Irpef aliquota unica

Il drenaggio fiscale ha portato più entrate nelle casse dello Stato, ma le successive modifiche all’Irpef hanno redistribuito gli effetti tra le diverse fasce di reddito. Il risultato è una mappa tutt’altro che uniforme: le misure fiscali adottate negli ultimi anni hanno sostenuto soprattutto i redditi bassi e medi, mentre il peso del fiscal drag è risultato maggiore sulle fasce più elevate.

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Secondo la Banca d’Italia, tra il 2022 e il 2025 il drenaggio fiscale ha generato quasi 18 miliardi di euro di maggiori entrate, con un effetto particolarmente elevato nel 2023 e nel 2024. Nel solo 2025 il fenomeno è stato stimato in circa 5 miliardi di euro.

Il quadro, tuttavia, cambia se si considerano anche le riforme dell’Irpef introdotte nello stesso periodo. Le modifiche alle aliquote, agli scaglioni e alle detrazioni hanno infatti compensato in misura diversa l’effetto del fiscal drag, con conseguenze differenti a seconda del livello di reddito.

Chi guadagna con le riforme Irpef

A beneficiare maggiormente degli interventi che si sono susseguiti negli ultimi anni sono stati soprattutto i contribuenti con redditi bassi e medi, in particolare i lavoratori dipendenti.

L’analisi dell’Ufficio parlamentare di bilancio mostra che le riforme dell’Irpef hanno progressivamente ridotto il prelievo sui redditi da lavoro dipendente più contenuti, rafforzando al tempo stesso la capacità redistributiva dell’imposta. Tra il 1990 e il 2026 l’indice di redistribuzione dell’Irpef è infatti passato da 0,028 a 0,065.

Secondo l’UPB, le riforme rivolte ai redditi bassi e medi spiegano il 115,8% dell’aumento complessivo della capacità redistributiva dell’Irpef nel periodo analizzato. Il dato superiore al 100% riflette il fatto che altri fattori hanno agito in direzione opposta, riducendo parte dell’incremento.

Anche l’effetto delle misure più recenti deve però essere letto distinguendo tra le diverse categorie di contribuenti. L’UPB ha evidenziato che il sistema degli ultimi anni ha favorito soprattutto i lavoratori dipendenti nelle fasce basse e medie, mentre pensionati e autonomi hanno recuperato in misura differente gli effetti del drenaggio fiscale.

Chi perde con il drenaggio fiscale

Il meccanismo che sta alla base del fiscal drag è legato alla mancata indicizzazione all’inflazione dei parametri dell’imposta. Se salari e redditi nominali aumentano per effetto dell’inflazione, ma scaglioni e soglie fiscali restano invariati, una parte del contribuente può finire soggetta a un prelievo medio maggiore senza aver registrato un corrispondente aumento del potere d’acquisto.

È proprio questo il meccanismo che ha fatto crescere il gettito fiscale negli anni dell’inflazione. L’UPB sottolinea che il fenomeno si verifica anche quando il reddito cresce soltanto in termini nominali e il contribuente non registra un effettivo miglioramento della propria condizione economica.

L’effetto è stato particolarmente significativo sui redditi medio-alti, anche perché gli interventi di riduzione del prelievo hanno avuto un’intensità maggiore sulle fasce più basse e intermedie.

Nel periodo 1990-2026, secondo l’UPB, il drenaggio fiscale ha contribuito per il 7,4% all’aumento della capacità redistributiva dell’Irpef. L’effetto è dovuto all’aumento dell’aliquota media, anche se contemporaneamente il fiscal drag ha ridotto la progressività dell’imposta.

Il caso dei redditi bassi

Il paradosso del drenaggio fiscale emerge osservando le diverse fasce di reddito. In assenza di interventi compensativi, infatti, l’inflazione avrebbe prodotto un effetto relativamente più pesante proprio sui redditi più bassi.

Le simulazioni richiamate nel quadro delle analisi fiscali mostrano che il drenaggio, espresso in rapporto al reddito imponibile, avrebbe avuto un impatto del 3,8% per i redditi fino a 20mila euro e del 3,9% per quelli tra 20mila e 40mila euro, contro l’1,5% per i redditi superiori a 60mila euro.

Le misure adottate hanno però modificato questo risultato. L’effetto compensativo è stato particolarmente consistente nella fascia sotto i 20mila euro, dove le misure fiscali hanno più che controbilanciato l’effetto del drenaggio.

Pensionati e autonomi, il recupero è diverso

Il confronto non riguarda soltanto le fasce di reddito, ma anche la tipologia di contribuente. L’UPB evidenzia infatti che gli interventi degli ultimi anni hanno prodotto differenze di trattamento tra lavoratori dipendenti, autonomi e pensionati.

Questo elemento è importante perché il drenaggio fiscale agisce sui parametri dell’imposta, mentre le misure compensative possono essere costruite in modo da concentrarsi su determinate categorie o livelli di reddito. Di conseguenza, a parità di incremento nominale del reddito, l’effetto finale sul reddito disponibile può essere differente.

Nel 2025 il potere d’acquisto è stato recuperato

La fotografia della Banca d’Italia relativa al 2025 aggiunge un altro elemento al quadro. Secondo l’istituto, le famiglie italiane hanno mediamente recuperato il potere d’acquisto perso durante lo shock inflazionistico legato alla crisi energetica.

A contribuire al recupero sono state anche le politiche discrezionali, che nel complesso hanno più che compensato il drenaggio fiscale e l’erosione dei trasferimenti. Le famiglie appartenenti ai tre quinti centrali della distribuzione del reddito disponibile hanno recuperato più della perdita subita, mentre per il quinto più basso la crescita del reddito disponibile è risultata sostanzialmente in linea con l’inflazione. Per il quinto più elevato, invece, la crescita è rimasta lievemente al di sotto dell’inflazione.

Il saldo tra fiscal drag e riforme

Il punto centrale, quindi, è il rapporto tra drenaggio fiscale e riforma dell’Irpef. Il primo tende ad aumentare il prelievo quando i redditi nominali crescono senza un adeguamento dei parametri fiscali; le seconde possono intervenire modificando aliquote, scaglioni, detrazioni e altre agevolazioni.

Negli ultimi anni le due dinamiche hanno proceduto contemporaneamente. Secondo l’UPB, le riforme hanno aumentato la progressività dell’Irpef e ridotto il carico sui redditi bassi e medi, mentre il drenaggio fiscale ha agito soprattutto come fattore di incremento del prelievo.

Il risultato è dunque diverso a seconda della fascia considerata: i redditi bassi e medi hanno beneficiato maggiormente delle misure compensative, mentre per i redditi medio-alti il fiscal drag ha avuto un peso maggiore. Pensionati e lavoratori autonomi, inoltre, hanno seguito dinamiche differenti rispetto ai dipendenti.

La questione resta rilevante anche per il futuro: in assenza di una piena indicizzazione dei parametri Irpef all’inflazione, ogni nuova fase di crescita dei prezzi può infatti riaprire il problema del drenaggio fiscale e modificare nuovamente il rapporto tra reddito nominale, imposte e potere d’acquisto.