Business and finance concept with giant Euro sign at European Central Bank headquarters in Frankfurt, Germany.

Niente paura: anche se le Camere sono state sciolte, il Pnrr non si ferma. A metterlo in sicurezza ci avevano pensato per tempo Parlamento e consiglio europei, che nel regolamento 241 del 12 febbraio 2021 – quello che istituisce il Recovery and Resilience Facility – avevano previsto, all’articolo 21, la possibilità di poter modificare il Piano e le relative scadenze a causa di “circostanze oggettive”. Come le elezioni anticipate, appunto. E dunque, se non è a rischio la seconda rata da 21 miliardi di euro legati ai 45 obiettivi raggiunti entro il 30 giugno, non lo è  neppure la terza, da 19 miliardi, relativa ai 55 obiettivi da centrare entro dicembre. Perché se è vero che questo è un governo “in ordinaria amministrazione”, è anche vero che gli obblighi internazionali e comunitari prevalgono su qualunque cosa. E le direttive sul disbrigo degli affari correnti lo dicono chiaro e tondo: «Il Governo rimane impegnato nell’attuazione legislativa, regolamentare e amministrativa del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e del Piano nazionale per gli investimenti complementari (Pnc)». Nonostante gli allarmi delle varie Cassandre, vale anche per le riforme: il Consiglio dei Ministri non esaminerà nuovi disegni di legge «salvo quelli imposti da obblighi internazionali e comunitari, compresi quelli collegati all’attuazione del Pnrr e del Pnc» e «si provvederà agli adempimenti prescritti dalla Costituzione, dalla legge n. 400 del 1988 e dalle leggi di delega per l’approvazione, anche in esame preliminare, di decreti legislativi, compresi quelli previsti dal Pnrr e dal Pnc». Compresi regolamenti governativi e ministeriali.

Punti di vista
A parte le riforme, ci sono un sacco di soldi in ballo. Come metterci le mani sopra, però, ancora non è chiarissimo. Soprattutto alle imprese. Perché va bene cianciare di digitalizzazione, competitività, cultura e turismo, rivoluzione verde e transizione ecologica, infrastrutture per una mobilità sostenibile, istruzione e ricerca, inclusione e coesione e financo salute, quella da cui è partito tutto, ma poi a mettere a terra tutte queste nobili missioni saranno, appunto, le imprese. E proprio mentre il Pnrr entra nella sua fase attuativa, le percezioni dei manager pubblici e di quelli privati appaiono sempre più distanti fra loro. «Nel settore pubblico è fortemente percepita l’esigenza di nuovo personale e più formato, mentre il 50% del settore privato chiede procedure più semplici», spiega Dario Bergamo, responsabile mercati regolati di EY Italia, che con Swg ha voluto indagare la percezione delle imprese e degli enti pubblici nei confronti del Pnrr. Ebbene: nonostante due imprese su tre prevedano di accedere ai progetti del Piano (con il 67% delle aziende intenzionate ad appoggiarsi a servizi consulenziali), solo 4 su 10 dichiarano di avere esperienze pregresse nella gestione di fondi europei. Ciononostante, quasi il 60% pensa che sarà coinvolta nella realizzazione di progetti con tali fondi. Ma per passare dal dire al fare bisogna sapere anche dove guardare. E, chissà perché, non stupisce scoprire che, se le amministrazioni valutano in modo almeno sufficiente l’accesso alle notizie circa il Pnrr, i soggetti privati si pongono con maggiore criticità evidenziandone valori insufficienti, specie sullo stato di avanzamento dei progetti, sulle modalità e le procedure di gestione e attuazione dei progetti e sulle modalità di governance dei finanziamenti. E dunque? Se le grandi imprese sono più “attrezzate”, le medie e le piccole non possono certo pensare di ricorrere al fai-da-te. E l’aiuto del commercialista non basta. Così, mentre gli enti pubblici si affidano al governo italiano (59%) e alle amministrazioni centrali dello Stato (55%), le imprese prediligono le società di consulenza (39%) e le associazioni di categoria (38%).

