Christine Lagarde, presidente della Bce

La Banca centrale europea si prepara a una delle più delicate staffette ai vertici della sua storia recente. Nel 2027 non sarà infatti soltanto la presidenza di Christine Lagarde a cambiare padrone: nello stesso arco di tempo arriveranno a scadenza anche il mandato del capo economista Philip Lane e quello di Isabel Schnabel, componente tedesca del Comitato esecutivo. Tre caselle strategiche che, prese insieme, possono modificare sensibilmente gli equilibri interni dell’Eurotower e, soprattutto, il rapporto di forza tra le diverse capitali dell’area euro. Il calendario ufficiale della Bce indica che il mandato di Lane termina il 31 maggio 2027, quello di Lagarde il 31 ottobre 2027 e quello di Schnabel il 31 dicembre 2027.

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È proprio questa concentrazione di scadenze a spingere i governi dell’Eurozona a ragionare non sulle singole nomine, ma su un vero e proprio “pacchetto”. Secondo il Financial Times, l’obiettivo delle capitali sarebbe arrivare a un’intesa complessiva entro dicembre 2026, evitando che la successione alla presidenza venga trattata separatamente dalle altre due partite. È una logica tipicamente europea: nessuno ottiene tutto, ciascuno cerca di portare a casa almeno una casella considerata strategica e il risultato finale deve tenere insieme geografia, appartenenze politiche e sensibilità diverse sulla politica monetaria e sulla disciplina dei conti pubblici.

La posta in gioco è particolarmente alta perché il Comitato esecutivo della Bce non è un organismo puramente rappresentativo. È composto da sei membri, presidente e vicepresidente compresi, e ha il compito di preparare le riunioni del Consiglio direttivo, attuare la politica monetaria dell’area euro e gestire le attività quotidiane dell’istituzione. I suoi componenti sono nominati dal Consiglio europeo a maggioranza qualificata. Cambiare contemporaneamente tre figure di vertice significa dunque intervenire sulla squadra che accompagna le decisioni sui tassi, sull’orientamento strategico dell’Eurotower e sulla comunicazione economica che fa da sponda alle scelte del Consiglio direttivo.

Il nodo Lagarde e l’ipotesi di un’uscita anticipata

La variabile più delicata resta naturalmente Christine Lagarde. Formalmente il suo mandato scade il 31 ottobre 2027 e, fino a oggi, la presidente ha continuato a evitare di annunciare un’uscita anticipata. Ma le indiscrezioni sul suo futuro hanno ormai assunto una dimensione politica che va ben oltre il normale toto-nomine. Da mesi circola infatti l’ipotesi di un suo passaggio alla presidenza del World Economic Forum, mentre sullo sfondo rimane anche il tema della politica francese e delle elezioni presidenziali del 2027. Il Financial Times riferisce che Lagarde è considerata una candidata di primo piano per la guida del WEF e che una decisione potrebbe arrivare già tra ottobre e novembre.

La stessa Lagarde, nelle ultime settimane, ha continuato a mantenere una linea di assoluta prudenza. In una fase nella quale la Bce è tornata a muoversi sui tassi e l’inflazione europea è tornata a preoccupare per effetto dell’impennata dei prezzi energetici, la presidente ha evitato di alimentare ulteriormente l’incertezza sulla propria successione. La sua posizione ufficiale resta quella di chi non ha annunciato alcun cambio di programma. Eppure, proprio il fatto che il WEF possa decidere a breve il proprio futuro presidente rende l’autunno un passaggio potenzialmente decisivo.

Il contesto monetario rende la questione ancora più sensibile. Il 9 settembre la Bce ha alzato i tassi per la seconda volta nel 2026, reagendo al nuovo shock energetico legato alle tensioni in Medio Oriente. Il petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile e Francoforte ha avvertito che il ritorno dell’inflazione verso l’obiettivo del 2% potrebbe slittare fino alla fine del 2027 o anche oltre. In altre parole, la successione si prepara mentre l’istituzione affronta un quadro nel quale le scelte di politica monetaria tornano a essere difficili e potenzialmente divisive.

La corsa alla presidenza: Madrid, Amsterdam e Berlino

Sul nome del successore di Lagarde la partita appare già piuttosto affollata. Tra i candidati più accreditati figurano Pablo Hernández de Cos, già governatore della Banca di Spagna e oggi alla guida della Banca dei regolamenti internazionali, l’olandese Klaas Knot e il presidente della Bundesbank, Joachim Nagel. Sono tre profili che raccontano altrettante sensibilità e, soprattutto, altrettante geografie dell’area euro. Hernández de Cos rappresenterebbe la carta spagnola, Knot quella dei Paesi del Nord e Nagel quella tedesca.

Il nome di Hernández de Cos appare particolarmente forte. La sua esperienza alla guida della Banca di Spagna e il successivo passaggio alla Bri gli conferiscono un profilo internazionale difficilmente contestabile. Non è soltanto una questione di curriculum: per Madrid, ottenere la presidenza della Bce significherebbe riportare la Spagna al centro della distribuzione delle principali cariche economiche europee proprio nel momento in cui il rinnovo dell’Eurotower apre una finestra irripetibile. La candidatura spagnola si inserisce inoltre in una discussione più ampia sulla necessità che i grandi Paesi dell’area euro mantengano una presenza adeguata nei luoghi dove vengono prese le decisioni fondamentali per l’economia dell’Unione.

