgré che governare con quest’ultima pattuglia grillina e con l’amichetto dell’ex ministro Bonafede, cioè l’avvocaticchio di Volturara Appula, è tempo perso (per Draghi e per il Paese) nonostante tutto il pressing del buon Mattarella.

Aumento dei tassi in Ue arriva il 21

Il giorno dopo, giovedì 21 luglio, si riunisce il direttivo della Bce per deliberare l’aumento dei tassi, mezzo punto almeno, già annunciato un paio di mesi fa perché non si può fare altro con un tasso di inflazione che sfiora l’8%(il 10 negli Stati Uniti) mentre il mandato statutario della Banca centrale europea, come si sa, è tenerla ferma al 2% massimo in tutti i paesi dell’Eurozona.

Ed è proprio in questo ristrettissimo spazio temporale tra il discorso di Draghi e la conferenza stampa di Christine Lagarde che si gioca il futuro dell’Italia. In queste 24 ore si capirà se “l’interlocuzione”, cioè gli arabeschi linguistici di Giuseppe Conte, il mezzo leader senza visione politica e senza capacità manageriale (il giudizio è dello stesso Beppe Grillo, come si ricorderà, al tempo del “patto della spigola” l’anno scorso), avrà lo stesso effetto del colpo di pistola sparato dallo studente serbo a Sarajevo contro l’arciduca d’Austria da cui deflagrò la prima guerra mondiale (per usare la stessa metafora utilizzata dal segretario del Pd, Enrico Letta, uno che all’alleanza con i grillini ci ha creduto e forse ci crede ancora).

Whatever it takes, non ce ne sarà un altro 

Nell’attesa, il pensiero corre al luglio del 2012, esattamente dieci anni fa, quando il famoso whatever it takes” di Mario Draghi, allora presidente della Bce, altra tempra e altra caratura rispetto alla “protegée” di Sarkozy (la Lagarde), bloccò di colpo la crisi dei debiti sovrani e permise alla disastratissima Grecia di avviarsi, seppure al prezzo di enormi sacrifici compresa la svendita di asset strategici come il porto del Pireo (ai cinesi) e le ferrovie (agli italiani), sulla strada del risanamento dei conti pubblici.

Non ci sarà un altro “whatever it takes” il 21 luglio prossimo. E non si sa neanche se e come l’annuncio, anticipato dalla stessa Lagarde il mese scorso, di un nuovo, inedito, meccanismo cosiddetto “anti-frammentazione” degli spread (il differenziale tra il debito pubblico dei paesi deboli e quello dei paesi più solidi dell’eurozona), riuscirà a mettere in sicurezza l’Italia diventata, dieci anni anni dopo la Grecia, il nuovo “maillon fiable”, come dicono i francesi, il grande malato dell’Unione Europea (e per giunta, senza la guida di un leader come Draghi se mercoledì il premier dovesse decidere di mollare).

Saranno i mercati a insegnarci come si vota 

Bastano poche cifre, poche percentuali, per capire la drammaticità della situazione. Oggi, che non è ancora mercoledì 20 luglio, l’Italia si indebita sui mercati internazionali a un tasso dell’3,1% per piazzare i suoi Btp a 10 anni (a metà giugno, cioè prima dell’annuncio del meccanismo “anti-frammentazione” da parte della Bce, il tasso era salito al 4,2%). La Francia, che ha un debito pubblico delle stesse dimensioni di quello italiano (circa 2.800 miliardi di euro), paga meno della metà – l’1,62% – per i titoli del suo Tresor e la Germania l’1,12% per i suoi Bund (con uno spread di oltre 200 punti sui nostri Btp).

Francamente, solo una qualche “carità di patria” ci impedisce di dare ragione a quel politico tedesco che il giorno delle dimissioni di Draghi ha avvertito, tranchant, che “saranno i mercati a insegnare agli italiani come si vota”. Ed è, diciamolo subito, un avvertimento che vale anche per il futuro. Perché dopo Grillo, Di Battista e Di Maio ci sarà poco da festeggiare con il ticket Meloni-Salvini (per dire, quest’ultimo, pochi giorni prima della crisi, aveva chiesto a Draghi uno scostamento di bilancio di 50 miliardi – cinquanta! – per pace fiscale e aiuti vari alle imprese).

Il tasso medio sui titoli per l’Italia salirà

In caso, il segnale che arriva dai mercati è chiarissimo e lo si è visto già con il balzo dello spread a 220 punti il pomeriggio del 14 luglio: il tasso di interesse sui titoli pubblici è funzione della capacità del paese emittente di onorare i suoi debiti e quindi la capacità di tenere sotto controllo i “ratios” fondamentali – deficit/pil e debito/pil– e, contemporaneamente, la capacità di governare la propria crescita.

Ora la crescita italiana viaggia alla velocità media annuale dello 0,5% (il balzo di quest’anno al 2,9% è solo un effetto trascinamento della crisi Covid destinato a spegnersi già nel 2023) e con un’inflazione ben oltre il “muro” del 2% e un debito pubblico pari al 150% del pil la conseguenza è una sola: il tasso medio che il paese dovrà pagare ai mercati per collocare i suoi titoli è destinato a salire velocemente, ben oltre il 2,4% che è il tasso attuale dei Btp in scadenza.

Dopo la Grecia i malati d’Europa siamo noi

Ecco dove sta la vulnerabilità “alla greca” dell’Italia. Un paese che non può pagare i suoi debiti, un paese insolvibile che rischia di mettere in crisi tutta l’ingegneria finanziaria dell’eurozona e con una banca centrale, la Bce, costretta a occuparsi sempre meno della crescita dell’inflazione e sempre di più della solvibilità degli Stati membri. D’altra parte, come può reggere un’unione in cui un paese, la Germania, paga l’1% per il suo debito e un altro, l’Italia, il 3,5% (per ora)?

Già oggi il gran capo della Bundesbank, Joachim Nagel, spinge madame Lagarde ad alzare i tassi perché – dice lui – è questo l’unico modo per raffreddare l’inflazione e difendere il corso dell’euro. E perché il rigore – Nagel questo non lo dice espressamente ma si capisce – è l’unico modo per far capire agli italiani che debbono mettere a posto i conti pubblici. Come hanno fatto i greci. E come hanno fatto anche i portoghesi.

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Così l’Europa si frammenta, sarà la fine 

L’alternativa è una vera “frammentazione” politica dell’Ue come da warning di una banchiera ed economista tedesca, Isabelle Schnabel, membro del direttorio della Bce. Frau Schnabel parla di una “evoluzione dell’architettura istituzionale della zona euro” che è un modo diplomatico per dire “fine dell’Europa”.

Non è quello che si vorrebbe vedere mentre ai confini infuria la guerra scatenata da Putin contro l’Ucraina e l’Occidente. Tutto questo un leader come Mario Draghi lo sa. Un avvocaticchio di Volturara Appula come Giuseppe Conte no. Ecco il vero rebus di mercoledì prossimo, 20 luglio. 

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.