Fai-da-te? Ahi, ahi, ahi
I bandi Pnrr sono aperti agli enti della pubblica amministrazione, alle imprese e anche ai liberi professionisti. Basta avere la pazienza di scandagliare Italia Domani (https://italiadomani.gov.it), il sito internet pubblico che li raccoglie tutti, tra enti titolari e soggetti attuatori, nella sezione Opportunità. Una volta individuato il bando, partecipare è “semplificato”, grazie alla digitalizzazione all’italiana – e se non cogliete l’ironia, tutto vi sarà più o meno chiaro fra qualche riga-: occorre accedere sul portale Indice delle pubbliche amministrazioni (www.indiceipa.it, c’è pure un service desk al numero verde 800894109) autenticandosi con Spid o carta di identità elettronica, scegliere la PA e completare la registrazione, per poi richiedere un Codice Unico di Progetto (Cup), ovvero una stringa alfanumerica di 15 caratteri, ma per richiedere il Cup bisogna accedere alla piattaforma del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile, il Cipess e seguire la procedura guidata, per poi presentare il progetto sul portale PaDigitale2026.gov.it e firmare la richiesta di finanziamento in formato Cades p7m (può farlo solo il legale rappresentante, per poi delegare collaboratori che si dovranno autenticare con le proprie credenziali). Semplice, no?

Se a questo punto vi è passata la voglia di fare da soli, lo possiamo capire. Un professionista allenato a districarsi nelle maglie della “semplificazione” può comunque ragionevolmente farcela, ma per l’impresa, anche piccola, la soluzione migliore per non rischiare di perdere tempo e occasioni preziose è sempre quella di affidarsi al mondo della consulenza specializzata. «I fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza rappresentano un’enorme opportunità non solo per la PA ma anche per le Pmi», sottolinea Mario Sacchi Lodispoto, partner Kpmg Advisory. «In sostanza il Pnrr è ormai diventato da un piano strategico per la modernizzazione del Paese. Per tradurlo nel vivo del tessuto imprenditoriale italiano è fondamentale coinvolgere le nostre Pmi. Ma serve una “cinghia di trasmissione” tra i fabbisogni delle imprese e la tecnostruttura del piano. Noi ad esempio ci vediamo proprio in questo ruolo di collegamento strategico ed operativo tra questi due piani». Il cambio di legistratura? Non è un problema: «La maggior parte delle misure la fase di programmazione è stata lanciata e il Pnrr nella sua struttura di Piano dettagliato di progetti è ormai incanalato in un percorso tecnico-operativo che lascia poco spazio a deviazioni o revisioni. In questa fase esecutiva l’attuazione dei bandi e degli investimenti risiede più che altro nella capacità amministrativa e operativa di ministeri , regioni e comuni di istruire  e selezionare gli investimenti, di attivare gare e bandi, eccetera». Muovendosi in un labirinto con 6 missioni, 16 componenti, 63 riforme, 134 investimenti e addirittura 527 tra milestones e target. La firm della consulenza s’è presa la briga di calcolare quante risorse, missione per missione, andranno davvero direttamente alle Pmi : «Stimiamo una possibile ricaduta diretta di circa 80 miliardi di euro. Tipicamente i bandi rappresentano un mix tra finanza agevolata e contributi a fondo perduto. Peraltro», aggiunge Sacchi Lodispoto, «oltre ai bandi ci sono anche progettualità più complesse e ampie che interessano intere filiere produttive, come i contratti di sviluppo e quelli di filiera in ambito agroalimentare». E poi ci sono gare e appalti per altri 133 miliardi di euro.