Knot, dal canto suo, porta in dote una lunga esperienza di banca centrale e un profilo particolarmente apprezzato dai Paesi del Nord. Nagel è invece il candidato naturale della Germania qualora Berlino decidesse di puntare sulla presidenza anziché sul ruolo di capo economista. Una scelta che, però, potrebbe essere difficile da conciliare con l’altra ambizione tedesca: ottenere proprio la successione di Philip Lane. Ed è qui che il “pacchetto” assume il suo significato politico più concreto.

La seconda partita: chi prenderà il posto di Philip Lane

La successione a Philip Lane è infatti tutt’altro che una questione tecnica. Il capo economista della Bce occupa una posizione centrale nella costruzione dell’analisi che sostiene le decisioni del Consiglio direttivo. Il mandato dell’economista irlandese termina il 31 maggio 2027 e la sua sostituzione potrebbe diventare la contropartita decisiva all’interno dell’accordo complessivo.

La Germania, secondo le ricostruzioni circolate nelle ultime settimane, sarebbe interessata a esprimere il successore di Lane. Tra i nomi considerati figurano Markus Brunnermeier, economista di Princeton, Monika Piazzesi, docente alla Stanford University, e Tobias Adrian, ex alto funzionario del Fondo monetario internazionale. Sono profili profondamente diversi, ma accomunati da un forte peso accademico e internazionale.

La Francia, però, non sembra intenzionata a lasciare a Berlino il controllo di una casella così importante. Parigi punta a sua volta su un economista francese, con Agnès Bénassy-Quéré, vicepresidente della Banque de France, e Laurence Boone, già capo economista dell’Ocse, tra i nomi emersi. La partita è quindi destinata a incrociarsi direttamente con quella per la presidenza: se un Paese ottiene il vertice, gli altri cercheranno di compensare il risultato attraverso le altre posizioni strategiche. È il principio non scritto che rende possibile il compromesso europeo, ma che allo stesso tempo trasforma ogni nomina in una trattativa a più livelli.

La variabile Schnabel e l’equilibrio interno dell’Eurotower

Sul tavolo c’è poi Isabel Schnabel, il cui mandato nel Comitato esecutivo scade il 31 dicembre 2027. Economista tedesca e figura particolarmente influente nel dibattito interno alla Bce, Schnabel rappresenta una delle voci più riconoscibili nel confronto sulla politica monetaria dell’Eurozona. La sua eventuale uscita aggiungerebbe un ulteriore elemento alla ricomposizione del vertice.

Anche in questo caso, tuttavia, la questione non è soltanto nominale. Una recente analisi dello ZEW di Mannheim ha messo a confronto, sulla base dei discorsi pubblici, gli orientamenti monetari di alcuni dei principali candidati alla successione di Lagarde, tra cui Hernández de Cos, Knot, Nagel e la stessa Schnabel. L’analisi rileva che tutti avevano assunto posizioni relativamente “hawkish” durante la fase di forte inflazione del 2022-2024, pur mostrando differenze nell’intensità e nell’evoluzione delle loro posizioni.

È un dettaglio tutt’altro che secondario per governi, mercati e imprese. La composizione dei vertici della Bce non determina automaticamente le decisioni sui tassi, che restano prerogativa del Consiglio direttivo, ma può influenzare il dibattito interno, la lettura dei dati, la comunicazione e il modo in cui l’istituzione interpreta il rapporto tra inflazione, crescita e stabilità finanziaria. In una fase nella quale l’Eurozona deve contemporaneamente affrontare prezzi energetici più elevati, crescita debole, elevato debito pubblico e una crescente pressione competitiva dagli Stati Uniti e dalla Cina, la scelta delle persone conta almeno quanto la provenienza geografica.

L’autunno decisivo per la diplomazia delle Capitali

Il precedente più vicino, in termini di complessità politica, è proprio la distribuzione delle principali cariche europee, dove le nomine vengono spesso costruite come un sistema di compensazioni. Alla Bce, però, c’è un elemento aggiuntivo: l’indipendenza dell’istituzione. I governi possono negoziare i nomi, ma non possono trasformare formalmente la politica monetaria in una trattativa intergovernativa. La procedura di nomina e la natura dei mandati sono costruite proprio per proteggere la banca centrale dalle pressioni della politica nazionale. Il Consiglio europeo nomina infatti i membri del Comitato esecutivo a maggioranza qualificata, mentre il Consiglio direttivo resta l’organo che decide la politica monetaria dell’area euro.

Il paradosso è che più le capitali cercano di confezionare un equilibrio politico, più devono fare attenzione a non produrre l’impressione di una Bce governata dai governi. Per i mercati, la credibilità dell’istituzione dipende anche dalla capacità di mantenere una distanza visibile dalle esigenze di bilancio dei singoli Stati. E questa volta la sensibilità sarà ancora maggiore, perché l’Europa entra nella nuova fase con debiti pubblici elevati e con un costo del finanziamento destinato a pesare sempre di più sulle finanze nazionali.

Il primo appuntamento da osservare è quindi l’autunno. Se dal WEF arrivasse una decisione sulla successione alla presidenza dell’organizzazione di Davos, Lagarde potrebbe trovarsi davanti a una scelta destinata a chiarire anche la partita della Bce. Secondo le ricostruzioni del Financial Times, una decisione del WEF potrebbe arrivare già a ottobre o novembre e non è escluso che eventuali sviluppi sul futuro della presidente vengano comunicati in occasione della riunione monetaria della Bce di ottobre.

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