In occasione del summit annuale di Knowhow.org abbiamo avuto modo di conoscere da vicino questa realtà: un’organizzazione che, anziché portare i talenti italiani all’estero, fa il percorso inverso e porta gli studenti americani dentro il motore economico del Paese. Fondata dagli imprenditori italiani Daniele Frappelli e Candida Zarrelli, dal 2015 ha coinvolto oltre 1.600 studenti e docenti statunitensi – in partnership con Auburn University e l’Harbert College of Business – e lo scorso 19 maggio ha inaugurato a Milano, nel quartiere di Santa Giulia, il primo Knowledge Center di una rete che punta a 20 sedi in dieci anni. Ne abbiamo parlato con i due fondatori.
In quasi dieci anni avete portato gli studenti americani dentro decine di aziende italiane. Che cosa valorizzano della nostra impresa e quali nostri punti di forza, magari, noi italiani sottovalutiamo? Daniele Frappelli: «Offriamo un programma di consulenza alle aziende da parte dei ragazzi da quasi dieci anni, con realtà di ogni tipo, dalle grandi aziende alle PMI, e su temi differenziati: dal product design al cash flow, dal disegno del business model all’efficientamento della supply chain. Gli americani arrivano con una grande organizzazione mentale, un approccio sistematico. Noi italiani siamo primi nel problem solving, nella “sopravvivenza quotidiana”: operiamo in infrastrutture limitate, abbiamo problemi di sistema, e questo ci ha reso bravissimi ad arrangiarci nelle difficoltà. I ragazzi le prime settimane vanno in crisi, si chiedono come facciamo a lavorare così; poi diventa quasi un’ammirazione. Io faccio sempre l’esempio della buca sotto casa: se ci passi tutte le mattine non te ne accorgi più, ti accorgi che c’è solo quando torni da un sistema dove la buca non esiste. L’incontro tra la loro capacità di sistematizzare e la nostra flessibilità crea valore da entrambe le parti».
Avete un esempio concreto di questo valore generato per un’azienda? Daniele Frappelli: «Sette anni fa abbiamo aiutato un ristoratore che aveva due ristorantini e lavorava, come si dice, “a occhiometro”: non sapeva cosa fosse un cash flow, né un’analisi del costo prodotto o una strategia di marketing. I ragazzi gli hanno ridisegnato tutto il modello di efficientamento e strutturato il vero cash flow. Oggi quel ristoratore ha aperto otto ristoranti usando lo stesso modello, lo stesso foglio Excel che avevamo costruito allora. Quest’anno, arrivato a dodici locali, ha cominciato ad avere difficoltà e ci ha richiamato per la versione 2.0. È esattamente il senso del nostro lavoro: in dieci anni abbiamo collaborato con oltre 70 aziende e con il 30% di loro abbiamo avuto progetti che si ripetono di anno in anno. Sul fronte degli studenti, i numeri parlano chiaro: oltre 1.640 ragazzi coinvolti, un’offerta salariale media di 8.500 dollari più alta e una probabilità di inserimento lavorativo molto più alta se hanno nel curriculum un’esperienza di questo tipo. L’accademia da sola oggi fatica a stare al passo con un mondo del lavoro che cambia ogni sei mesi: Knowhow vuole essere quel contenitore che diventa un’estensione dell’università e un incubatore per l’impresa».
Perché avete scelto Milano e, in particolare, Santa Giulia per la prima sede? Candida Zarrelli: «Santa Giulia è un quartiere nuovo, in trasformazione, e ben collegato: ci sono la stazione ferroviaria, la metro, il passante, l’aeroporto vicino. Per noi la logistica è fondamentale, perché ci occupiamo anche degli alloggi degli studenti durante le settimane di corso: devono stare a una distanza giusta dal Knowledge Center, che deve essere facilmente raggiungibile. Collaboriamo con grandi player dello student housing a Milano». Daniele Frappelli: «Aggiungo una cosa che va sottolineata: noi italiani diciamo sempre che l’erba del vicino è più verde, ma dall’Expo in poi Milano ha fatto un lavoro enorme per diventare una vera capitale europea efficiente. Avevamo programmi anche a Roma, per sette anni, ma lì la scalabilità era frenata dalle carenze infrastrutturali. A Milano, al di là del colore politico, le amministrazioni comunali e regionali hanno costruito un ecosistema internazionale. Se dovevamo scegliere una città che avesse i servizi infrastrutturali, la giusta dinamica delle imprese – con Assolombarda che è il fiore all’occhiello di Confindustria – e una vocazione internazionale, Milano le spuntava tutte. Oggi è diventata un crocevia della finanza, del management e della tecnologia, una capitale che regge il confronto con Londra».
