Bankitalia

La manovra economica non piace alla Banca d’Italia, non in tutti i punti almeno, ma in quelli determinanti. Se proprio non si vuole parlare di bocciatura, si può dire che il governo è stato rimandato nelle materie più importanti: flat tax e reddito di cittadinanza in primis. Ma anche le politiche energetiche. Insomma sui temi cardine si è fatto troppo poco.

Una politica più decisa di sostegno alle imprese

La prima criticità che viene evidenziata da Banca d’Italia riguarda le politiche energetiche impostate dal governo. Scrive infatti nel suo report: “Si può altresì valutare che circa il 40 per cento delle risorse stanziate per mitigare l’impatto della crisi energetica sui bilanci di imprese e famiglie sia destinato al finanziamento di misure “mirate”. L’importanza di concentrare le risorse su interventi di questa natura è stata più volte sottolineata, anche al fine di contenere l’onere per la finanza pubblica. Andrebbe valutata con attenzione la possibilità di collegare meglio il sostegno alle imprese all’effettivo impatto dello shock energetico sul loro conto economico”.

Preservare il welfare è un passaggio fondamentale

Il documento insiste proprio sulle politiche di tutela della povertà e delle fasce più fragili della popolazione a partire dalla riforma dell’assegno unico e delle politiche a sostegno delle famiglie. Tra le novità introdotte c’è la riduzione al 5 per cento dell’aliquota dell’Iva per alcuni prodotti per la prima infanzia, ma anche l’incremento, limitato a un mese, dal 30 all’80 per cento dell’indennità per il congedo parentale per le lavoratrici dipendenti che
termineranno il periodo di congedo obbligatorio dopo il 2022. “Complessivamente – scrive –Bankitalia – queste misure determinerebbero un aumento del disavanzo di 0,6 miliardi nel 2023 e di 0,8 miliardi all’anno nel biennio successivo. L’assegno unico e universale, introdotto lo scorso marzo, ha sostituito un insieme di misure preesistenti semplificando il sistema. Già in passato la Banca d’Italia si è espressa a favore di questa razionalizzazione. Sarebbe importante disporre di analisi degli effetti dell’assetto determinato dall’introduzione dell’assegno sulla diseguaglianza, l’offerta di lavoro e la natalità.
Diversamente dall’assegno unico, che segue una logica di universalismo selettivo, la riduzione dell’IVA sui prodotti per l’infanzia andrebbe a beneficio di tutti i consumatori di tali prodotti, destinando risorse pubbliche anche a nuclei che non versano in condizione di bisogno e aumentando le cosiddette spese fiscali previste nel nostro ordinamento”.

Il Reddito di Cittadinanza va migliorato, ma non si deve togliere

Il giudizio sul reddito di cittadinanza è nel complesso da parte della Banca d’Italia nel complesso positivo e nella stessa analisi si ricorda come manovre di sostegno al reddito e alla povertà si renderanno sempre più necessarie in futuro, vista la crescita dell’inflazione che non accenna a fermasi. “In questi anni – si legge – il sussidio ha contribuito dapprima a contenere gli effetti negativi dell’epidemia di Covid-19 sul reddito disponibile delle famiglie più fragili e poi a sostenerne il potere d’acquisto, particolarmente colpito dal recente shock inflazionistico. La riforma complessiva annunciata dal Governo potrebbe essere un’occasione per risolvere questa ambiguità e rafforzare l’efficacia delle misure nel raggiungere le situazioni di bisogno. Non va peraltro dimenticato che i radicali cambiamenti dei paradigmi produttivi in corso a livello globale potrebbero rendere obsolete le competenze di molti lavoratori, richiedendo un rafforzamento delle misure di sostegno al reddito. Nell’attuazione delle misure bisognerà prestare attenzione ai rischi di aumento dell’indigenza nelle aree dove il reddito di cittadinanza è più diffuso e il mercato del lavoro strutturalmente malfunzionante, aree già ora caratterizzate da tassi di povertà più elevati”. Il ridimensionamento della misura per la Banca d’Italia suona come un campanello d’allarme: “La riduzione delle mensilità di sussidio prevista per il 2023, – continua – destinata a nuclei individuati in base all’età e alle condizioni di salute, potrebbe riguardare anche nuclei familiari difficilmente in grado di trovare una fonte di reddito alternativa sul mercato del lavoro, per di più in un contesto di rallentamento dell’economia e con un costo della vita in significativo aumento (l’importo dell’assegno, peraltro, non è indicizzato all’evoluzione dell’inflazione). L’efficacia del rafforzamento degli obblighi formativi per i beneficiari attraverso il sistema della riqualificazione professionale presuppone un’adeguata offerta di corsi, la cui qualità sia verificata in modo appropriato, nelle regioni economicamente meno sviluppate del Paese”.

