Tutti pensano al presente. Al prezzo del petrolio e del gas. Alle navi bloccate nello stretto di Hormuz. Alla Russia di Putin che ha tutto da guadagnare da questa “terza guerra del Golfo” perché i prezzi volano e quindi ci sono più risorse economiche, più soldi, per continuare con l’operazione militare speciale che da quattro anni massacra l’Ucraina. Alla Cina che mentre approva il suo quindicesimo piano quinquennale 2026-2030 (ne parliamo più avanti) prova per misteriose vie diplomatiche con i vertici dei pasdaran ad aprire un qualche passaggio alle sue petroliere dal momento che Pechino ha assoluto bisogno del petrolio iraniano (copre più del 40% della sua domanda, come si sa, e non può certo dirottarla sul carbone visti tutti gli impegni “green” presi dai dirigenti di Pechino riuniti in questi giorni di marzo per la più grande assise economica, l’approvazione del piano quinquennale, del regime comunista).
Tutti gli occhi al presente e se le cose si mettono male come ai primi di marzo quando il prezzo del Brent ha sfiorato i cento dollari a barile e quello del gas i 50 dollari al mercato di Amsterdam con le sue regole misteriosissime, ecco che arriva il solito Trump a proclamare che la guerra, di fatto, è quasi finita e che cargo e petroliere possono tranquillamente avanzare tra le isolette e i bassi fondali di Hormuz perché la marina iraniana è stata distrutta. Con la conseguenza immediata che i prezzi scendono e Wall Street sale per la gioia dell’inner circle degli amici miliardari del presidente.
Tutti gli occhi al presente e nessuno che dedica un attimo di riflessione a quale Iran ci sarà dopo le bombe e il cielo nero (di petrolio) sopra Teheran, al “Nuovo Iran” che, prima o poi, prenderà il posto della Repubblica islamica di Khomeini e di Khamenei (padre e, ora, figlio), il regime più feroce mai visto in Medio Oriente (al confronto quasi svaniscono le crudeltà della Savak, la Gestapo del vecchio Sha Rezha Palavi).
Ora, a voler essere un po’ ottimisti sul futuro (come consiglia di fare la scrittrice franco-iraniana Lucie Azema, l’autrice di “Una stagione a Teheran”) e senza dare la minima credibilità alle sciocchezze trumpiane (“Sarò io a scegliere la Guida Suprema…” e così via straparlando nel giorno in cui i suoi elettori evangelici hanno organizzato una sessione di preghiera nello Studio Ovale: andate a vedervi le immagini su You Tube), una qualche riflessione sul “Nuovo Iran” andrebbe fatta come suggerisce in una “tribuna aperta” sul quotidiano “Le Monde” l’anziano politologo (ha 85 anni) iraniano Mohammad-Reza Djalili, direttore dell’Istituto di studi internazionali di Ginevra, prestigiosissima scuola di politica internazionale nata negli anni Trenta con il sostegno della Società delle Nazioni.
E qual è il consiglio di Reza Djalili (che collabora anche con il Mulino di Bologna)? Cominciare a immaginare (e a costruire) il Nuovo Iran con il contributo di un “capitale umano” straordinario di cui non hanno mai disposto ayatollah e pasdaran in quasi mezzo secolo di regime. E che è il frutto di un paese con radici storiche e culturali che né Trump e nessun altro dirigente della Casa Bianca riescono a immaginare (ancora Lucie Azema ricorda, come esempio dell’eccellenza culturale persiana, il poema di Omar Khayyam, poeta matematico e astronomo di Isfhan che nell’anno Mille gettò le basi, con una serie di equazioni, di quella che sarebbe stata la fisica quantistica e che costruì un calendario più esatto dei nostri, giuliano e gregoriano).
Ebbene, dov’è questo “capitale umano” di altissima qualità disponibile a costruire il Nuovo Iran senza gli ayatollah e senza i marines? Basta guardare il mondo globale, dal Medio Oriente agli Stati Uniti, dalla Germania alla Francia alla Svezia alla Gran Bretagna, tutti paesi dove vive (spesso in condizioni sociali ed economiche medio-alte) una “diaspora iraniana” di circa dieci milioni di persone che per cultura radicamento sociale risorse economiche ha le stesse caratteristiche della “diaspora ebrea” di cui parla il nostro Gad Lerner nel suo penultimo saggio su “Gaza” considerandola una “risorsa politica” di qualità superiore a certi settori della stessa società israeliana in patria.
