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L’influencer piace alle Pmi, ma lo paga più volentieri con il cambio merce. Altroché guadagni da sogno sull’onda del successo di Chiara Ferragni, il 56% di un campione di 873 imprese intervistato in una  ricerca condotta da I-AER* Institute of Applied Economic Research in collaborazione con Aida Partners, ha spiegato di essere disponibile a pagare gli influencer, ma non con spostamento di denaro. Soprattutto nel mondo del fashion.  Il 20% del campione è disposto a spendere fino a 25 mila euro all’anno, la restante parte, invece, prevede un budget fino a 55 mila euro all’anno per un rapporto strutturato con gli influencer di medio e lungo periodo.

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Chi investe ancora in influencer

Nonostante gli ultimi accadimenti, a livello di cronaca, con le denunce e i processi aperti nei confronti di diversi influencer, in particolare in Emilia per evasione fiscale, ancora 6 aziende su 10 si dicono pronte ad investire su questo canale di contatto con i clienti. A trainare la diffusione di questa nuova forma di comunicazione spiccano due territori: Lombardia e Campania. Ma resta critico il nodo autenticità. Senza dubbio in questa scelta pesa il periodo di ristrettezze economiche e limitazioni finanziarie, oltre che alcuni ostacoli nell’acquisire visibilità in un mercato tendente alla saturazione. In questo contesto, gli influencer digitali offrono una soluzione strategica, permettendo alle PMI di superare queste barriere e connettersi con il loro pubblico/target in maniera innovativa ed autentica. «Infatti – spiega il Prof. Fabio Papa, docente di economia e direttore di I-AER – gli influencer, attraverso la loro presenza sui social media, hanno la capacità di creare narrazioni coinvolgenti e personalizzate che possono trasmettere i valori e gli obiettivi di una PMI ad un vasto pubblico».

Secondo la ricerca condotta dal team di ricercatori di I-AER, questo tipo di marketing è particolarmente efficace nell’era attuale, dove soprattutto i clienti più giovani cercano connessioni reali e significative con le marche che scelgono di supportare. Ad essere particolarmente aperti sono soprattutto tre ambiti merceologici: (i) food (ii) fashion (iii) intrattenimento ed eventi. Con quest’ultimo ambito in forte ascesa soprattutto nel centro-sud.

«In questo senso – sottolinea Papa – campagne congiunte possono non solo aumentare la consapevolezza su questioni sociali importanti ma anche stimolare l’azione collettiva e la raccolta fondi. Questo approccio trasforma il marketing in un’azione di responsabilità sociale d’impresa, dimostrando l’impegno di una PMI verso il bene comune e rafforzando la sua reputazione come un’entità che si preoccupa della comunità e dell’ambiente».

Allo stesso tempo, dalla ricerca emerge che il ruolo degli influencer può essere particolarmente potente nel promuovere l’economia locale e la sostenibilità ambientale. Attraverso la promozione di prodotti artigianali, iniziative locali e pratiche di business sostenibili, le PMI possono contribuire a creare un’economia più circolare, riducendo l’impronta ambientale e sostenendo la comunità locale. Questo non solo aiuta a costruire un ecosistema economico resiliente ma rafforza anche il legame tra le PMI, i consumatori e il territorio.