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Con la flat tax si rischia l’aumento dell’inflazione

L’altro nodo pesante con il quale si dovranno confrontare gli italiani è la Flat Tax, che gli economisti di Bankitalia bocciano in toto. “Complessivamente questi interventi – scrivono – determinerebbero una riduzione delle entrate, pari a 0,3 miliardi nel 2023, 1,2 nel 2024 e 0,4 nell’anno successivo. L’ampliamento della platea dei contribuenti che accedono al regime forfetario restringe ulteriormente l’ambito di applicazione della progressività nel nostro sistema di imposizione personale sui redditi, che come noto è garantita dall’Irpef. Come già evidenziato dalla Banca d’Italia, la sussistenza di regimi fiscali eccessivamente differenziati tra differenti tipologie di lavoratori pone anche un rilevante tema di equità orizzontale, con il rischio di trattare in modo ingiustificatamente dissimile individui con la stessa capacità contributiva. Inoltre, in un periodo di inflazione elevata la coesistenza di un regime a tassa piatta, come quello forfetario, e di un regime soggetto alla progressività, come quello dell’Irpef, comporta un’ulteriore penalizzazione per i redditi sottoposti a quest’ultimo in quanto gli eventuali adeguamenti delle retribuzioni alla maggiore inflazione
comporteranno una quota più ampia di reddito assoggettata ad aliquota marginale più elevata (il cosiddetto drenaggio fiscale), cui invece i contribuenti del regime forfetario non sono sottoposti. Anche limitandosi all’area del reddito di impresa o da lavoro autonomo, il regime decisamente più favorevole garantito al di sotto di determinate soglie di giro d’affari può condurre, come le prime evidenze empiriche mostrano, a scelte organizzative subottimali e incentivare l’evasione per evitare l’aggravio fiscale in cui si incorre al superamento delle stesse”.

Il pericolo è l’incremento dell’evasione fiscale

Il tasto dolente, che è anche il tema centrale dell’analisi di via Nazionale è quella dell’evasione fiscale. Le misure in corso, secondo il report, rischiano di accelerare la propensione al nero.  “Nel complesso, – si legge – le misure determinano un aumento dell’indebitamento di 1,1 miliardi nel 2023 e una sua riduzione di circa 0,8 miliardi in media nel biennio successivo. Oltre agli effetti immediati sui conti pubblici, come più volte ricordato in passato, interventi di questo tipo – soprattutto se riproposti in forme molto simili e in tempi ravvicinati – possono avere un effetto negativo sul rispetto delle norme tributarie da parte dei contribuenti. Come già ricordato in passato, i limiti all’uso del contante, pur non fornendo un impedimento assoluto alla realizzazione di condotte illecite, rappresentano un ostacolo per diverse forme di criminalità ed evasione. In particolare, negli ultimi anni sono emersi studi – anche condotti nel nostro Istituto su dati italiani
– che suggeriscono che soglie più alte favoriscono l’economia sommersa; c’è inoltre evidenza che l’uso dei pagamenti elettronici, permettendo il tracciamento delle transazioni, ridurrebbe l’evasione. Anche le Raccomandazioni specifiche per l’Italia formulate dalla UE nell’ambito del semestre europeo muovono da tale presupposto. Nello specifico, nel 2019 si suggeriva all’Italia di “contrastare l’evasione fiscale, in particolare nella forma dell’omessa fatturazione, tra l’altro potenziando i pagamenti elettronici obbligatori, anche mediante un abbassamento dei limiti legali per i pagamenti in contanti”. La definizione di efficaci sanzioni amministrative in caso di rifiuto dei fornitori privati di accettare pagamenti
elettronici era inclusa tra i traguardi del Piano nazionale di ripresa e resilienza relativi al primo semestre di quest’anno”. L’altro punto che porta a incoraggiare l’introduzione di un limite al contante basso, riguarda proprio la sicurezza del sistema bancario.  “Con riferimento agli oneri legati alle transazioni effettuate mediante strumenti di pagamento elettronici  -continua -è opportuno ricordare che anche il contante ha costi legati alla sicurezza (come quelli connessi con furti, trasporto valori, assicurazione). Nostre stime relative al 2016 indicano che, per gli esercenti, il costo del contante in percentuale dell’importo della transazione è superiore a quello delle carte di debito e credito”.