La nuova offensiva americana contro l’Iran sposta il terreno dello scontro dalle relazioni diplomatiche ai bilanci delle aziende. Con l’operazione “Economic Outcast”, Washington punta infatti a rendere economicamente sempre più costoso qualsiasi rapporto con Teheran, ampliando il perimetro delle sanzioni secondarie ben oltre il petrolio. Per le imprese europee il nodo non è tanto il valore, ormai ridotto, degli scambi diretti con l’Iran, quanto la possibilità di trovarsi davanti a una scelta molto più delicata: conservare determinati rapporti commerciali oppure proteggere l’accesso al sistema finanziario americano, alle transazioni in dollari e al mercato statunitense. Il rischio, quindi, corre soprattutto lungo le catene internazionali dei pagamenti, della logistica e dei servizi finanziari.

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La stretta americana si allarga a cinque settori

Il Tesoro statunitense ha esteso l’esposizione alle sanzioni secondarie a asset digitali, tecnologia, oro, aviazione e shipping, settori considerati strategici per i canali finanziari e commerciali iraniani. Nello stesso pacchetto, l’Ofac ha colpito quasi 60 tra società, individui e navi distribuiti in più giurisdizioni, mentre Washington ha avvertito che anche i soggetti stranieri impegnati a facilitare operazioni sanzionate possono essere esclusi dal circuito finanziario degli Stati Uniti. Per un’impresa europea, dunque, il problema può nascere anche senza una presenza diretta in Iran: basta che nella catena di clienti, fornitori, intermediari o pagamenti compaia una controparte esposta alle misure americane. È questa capacità di propagazione delle sanzioni a rendere la nuova strategia particolarmente rilevante per banche, assicurazioni e gruppi multinazionali.

L’Europa commercia poco con Teheran, ma il rischio resta

Sul piano strettamente commerciale l’esposizione europea appare contenuta: secondo i dati della Commissione europea, nel 2025 gli scambi di beni tra Unione europea e Iran sono stati pari a circa 3,7 miliardi di euro, con quasi 3 miliardi di esportazioni europee e circa 800 milioni di importazioni. Numeri molto ridotti rispetto al peso complessivo del commercio extra-Ue e che spiegano perché il primo impatto sui mercati sia stato limitato. Ma il valore degli scambi racconta soltanto una parte della storia: molte imprese operano attraverso banche internazionali, assicuratori, armatori e circuiti di pagamento che hanno una forte esposizione agli Stati Uniti. È proprio qui che una misura apparentemente indirizzata a Teheran può diventare un problema di compliance globale per aziende che con l’Iran hanno rapporti marginali o indiretti.

Banche, assicurazioni e shipping nel punto più delicato

La pressione maggiore potrebbe concentrarsi sulle imprese che lavorano negli ingranaggi della finanza e del commercio internazionale. Una banca che processa un pagamento, un assicuratore che copre un carico o una compagnia di navigazione che utilizza intermediari collegati a soggetti sanzionati possono trovarsi esposti anche senza avere scelto di investire direttamente in Iran. Per questo i grandi gruppi europei sono destinati a rafforzare controlli su clienti e fornitori, proprietà societarie, rotte commerciali e origine dei pagamenti. Il precedente delle pesanti sanzioni inflitte negli anni passati a istituti europei per violazioni dei regimi americani continua a pesare sulle decisioni dei consigli di amministrazione: perdere l’accesso al dollaro rappresenterebbe, per molte multinazionali, un costo enormemente superiore ai ricavi generati sul mercato iraniano.

Il paradosso europeo

Per le aziende europee resta inoltre un problema giuridico irrisolto. Il Blocking Statute dell’Unione europea è stato concepito proprio per contrastare gli effetti extraterritoriali di alcune sanzioni di Paesi terzi e, per le misure americane incluse nel suo allegato, vieta in linea generale agli operatori Ue di adeguarsi senza autorizzazione della Commissione. Sulla carta Bruxelles prova quindi a difendere l’autonomia delle proprie imprese; nella pratica, però, il peso del mercato statunitense e del sistema del dollaro può spingere molte società a ridurre ulteriormente ogni esposizione iraniana. La nuova offensiva di Washington rischia così di produrre il suo effetto più importante non attraverso un crollo immediato del commercio Ue-Iran, già modesto, ma attraverso una progressiva uscita preventiva delle imprese dalle aree considerate troppo rischiose.