Irpef

Il cantiere della manovra 2027 comincia a prendere forma e ancora una volta il fisco si prepara a diventare uno dei terreni centrali del confronto nella maggioranza. Sul tavolo ci sono due possibili interventi sull’Irpef: abbassare dal 23% al 22% l’aliquota del primo scaglione e spostare da 50.000 a 60.000 euro il limite della fascia oggi tassata al 33%. Una combinazione che avrebbe l’obiettivo di alleggerire il prelievo soprattutto sul ceto medio, ma che dovrà fare i conti con le coperture e con gli equilibri della prossima legge di Bilancio.

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Il nuovo intervento sul ceto medio

Il punto di partenza è la riforma già entrata in vigore nel 2026. La legge di Bilancio ha ridotto dal 35% al 33% la seconda aliquota, applicata alla parte di reddito compresa tra 28.000 e 50.000 euro, lasciando al 23% la fascia fino a 28.000 euro e al 43% quella superiore a 50.000. La struttura è confermata dall’articolo 11 del Tuir, modificato dalla legge 199 del 30 dicembre 2025: l’intervento del 2027 rappresenterebbe quindi un nuovo passo nel percorso di riduzione dell’Irpef sul lavoro e sui redditi medi.

Il 33% potrebbe arrivare fino a 60 mila euro

L’ipotesi politicamente più definita riguarda l’allargamento dello scaglione intermedio: il 33% non si fermerebbe più a 50.000 euro, ma arriverebbe fino a 60.000. In questo modo i 10.000 euro compresi tra le due soglie non sarebbero più tassati al 43%, ma con dieci punti in meno. Il beneficio crescerebbe progressivamente oltre quota 50.000 e raggiungerebbe 1.000 euro l’anno a 60.000 euro di imponibile, per poi restare invariato sui redditi superiori. Marco Osnato, presidente della commissione Finanze della Camera, ha indicato per questa misura un costo vicino ai 3 miliardi; anche il sottosegretario Claudio Durigon ha confermato l’obiettivo di intervenire sui redditi fino a 60.000 euro.

Sul tavolo anche il 22% per il primo scaglione

Più recente è l’ipotesi di portare dal 23% al 22% la prima aliquota, quella che oggi interessa la quota di imponibile fino a 28.000 euro. Alcune simulazioni circolate in questi giorni attribuiscono a questa misura un vantaggio massimo di 220 euro, ma il dato richiede cautela: se il punto percentuale di riduzione fosse applicato integralmente ai 28.000 euro del primo scaglione, il risparmio teorico arriverebbe a 280 euro annui. I 220 euro citati in diverse ricostruzioni derivano invece dalle indicazioni politiche su “un punto in meno sullo scaglione attuale”, senza che sia ancora disponibile un testo normativo che chiarisca esattamente base imponibile, meccanismo e possibili correttivi.

Quanto potrebbe aumentare il netto

Se le due modifiche fossero approvate nella forma oggi ipotizzata, un contribuente con almeno 60.000 euro di imponibile potrebbe cumulare 1.000 euro di risparmio dall’estensione dello scaglione al 33% e, teoricamente, altri 280 euro dalla riduzione della prima aliquota: fino a 1.280 euro lordi l’anno, poco meno di 107 euro al mese su dodici mensilità. La cifra di 1.220 euro riportata da alcune simulazioni nasce invece sommando i 1.000 euro della prima misura ai 220 attribuiti al secondo intervento. Il beneficio effettivo potrà essere quantificato solo quando saranno definiti testo della manovra, detrazioni, eventuali limiti reddituali e coperture: al momento si tratta di scenari fiscali, non di risparmi già acquisiti.