Incentivi fiscali, la spinta che serve alle imprese

Incredibile a dirsi, ma anche in Italia inizia a definirsi un sistema di incentivi fiscali che potenzia la competitività delle nostre imprese, alleggerendo il peso del fisco sulla crescita delle nostre aziende. Questi incentivi tengono conto sia delle storiche debolezze del nostro sistema produttivo che delle esigenze dell’economia attuale e prospettica. Sotto il primo profilo, sono note la sottocapitalizzazione delle imprese italiane con l’eccessivo ricorso all’indebitamento bancario, il basso livello dell’attività di ricerca e sviluppo e – negli anni della crisi – la significativa riduzione degli investimenti. Mentre sul fronte delle esigenze dell’economia attuale e prospettica, rilevano la preminenza nell’economia digitale dei  beni immateriali ed il necessario investimento in impianti produttivi compatibili con la rivoluzione industriale in corso. Ebbene, il sistema attuale degli incentivi fiscali affronta tutte queste tematiche e costituisce un valido stimolo per le imprese. Per favorire la loro capitalizzazione, a partire dal 2011 si è deciso di incentivare il capitale di rischio mediante la deduzione figurativa di un importo pari al rendimento nozionale del capitale proprio (c.d. “ACE”). In sostanza, ai fini fiscali viene consentita la deduzione di un costo figurativo in proporzione agli incrementi del patrimonio netto realizzati a partire da una certa data. In questo modo, il capitale proprio viene equiparato ai fini fiscali al capitale di debito, e le imprese ottengono dei benefici fiscali annuali per gli utili che lasciano in azienda e per il capitale proprio che decidono di investire. Per favorire lo sviluppo dei beni immateriali esistono due specifici incentivi. Il primo mira ad alleviare il sostenimento dei costi nell’attività di ricerca e sviluppo, attraverso un credito d’imposta di misura significativa (50%), rapportato all’incremento di queste spese rispetto al passato. Il secondo, invece, favorisce lo sviluppo degli intangibles sotto il profilo del reddito che questi generano. 

Per rendere il sistema italia più solido serve certezza del diritto e incentivi fiscali “a regime” non solo per un periodo di tempo limitato

Si tratta del c.d. patent box, un regime opzionale che consente di detassare il 50% dei redditi generati da brevetti e altri intangibles. Infine, i recenti incentivi del Piano Industria 4.0 sostengono in modo rilevante gli investimenti delle imprese in impianti e macchinari attraverso un’extra deduzione nell’ammortamento di questi beni. Così, gli investimenti in strutture compatibili con i modelli della nuova rivoluzione tecnologica godono di una deduzione virtuale aggiuntiva pari al 150 per cento del costo di acquisto, mentre quelli in impianti e macchinari “ordinari” beneficiano di un incremento del 40 per cento. L’aspetto positivo è che tutti gli incentivi di cui sopra sono tra loro cumulabili, quindi l’effetto combinato può risultare realmente rilevante. Si tratta quindi di un quadro incoraggiante. Ma perché questo possa trasformarsi in uno scenario pienamente favorevole alla competitività delle nostre imprese, mancano ancora due fattori. Tutti gli incentivi devono essere “a regime”, mentre oggi alcuni sono previsti solo per un tempo limitato. Ed inoltre è necessario aumentare significativamente il livello di certezza del diritto e quindi di affidabilità del nostro sistema. Quest’ultimo resta un rilevante punto di debolezza del Paese, ed incide negativamente sulla propensione ad investire. Si tratta di un problema generale, che si è chiaramente manifestato di recente proprio nel campo fiscale: nel giro di sei mesi la normativa ACE è stata cambiata tre volte, ed alla fine la portata di questo beneficio si è ridotta. Insomma, siamo solo agli inizi della strada. Non basta guardare al futuro, bisogna favorire il futuro con misure stabili e un contesto meno impervio agli occhi di un investitore internazionale. I bonus svaniscono, ma il Paese resta. E ha diritto di crescere.