L’inflazione cinese ha rialzato la testa in agosto, ma non nel modo in cui Pechino avrebbe sperato. Dopo mesi in cui il problema dell’economia cinese è stato esattamente l’opposto rispetto a quello di gran parte del mondo — prezzi quasi immobili e rischio deflazione — l’indice dei prezzi al consumo è salito dello 0,8% su base annua. Anche l’inflazione di fondo, al netto delle componenti più volatili come energia e alimentari, è avanzata fino all’1%.

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Sono livelli ancora molto lontani dall’obiettivo ufficiale del 2%, ma rappresentano comunque un segnale di risveglio. Il punto, però, è capire da dove arrivi questa fiammata. E qui il quadro diventa meno rassicurante.

A spingere i prezzi non è stata infatti una vera ripresa della domanda interna. I costi energetici sono aumentati del 4,1% rispetto a un anno prima, sull’onda del rincaro del petrolio provocato dalle tensioni in Medio Oriente. Contemporaneamente, la scarsità di chip di memoria legata al boom dell’intelligenza artificiale ha contribuito a far salire i prezzi dei dispositivi elettronici.

Sul fronte dei consumi quotidiani, invece, i segnali restano deboli. I prezzi alimentari risultano ancora inferiori dell’1,4%rispetto a un anno fa, mentre continuano a diminuire anche i costi legati alla casa. In altre parole, l’inflazione cinese sembra oggi dipendere più dalle strozzature dell’offerta e dal rincaro delle materie prime che da famiglie tornate improvvisamente a spendere.

La stessa dinamica emerge osservando l’industria. In agosto i costi delle materie prime sostenuti dai produttori cinesi sono cresciuti del 5,8%, mentre i prezzi all’ingrosso praticati dalle imprese sono aumentati soltanto del 3,8%. Il divario rischia di comprimere i margini: chi produce beni scarsi e molto richiesti, come i chip di memoria, può trasferire facilmente i rincari sui clienti, mentre molte altre aziende, soprattutto quelle più vicine al consumatore finale, sono costrette ad assorbirne una parte.

La questione non riguarda soltanto la Cina. Per anni la discesa dei prezzi alla produzione cinesi ha contribuito a tenere bassi i prezzi dei prodotti “Made in China” esportati nel resto del mondo. Ora questa tendenza potrebbe cominciare a invertirsi.

Ad agosto il valore delle esportazioni cinesi è cresciuto del 25%, mentre dall’inizio dell’anno le vendite all’estero di prodotti ad alta tecnologia sono aumentate di quasi il 43%. Non significa che tutto ciò che viene prodotto in Cina sia destinato a rincarare. Ma se energia, metalli e semiconduttori continueranno a costare di più e un numero crescente di aziende sarà costretto a trasferire questi aumenti sui listini, la “fabbrica del mondo” potrebbe smettere di esportare deflazione e cominciare, almeno in parte, a esportare inflazione.