Avete annunciato un’espansione europea e poi mondiale. Quali sono le difficoltà principali che prevedete? Daniele Frappelli: «L’Italia per noi è stata facile, è come tornare a casa; in Spagna operiamo da dieci anni, è il vicino di casa. Le difficoltà saranno di penetrazione nei sistemi, perché il valore vero dei Knowledge Center è diventare la piattaforma dove le imprese collaborano direttamente con l’accademia. Qui abbiamo trovato terreno fertile e stakeholder come Assolombarda disposti a collaborare; non sarà così ovunque. Dopo Madrid, che è in costruzione, andremo in Asia, che è già complessa, poi in Africa e in Sud America. Bisogna capire le esigenze di ogni territorio, essere rispettosi, modulare il modello perché crei valore e non impatto negativo. La nostra missione è applicarlo a prescindere: se non si abbattono le barriere, perché facciamo tutto questo? Pensiamo ai ragazzi che arriveranno domani, ai leader di dopodomani – penso anche alle nostre figlie, che hanno sette e tre anni. Una visione globale ci fa capire che nel 2026, in Italia come in Asia, in Africa o in America, andiamo tutti a dormire e ci svegliamo il giorno dopo: abbiamo tutti la stessa vita, in un modo o nell’altro».
Mettendo in connessione studenti, università e imprese, che cosa pensate manchi oggi alla formazione tradizionale, in Italia e negli Stati Uniti? Candida Zarrelli: «Questo progetto nasce proprio dal nostro background. Io ho fatto la scuola americana in Italia, dalle elementari al liceo; vivo negli Stati Uniti da undici anni. Noi italiani nasciamo con la capacità di riaggiustarci, di rimodellarci a seconda di quello che ci capita davanti – un problem solving naturale. Il connubio tra la flessibilità e la praticità americana, da un lato, e questa nostra capacità di adattamento, dall’altro, sarebbe il giusto mix che manca a entrambi i sistemi». Daniele Frappelli: «Aggiungo due temi. Il primo è infrastrutturale: in Italia i fondi per l’educazione diminuiscono, le strutture invecchiano, e questo impedisce a molte università di efficientare i propri sistemi. Restiamo anche troppo legati a un modello nozionistico, con la conseguenza della fuga dei talenti. Il secondo è l’internazionalizzazione: siamo stati all’avanguardia con l’Erasmus, che serviva a costruire un’identità europea, ma ci confrontiamo ancora troppo poco con i sistemi davvero internazionali. Spesso nasciamo, viviamo e moriamo nello stesso ecosistema. Milano cresce perché ha quattro o cinque atenei importanti che creano risorse umane per gli investitori; ma a livello centrale ci sono leggi e regolamenti sul lavoro che rendono difficile alle imprese investire sul meglio».
Nella vostra visione c’è anche il percorso inverso: portare gli studenti italiani ed europei all’estero? Daniele Frappelli: «La nostra fase 2 è proprio questa: aprire i curriculum perché anche gli studenti europei, italiani, locali, possano accedere ai sistemi internazionali nella stessa modalità che oggi offriamo agli americani. L’idea è globalizzare – anche se ormai la parola non si usa più – la capacità di poter essere applicati a prescindere da dove vieni».
Knowhow.org è una piattaforma educativa globale fondata da Daniele Frappelli e Candida Zarrelli, nata per connettere università statunitensi, imprese e territori attraverso una rete di Knowledge Center permanenti. In partnership con Auburn University e l’Harbert College of Business, l’organizzazione porta oggi studenti americani in Italia, offrendo loro spazi di formazione di ultima generazione e percorsi di stage all’interno di aziende italiane.
















