Quale Mediterraneo? Il Mediterraneo è una forza ambigua. È un mare “piccolo” per dimensioni ma con un’estensione simbolica, per le civiltà che ospita, per le varietà di culture e religioni che ne hanno fatto la storia, per le lingue che ne segnano l’identità… oceanica. Come le grandi città che si trasformano e trasformano i popoli e le culture, lo fanno perché sono, al di là della grandezza, molto dense, piene di oggetti, funzioni, estetiche e persone, così il Mediterraneo ha sempre sfruttato la sua densità, a cominciare dai popoli che lo abitano.

Per questo, oggi, nel mondo del conflitto e delle guerra, il Mediterraneo è un nodo protagonista, che nel suo valore simbolico va oltre se stesso. E la guerra fra Israele e Hamas rappresenta, nella sua possibile escalation, il Mediterraneo come valore unico nel pianeta: i grandi conflitti sono stati “cullati” nel Mediterraneo che ha gestito anche la sua vocazione di complessità politico culturale.

Infatti l’altro versante dell’ambiguità mediterranea sta nel fatto che le grande mediazioni contro i conflitti sono nate qui. Le contrapposizioni fra culture e religioni che hanno generato il combattersi sanguinoso nella storia sono anche quelle che hanno portato alle soluzioni pacificanti per sintesi e inclusioni. Da Gibilterra al Bosforo, pochi luoghi al mondo hanno la bellezza del Mediterraneo: le sue architetture, le sue arti, le sue città… e i suoi stessi popoli.

Questa cultura del fare, questa bellezza, e l’intelligenza che l’ha generata, potrebbero diventare anche un soggetto politico, un insieme di persone e visioni comuni che, nella stratificazione della storia e della cultura, sono lì a disposizione dei grandi interessi legati ai conflitti e all’odio planetario.

E com’è che questa cultura sincretica non entra nel gioco diplomatico che deve evitare le guerre e controllare il loro espandersi? Come mai la guerra che si diffonde, dall’Ucraina a Gaza / Israele, si isola in una sorta di territorio videogame, non filtrato da tutti i contesti geoterritoriali che potrebbero deviarla o stemperarla? Come mai l’inutile Europa non usa il linguaggio del Mediterraneo e si trincera nella sottocultura subamericana, come mai l’Italia cialtroneggia, lei che dovrebbe essere la protagonista, nell’inerzia del suo provincialismo?

E mentre l’Oriente, dopo il Brics, che rappresenta il 55% del pianeta, si prepara a portare il conto (guerre incluse) all’Occidente, il Mediterraneo evapora in un contesto puramente geografico. Lontani i tempi della mediazione italiana fra arabi e occidentali, quando qualcuno teorizzava e voleva che il Mediterraneo fosse un’oasi di pace.

L’oasi… era pensata soprattutto come un contesto culturale e politico, dove il crocevia mediterraneo diventava la situazione “naturale”, portata dalla storia, per far incontrare le diversità, per trovare insieme mediazioni e progetti comuni. E l’idea di dislocare dalla politica alla cultura tensioni e contrasti era uno strategemma che, nato dalle intelligenze mediterranee, spostava su un piano parallelo le stesse ragioni del contendere e delle conseguenti intese possibili. È una chiave ancora attuale e andrebbe sostituita al meccanicismo delle scadenti diplomazie europee. E non è un caso che i settori più internazionali e aperti della borghesia finanziaria palestinese, affiancata da quella libanese, si stanno muovendo per progettare mostre, incontri d’arte e letteratura in molte città mediterranee con tempi e modalità, vista la situazione, sempre più urgenti.

Molti che conoscono la complessità di quel mondo sanno bene che una pluralità di attori sono legati a quella guerra. Attori e interessi di ricchi palestinesi che da New York a Londra “vedono” il Mediterraneo e costruiscono qualche ipotesi di nuovo contesto, appunto, che possa alimentare strade “culturali“ verso pacificazioni o contrasti, almeno, alla guerra e che nel futuro possibile disinneschi altre guerre altri contesti Infatti anche nel conflitto unico ci sono conflitti “altri”… a cominciare da quello delle disuguaglianze sociali: le migliaia di morti sono soprattutto poveri, i ricchi sono altrove.

Ma la grande civiltà mediterranea fra i tanti insegnamenti ne dà uno attualissimo. Si passa attraverso cinismi e opportunismi ma senza cultura e alleanze non si risolve la guerra.

di Mario Abis