Viviamo un’epoca di profondi cambiamenti, segnata dalla transizione digitale e da quella ecologica: due sfide che plasmeranno il nostro futuro. Nel cammino verso l’inclusione e la parità di genere, continuiamo però a imbatterci in una serie di distorsioni che rischiano di minare i progressi compiuti finora.

Parità di genere, molte luci e qualche ombra

Disequilibri che permeano anche il rapporto con la tecnologia, in particolare con l’intelligenza artificiale, influenzando la nostra quotidianità tanto nella dimensione fisica quanto in quella virtuale.

Negli ultimi anni, abbiamo assistito a importanti sviluppi nel percorso verso la parità di genere: l’elezione di UN premier, la nomina di UN ministro delle Pari Opportunità e il successo di UN direttore d’orchestra di fama mondiale, tutte donne. Traguardi che testimoniano una evidente breccia nel tetto di cristallo. Ciò che non possiamo ignorare, però, è che la nostra cultura incontra forti resistenze nel tradurre questi risultati attraverso il linguaggio, declinato spesso ancora al maschile, con riverberi anche nell’emisfero tecnologico.

Come può essere classificata l’Intelligenza Artificiale

L’intelligenza artificiale si basa, infatti, su algoritmi che si compongono di dati forniti dall’uomo. Se questi contengono bias di genere, come la tendenza a dare nomi o connotati ai ruoli in modo stereotipato, l’IA riprodurrà e perpetuerà tali distorsioni. Ciò significa che gli assistenti vocali o le chatbot possono presentare un atteggiamento sessista o assumere un linguaggio che riproduce disuguaglianze di genere.

Tra le possibili ricadute, ad esempio, la comune rappresentazione dell’IA come segretaria o assistente virtuale di sesso femminile, quasi fosse un’impostazione predefinita. Queste dinamiche possono rafforzare gli stereotipi di genere nella società, contribuendo a mantenere una cultura che non rispecchia la vera diversità e inclusione.

L’Intelligenza Artificiale, inoltre, può generare immagini e rappresentazioni grafiche sbilanciate, che riflettono spesso un punto di vista maschile o una posizione dominante. Una dinamica che porta inevitabilmente a un’omogeneità delle soluzioni proposte nei diversi ambiti di competenza, escludendo così prospettive e conoscenze cruciali, provenienti, per esempio, da culture meno diffuse.

È fondamentale comprendere che l’IA non è né buona, né cattiva, in quanto orientata dal genere umano, ma siamo sicuri che si possa definire neutra? Più volte ci troviamo di fronte a modelli falsati dalla disparità che ancora pervade alcuni ambiti della nostra società.

Istruire l’IA affinchè sia inclusiva

E’, dunque, necessario un impegno attivo per garantire che le informazioni utilizzate per “istruire” l’intelligenza artificiale siano rappresentative e comprendano tutte le prospettive di cui il genere umano è ricco.

Si è da poco concluso il Festival dello Sviluppo Sostenibile di ASviS, una preziosa occasione di confronto sui progressi della transizione green e digitale. Anche quest’anno la parità di genere è stato un tema cruciale, una lente attraverso la quale guardare a tutti gli aspetti della sostenibilità.

Un punto, nel dibattito, resta fermo: occorre investire sulla formazione per favorire maggior conoscenza e consapevolezza, così da identificare e contrastare le discriminazioni che la tecnologia può amplificare. Artificiale o umana che sia, parliamo di intelligenza ossia “il complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono di pensare, comprendere o spiegare i fatti o le azioni, elaborare modelli astratti della realtà”. Se questi modelli debbano essere inclusivi lo decidiamo qui e ora e ne siamo tutti responsabili.