Riprendiamo le riflessioni sulla capacità di innovazione del sistema Italia, misurato dall’ Innosystem Index, curato da The European House Ambrosetti. L’Italia è 24ma su 37 Paesi. L’indice misura cinque aree: il capitale umano (Italia 28˚), la disponibilità di risorse finanziarie per l’innovazione (22˚), l’eco-sistema dell’innovazione (32˚), l’attrattività del sistema Paese (24˚) e l’efficacia complessiva. Qui l’Italia brilla al 10˚ posto grazie al numero di pubblicazioni per ricercatore (1˚), la qualità della ricerca (3˚), l’efficacia delle richieste di brevetto (5˚). Non sorprende, considerata la qualità del sistema universitario e un buon 22% di laureati in materie Stem. L’evidente gap rispetto agli altri risultati è un indicatore delle difficoltà nel trasferimento tecnologico, cioè nel tradurre il genius loci in processi industriali e prodotti innovativi e competitivi.

Aggiungi Economy Magazine come fonte preferita su Google!

Leggendo il rapporto se ne individuano ragioni e opportunità di miglioramento. Ne seleziono quattro. 1) La scarsa propensione a investire in R&S: l’Italia spende in R&S 1,2% del Pin, poco più della metà dell’EU27 (2,1%) che, a sua volta, è meno di 2/3 rispetto agli Usa (3,6%). Il tema riguarda le scelte di impresa quanto gli investimenti pubblici. Infatti l’Italia si piazza 23˚ in entrambi gli indicatori, mentre è 8˚ per incentivi pubblici agli investimenti privati. 2) Il grado di digitalizzazione dell’ecosistema. Siamo a fondo classifica in indici quali numero di unicorni per abitante, bilancia commerciale nei prodotti tecnologici, professionisti di coding, iniziative in ambito IA.

Da qui l’urgenza dell’avvio dei piani Transizione 4.0 e 5.0.  3) Gli investimenti nel venture capital: 20ma nell’indice pro-capite. Non sono mancati in questi anni stanziamenti governativi e nuove iniziative. Deve migliorare la capacità del sistema pubblico nel veicolarli, facendo leva su partner privati e università, e l’attenzione da parte degli investitori istituzionali. 4) Il grado di apertura internazionale del sistema: andiamo bene per mobilità degli studenti (13˚) ma scivoliamo a fondo classifica quando si tratta di business (35˚ per flusso di investimenti diretti esteri).

Qui pesano fardelli accumulati negli anni: fisco – cuneo fiscale compreso – infrastrutture anche digitali, burocrazia e sicurezza. Dopo Euro2024, un paragone calcistico non vuole essere irriguardoso. La Spagna vince con baby-promesse cresciute nei vivai di club, a fianco di campioni maturi. L’Italia perde la partita tra unicorni (30˚; Singapore, Israele e Usa sul podio). Eppure i distretti industriali sono i nostri vivai, terreno fertile per coltivare un tessuto di Pmi innovative, ma serve più gioco di squadra.