Mario Alberto Catarozzo

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando il nostro modo di lavorare e di gestire le risorse umane in azienda. Economy ha incontrato Mario Alberto Catarozzo, coach, formatore e docente di IA, per capire come questa rivoluzione tecnologica, ma non solo, possa essere governata per potenziare, e non sostituire, il capitale umano.

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Nel panorama attuale, molti professionisti e imprenditori osservano quanto sta accadendo con l’IA con un misto di curiosità e apprensione. Si parla di rivoluzione, ma anche di rischi. Dal suo punto di vista unico, che coniuga coaching e tecnologia, qual è la vera posta in gioco oggi?
È un sentimento comprensibile, ma dobbiamo essere chiari: ignorare l’IA oggi sarebbe un errore fatale per chi fa business. La posta in gioco non è tanto l’adozione di uno strumento tecnologico, quanto il cambiamento culturale complessivo nel modo di lavorare, fare impresa e fare la professione.

L’IA sta riscrivendo gli standard di efficienza nell’analisi di documenti, nella ricerca e nell’automazione di compiti a basso valore. Chi rimane ancorato a metodi tradizionali rischia di diventare più lento, più costoso e, in definitiva, meno competitivo.

Lei non è solo un esperto di IA, ma anche un coach e un formatore di lunga carriera. Questo suggerisce un approccio che va oltre il semplice “saper usare uno strumento”. In che modo il suo metodo integra le soft skill, il coaching e l’IA? In altre parole, come aiuta i professionisti a non diventare semplici esecutori di un software, ma a rimanere i veri strateghi della loro professione?
La tecnologia è solo una leva; il punto di partenza è la mentalità di chi usa la tecnologia. Il mio metodo si fonda sull’idea che per usare l’IA in modo opportuno bisogna prima aver lavorato sul mindset delle persone, in modo che l’IA diventi un partner e non una dipendenza.

Attraverso il coaching, lavoriamo sulla gestione del cambiamento, sulla curiosità e sul pensiero critico. Insegniamo a “dialogare” con l’IA, a porre le domande giuste per ottenere risultati di valore e, soprattutto, a validare l’output con la propria insostituibile esperienza. Le soft skill diventano centrali: la capacità di sintesi, la visione strategica, l’empatia nel comprendere le sfumature che l’algoritmo non coglie.

Immaginiamo il titolare di uno studio di medie dimensioni, sommerso dal lavoro. È scettico, teme per la privacy dei dati e non sa da dove cominciare. Qual è il primo, concreto passo che consiglia per iniziare un percorso di integrazione dell’IA nella propria organizzazione?
Il primo passo è fermarsi e porsi le domande giuste, mappare le proprie esigenze e definire i propri obiettivi. Il secondo passo è fare formazione per imparare ad utilizzare opportunamente questa tecnologia così potente e raffinata.

Il terzo passo è diventare consapevoli del proprio ruolo rispetto all’IA: l’essere umano deve avere sempre il timone in mano, saper dialogare con l’IA mediante i prompt e saper valutare criticamente gli output che vengono generati, per poi personalizzarli e inserirli nel proprio processo lavorativo.

L’errore più comune è utilizzare questi strumenti senza conoscerli e senza una strategia. La fretta e la mancanza di pazienza non sono buoni consiglieri. Il mio consiglio è partire gradualmente, provare e riprovare, allenarsi con costanza, con spirito di curiosità e mente aperta.

Guardando al futuro, diciamo tra cinque anni, come immagina il professionista e il manager “aumentato” dall’intelligenza artificiale?
Tra cinque anni avremo professionisti e manager che usano l’IA come un co-pilota intelligente per liberarsi dalle incombenze operative, che possono dedicare l’80% del proprio tempo a ciò che è squisitamente umano: la relazione con il cliente, l’empatia, la negoziazione, la creatività nel problem-solving e la visione strategica d’insieme.

Emergerà una figura che non combatte più contro il tempo, ma saprà delegare ciò che non gli compete più, per focalizzarsi solo su attività a valore aggiunto. Questo, però, a condizione che avrà fatto un percorso culturale, di change management, prima di tutto, dove il cambiamento avverrà prima nel modo di pensare e dopo negli strumenti che saprà utilizzare.