Già, ma come farsi trovare pronti? «Per accedere a questi strumenti occorre rimanere sempre aggiornati», sottolinea il partner di Kpmg Advisory. «È possibile farlo consultando il portale dedicato del Mise e quelli dei principali istituti di credito. È fondamentale dotarsi di un team interno che si occupi del monitoraggio continuo dei bandi oppure rivolgersi a un consulente esterno. In generale è opportuno che le aziende abbiano le idee chiare in termini di percorsi e obiettivi. Le imprese che puntano ad accedere ai finanziamenti devono essere in grado di fornire una fotografia del settore di riferimento, dei fondamentali economico/industriali che la rappresentano e del piano d’investimento. Questo approccio si rivela particolarmente utile nel caso di progetti di filiera».

Per molti ma non per tutti
Va bene la ripresa, va bene la resilienza, ma non si tratta di fondi “a pioggia”: bisogna meritarseli. «In generale le imprese partecipanti a bandi Pnrr devono sempre possedere i requisiti cosiddetti della “bancabilità” e, naturalmente, della reputation», sottolinea Francesco Pastore, partner e consulting leader Italy di Rsm Società di Revisione e Organizzazione Contabile S.p.A. «In proposito, l’impresa deve essere sul mercato da tempo (le neocostituite non sono viste benissimo) e possedere un bilancio dove non sia eccessivo l’indebitamento con un conto economico in equilibrio.

L’accesso a fondi Pnrr è pur sempre una forma di indebitamento al netto dei contributi a fondo perduto dove però l’impresa deve sempre dimostrare la finalità. In particolare, il Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza (Rrf), cuore del Next Generation Eu, prevede di erogare 312,5 miliardi di sussidi e 360 miliardi di prestiti. Su quest’ultima voce, che vale 122 miliardi per l’Italia, il saldo è sempre zero: la Ue si indebita, utilizza i fondi per i prestiti agli Stati e poi rimborsa i titoli emessi per mezzo dei rimborsi di ciascun Paese. Un giro di denaro, dove la convenienza per gli Stati starebbe nel minor tasso che pagherebbero alla Ue rispetto a quello che avrebbero pagato emettendo titoli direttamente. In sintesi, la UE non regala nulla e le imprese devono sempre dimostrare un fondamentale equilibrio tra costi e ricavi sotto il profilo economico. Aggiungiamo che, trattandosi di fondi pubblici, la compagine societaria (proprietà, soci e management) devono rispondere ai requisiti di “reputation” sul mercato: assenza di pregiudizievoli in Centrale Rischi bankitalia, procedure concorsuali cui sia stata assoggettata l’impresa, ecc.)».

Una corsa a ostacoli
«Il fulcro del sistema economico italiano è costituto da Pmi, di cui la maggior parte piccole e micro imprese: affinché il Pnrr abbia un effetto su ripresa, crescita ed occupazione le Pmi debbono “giocare” un ruolo centrale», sostiene Alessandro Dragonetti, managing partner & head of tax di Bernoni Grant Thornton. Che aggiunge: «Sono però molteplici gli ostacoli che una Pmi deve superare qualora volesse attivarsi per reperire fondi di finanziamento. La complessità del sistema Pnrr, da un lato, e la scarsa conoscenza delle opportunità offerte dal “mondo dell’agevolato”, rischia di intralciare la partecipazione delle Pmi». E in effetti, come ha evidenziato una recente indagine di Unioncamere, il 71% delle imprese non si sono ancora attivate per presentare progetti sulle misure del Pnrr, e di queste la maggior parte – indovinate un po’?- è piccola e media. «La ricerca dei bandi non è l’unico ostacolo da superare: la comprensione del testo e dei criteri di ammissibilità agli strumenti agevolati possono rappresentare un ostacolo difficilmente superabile in assenza di un adeguato supporto professionale», spiega Dragonetti, infilando il dito in una piaga che gli imprenditori hanno ben presente. «Quest’ultimo è uno dei motivi che ha contribuito alla proliferazione delle società di consulenza e professionisti dediti al settore dell’europrogettazione e della finanza agevolata. Il monitoraggio dei bandi, la scelta di presentare o meno un’istanza di agevolazione, il successivo monitoraggio e rendicontazione delle spese sono passaggi fondamentali per le imprese. Si tratta infatti di attività a significativo contenuto professionale che permetteranno alle Pmi che sanno/possono delegare gli specialisti di concentrarsi e focalizzarsi nel proprio core business, senza disperdere energie in attività che esulano dalle proprie competenze». Anche per le società di consulenza, il Pnrr è un’opportunità. E non solo per fare business: «Il Pnrr deve essere visto da tutti gli operatori, società di consulenza incluse, quale una straordinaria occasione per essere presenti nel mondo della finanza agevolata nonché, soprattutto in questo periodo, un’eccezionale opportunità per fare rete, stringere partnership e crescere dimensionalmente e qualitativamente».

