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CARO VITA AUMENTANO I PREZZI, SALE L'INFLAZIONE, BENI AL SUPERMERCATO A +9,6%

Per un Pil che accelera – +1% rispetto al precedente trimestre e +4,6 rispetto al 2021 grazie alla spinta della domanda interna, dell’industria e dei servizi – le certezze sul futuro del Paese non si può dire che corrano di pari passo. La caduta del governo Draghi e l’incognita-elezioni continuano a fare da freno e a gravare sull’outlook tricolore. E infatti, all’euforia che oggi ha improvvisamente contagiato il Ministero dell’Economia e delle Finanze («completata la ripresa post pandemia» è il commento che è rimbombato dalle stanze di via Venti Settembre nel comparare gli attuali numeri Istat sul Prodotto interno lordo con quelli pre-Covid) non si è data per nulla l’agenzia di rating Standard&Poor’s che, non a caso, ha rivisto e declassato da “positive” a “stabili” le previsioni sull’andamento del Paese.

Andamento inflazione in Italia e in Europa

La crescita c’è insomma, e va anche al di là delle aspettative, ma un po’ come succede per altri versi in altri paesi dell’Eurozona, l’incremento del Pil non basta a vedere spuntare improvvisamente arcobaleni all’orizzonte. Anche in Francia e Spagna (+0,5% e + 1,1% rispettivamente sul trimestre precedente), ad esempio, l’incertezza sulla “guerra del gas” non fa dormire sonni tranquilli, per tacere della Germania – la più grande economia d’Europa ma anche la più dipendente dai rubinetti di Putin – che, in questo secondo trimestre 2022, quanto a crescita è rimasta mestamente al palo.

Ma lo spettro vero che si aggira per l’Europa – e che in Italia va a braccetto, appunto, con il comune problema della crisi energetica e la peculiarità invece tutta autoctona dell’instabilità politica – si chiama “inflazione” e ormai cresce a vista d’occhio: ieri l’Eurostat l’ha stimata all’8,9% per il mese di luglio con l’energia a far da traino nell’aumento dei prezzi, seguita a ruota da cibo, alcol, tabacco, beni industriali non energetici e servizi.

Prezzi beni alimentari a +9,6%, pesce e carne +16%

E per riportarci tutti sulla terra, in particolar modo in Italia, ci hanno messo il carico ieri le federazioni della distribuzione e dei consumi, accorgendosi dai dati Istat che i prezzi al supermercato hanno già sfondato il muro del 9%. Sono le due facce dell’inflazione, bellezza. E il dato storico ci riporta indietro di quasi 40 anni: correva l’anno 1984 quando quel numero aveva fatto capolino per l’ultima volta dal carrello della spesa. Altri tempi, (ben) altri livelli di debito pubblico, tanto è vero che ad adeguare gli stipendi al trend inflattivo ci pensava all’epoca la famigerata “scala mobile” che poi nel 1992, in piena crisi della lira, il Governo del “dottor Sottile”, Giuliano Amato, fu costretto a sopprimere.

Oggi quest’impennata dei prezzi dei prodotti alimentari – alla quale ça va sans dire non seguirà alcun adeguamento dei salari – rischia di far chiudere i cordoni della borsa a molti italiani, con un effetto che si riverbererà a cascata sulle filiere agricole e produttive. La Federconsumatori ha subito fatto i conti: sulle famiglie ci sarà un aggravio di 2.354 euro annui, di cui 509,60 solo nel settore alimentare. Abbastanza per convincere gli italiani a scartare i preziosi (+16%) carne e pesce (o perlomeno i tagli più pregiati) e optare per verdure e ortaggi meno “expensive” magari ricorrendo ad offerte “last minute” per prodotti vicini alla scadenza. È lo scenario che teme di più dal canto suo la Federdistribuzione, e cioè che «le scelte orientata alla convenienza finiscano per penalizzare la qualità delle produzioni nazionali, tra cui i prodotti Dop, con effetti a cascata sulle filiere produttive, già in sofferenze per l’aumento dei costi».

Rischio riduzione consumi pari a 3 miliardi di euro

Dunque, ricapitolando: a far venire i capelli dritti in testa alle organizzazioni dei consumatori e delle imprese è l’effetto dell’inflazione sui beni, cosiddetti “di prima necessità”, il cui costo supera sistematicamente l’indice generale dei prezzi al consumo, e il picco dei generi alimentari che ha toccato il 9,6%. Una situazione che finora non aveva toccato i supermercati e che ora invece, secondo Confesercenti, potrebbe portare a una riduzione dei consumi di 3 miliardi.

«Una catastrofe», «un massacro», dicono in coro sia Unione dei Consumatori e Codacons che, appunto, Confesercenti e Federdistribuzione. E l’idea è quella di chiedere al Governo dimissionario Draghi – tecnicamente in carica solo per il disbrigo degli affari correnti, ma in realtà tutt’altro che in fase di smobilitazione da Palazzo Chigi – di destinare parte dei 14,3 miliardi dello scostamento di bilancio contenuto nel Decreto Aiuti Bis, all’aumento degli stipendi più bassi e di adottare misure come il taglio dell’Iva, per raffreddare i prezzi dei beni necessari, elettricità ed energia comprese.

Sperando pure che nel frattempo l’intesa Kiev-Mosca sul “grano” sortisca effetti positivi sul prezzo di pasta e pane.