La “diaspora iraniana”, figlia della grande fuga del 1979 con l’arrivo da Parigi di Khomeini (dov’era stato osannato, diciamolo, da tutta la gauche francese ed europea), è fatta di “cervelli” (due soli esempi: Pierre Morad Omidyar fondatore di eBay e ora editore di siti giornalistici liberal come First Look Media e Interceptor, produttore cinematografico e finanziatore del celebre film “Il caso Spotlight” sul giornalismo investigativo del Boston Globe; Dara Khosrowshahi, ceo di Uber e, in passato, di Expedia, per anni il manager più pagato degli Stati Uniti); la diaspora iraniana, dicevamo, è fatta di cervelli che potrebbero davvero cambiare il volto del Paese. Non dovrebbe essere
difficile coinvolgerla perché si tratta di una diaspora già politicamente impegnata pur con tutte le differenze ideologiche – dai monarchici ai socialisti – come abbiamo visto in queste settimane di guerra (nelle tante manifestazioni contro il regime degli ayatollah in giro per il mondo). Del resto, l’attività di lobbying di questi “fuoriusciti” a favore del loro paese non è mai venuta meno in tutti questi anni: basta solo ricordare le 120 emittenti televisive e radiofoniche in lingua farsi che trasmettono in direzione di Teheran per non parlare delle migliaia di siti e portali internet che parlano agli iraniani in patria. I quali ricevono dalla diaspora anche consistenti aiuti economici, rimesse che valgono decine (o forse centinaia, non esiste una statistica) di miliardi di dollari. Si tratta di una massa finanziaria che, una volta caduto il regime, potrebbe avere lo stesso effetto-leva che ebbero i miliardi di dollari dirottati verso Pechino dalla “diaspora cinese” dopo il crollo del maoismo e l’apertura ai mercati del nuovo leader di allora, Deng Xiaping (dal 1978 al 1997).
Certo, non si può dire che i miliardi della “diaspora cinese” abbiano fatto della Cina la seconda potenza economica mondiale, ma se oggi Pechino può presentare con orgoglio al mondo il suo 15° piano quinquennale 2026-2030 (approvato dall’Assemblea generale popolare con i suoi tremila delegati convocati alla Casa del Popolo a due passi da piazza Tienamen) un qualche contributo le risorse della diaspora lo avranno dato.
L’idea stessa di un piano quinquennale – il primo risale al 1953 all’indomani della Lunga Marcia di Mao, ispirato al modello staliniano – oggi sembra un relitto della preistoria, ma basta ascoltare le parole del primo ministro Li Qiang per capire il “respiro lungo” della Cina: “Di fronte ai disastri del turbo-capitalismo e del corto-termismo – ha detto Li Qiang – i piani quinquennali della Cina sono un esempio di continuità strategica. Questo piano ha una missione storica: connettere il passato al futuro. Riguarda lo stato generale dell’economia, ma anche il benessere di ogni famiglia”.
Per questo la Cina si muove con realismo e flessibilità: non spinge per una crescita a tutti i costi del pil al 5% (basta il 4,5%), ma vuole che la sua industria informatica, l’industria del futuro dell’Intelligenza Artificiale, salga al 12,5% del pil rispetto al 10,5% di oggi con un investimento in R&D (ricerca e sviluppo) pari al 7% del pil e con l’obiettivo di creare un mercato da 1.500 miliardi di dollari da qui al 2030, il doppio di oggi. Sul terreno energetico il piano quinquennale è ancora più ambizioso: la quota di energia green passerà dall’attuale 21,7% al 25% pari a 3.600 gigawatt di solare ed eolico, mentre il nucleare dovrà fornire 110 GW entro il 2030 quasi doppio dei 67GW di oggi. Come dicono gli analisti, la Cina diventerà un vero “elettro Stato”. E avrà sempre meno bisogno del petrolio iraniano. Che prenderà altre strade, tutte utili a finanziare l’Iran Prosperity Project presentato a Monaco da Reza Palavi, il figlio dello Sha, il principe della “diaspora iraniana”.
