I nodi da sciogliere
«Gli aspetti cui i piccoli imprenditori dovrebbero prestare particolare attenzione sono tre», aggiunge Luigi Mazzoncini, partner dello studio legale Lipani Catricalà & Partners: «lo scouting delle iniziative, per cui è essenziale essere affiancati da un partner che possa selezionare tali iniziative e gli investimenti di potenziale interesse per l’impresa, procedendo sia per settore di riferimento che per ambito di applicabilità e tenendo altresì ben presenti i requisiti specifici di volta in volta richiesti; l’ideazione di un piano non solo ben strutturato, ma soprattutto fattibile e concreto, in modo tale da poter essere immediatamente operativo; la capacità di relazionarsi con il settore pubblico».

Seconco Mazzoncini ci sono due aspetti particolarmente critici nel Pnrr italiano. Il primo è la coesione territoriale «con una pressoché totale destinazione delle risorse al sud», evidenzia Mazzoncini. Che suggerisce: «Un modo per supplire a questa carenza del Pnrr nazionale, che inevitabilmente si riverbera sulla capacità di delivery delle Pmi, sia incrementare lo strumento delle reti di impresa, con l’obiettivo di rafforzare le proprie dimensioni e, quindi, anche il potere contrattuale, accorciare le filiere, riducendo anche i costi di produzione e i costi indiretti ivi compresi quelli per la partecipazione ai bandi e ai relativi appalti».

Quanto all’altra criticità, che Mazzoncini definisce “maggiore”, si tratta «del “privilegio” che molti bandi di attuazione delle diverse misure del Pnrr nazionale tendono ad assegnare ai soggetti pubblici e alle relative iniziative progettuali di questi ultimi e, da un altro lato, alla indiscriminata “pioggia” di agevolazioni in specifici mercati». Il legale cita l’esempio dei posti letto per gli universitari, con un gap da colmare rispetto agli altri Paesi Ue: in Italia l’offerta è di circa 40 mila posti letto contro gli oltre 450 mila di Francia e Spagna. « Il Pnrr oggi ha l’obiettivo di almeno 100 mila nuovi posti letto entro il 2026 che può essere raggiunto unicamente con le specifiche competenze e le prevalenti iniziative dei privati. Tuttavia, con un primo bando il Ministero dell’Università e della Ricerca ha stanziato risorse per 300 milioni di euro dedicate però in via esclusiva alle università pubbliche e ai cosiddetti soggetti “eleggibili” (quali sono gli enti pubblici e gli enti senza “apparente” scopo di lucro), con una evidente distorsione del mercato interno e eurounitario, senza peraltro che ciò permettesse il raggiungimento del suddetto obiettivo di 100 mila nuovi posti letto. Successivamente, infatti, il Mur ha pubblicato un secondo bando, per il quale sono stati stanziati altri 300 milioni di euro, al quale potranno accedere soggetti pubblici e (indistinti) privati ma senza che siano previsti in capo ai soggetti potenzialmente concorrenti specifiche competenze e dunque particolari requisiti tecnico-organizzativi».