Da sinistra Francesco Condoluci, il giudice Alessandra Dolci e il consigliere regionale della Lombardia Angelo Orsenigo

Così come cambia la mafia, devono cambiare anche le leggi che la combattono. Più rapidamente di quanto abbiano fatto in passato. E sopratutto, non bisogna abbassare la guardia, anche se oggi «le cosche non sparano più ma si presentano in giacca e cravatta».

In sintesi è quanto è emerso nel dibattito tenutosi oggi alla biblioteca “Paolo Borsellino” di Como promosso dal Progetto San Francesco e dal Comune nell’ambito delle “settimane della legalità” con gli istituti scolastici. A moderare c’era il nostro caporedattore Francesco Condoluci, responsabile di Economy magazine, presente al dibattito anche come autore – assieme al generale Angiolo Pellegrini – del libro “Noi, gli uomini di Falcone”. Alla mattinata con gli studenti delle scuole di Como hanno partecipato Alessanda Dolci, magistrato e coordinatrice della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano e Angelo Orsenigo componente della commissione antimafia della Regione Lombardia.

LEGGI ANCHE: Covid, guerra e imprese in crisi, la mafia ora punta l’agroalimentare

Quello strano paese che è l’Italia

«L’italia è un Paese strano – ha detto la Dolci commentando in apertura il trentennale della strage di Capaci del 23 maggio scorso- un paese nel quale l’opinione pubblica e lo stesso legislatore prendono atto dei problemi solo dopo che sono successi fatti eclatanti. Dopo l’assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa sono state approvate molte leggi di urgenza, come la Rognoni-La Torre sull’associazione a delinquere di stampo mafioso e la confisca dei patrimoni mafiosi, il carcere duro, l‘ergastolo ostativo. Oggi a distanza di molti anni dall’epoca delle stragi e con le mafie che sono cambiate, vanno in giro in abito blu e sparano solo quando è necessario, alcuni di questi strumenti vengono messi in discussione. Ecco perché io dico che dopo la grande ondata di sdegno civile seguita alle stragi del 1992 è tutto quello che c’è stato, oggi quella tensione morale sembra essere venuta meno».

Il capo del pool antimafia di Milano, nel suo intervento, ha ripercorso anche le strutture e le logiche che stanno dietro alla criminalità organizzata, raccontando agli studenti la connivenza tra mafie e imprese in Lombardia. «Molti pensano che la ‘ndrangheta sia un’agenzia di servizi a cui rivolgersi per risolvere un problema o per poter lavorare in un territorio – ha detto- ma il mafioso presenta sempre il conto, anche agli imprenditori che danno lavoro alle imprese mafiose perché risparmiano. Ora la mafia ha molti più strumenti disposizione, ricorre alla violenza solo se necessario. E il Paese sembra girarsi dall’altra parte». La coscienza civica negli anni è cresciuta ma non a sufficienza, insomma.

Orsenigo: «Diffondere la consapevolezza sulla mafia tra i giovani»

Lo ha confermato l’intervento di Angelo Orsenigo componente commissione antimafia Regione Lombardia. «Sono fermamente convinto che la nostra missione più importante – ha detto il consigliere Pd – il lascito di Falcone e Borsellino a trent’anni da Capaci e via D’Amelio, sia di diffondere tra le nuove generazioni la consapevolezza di cosa sia la mafia oggi. Con i giovani dobbiamo insistere sulla metamorfosi del crimine organizzato che ha accantonato le azioni militari eclatanti per infiltrare l’economia, la politica, la pubblica amministrazione, il ciclo dei rifiuti, gli appalti e gli innumerevoli altri aspetti della quotidianità. Bisogna dare alle ragazze e ai ragazzi gli strumenti per poter riconoscere i “sintomi” mafiosi che ormai sono sempre più evidenti anche sul territorio lombardo. Conoscere, riconoscere e denunciare: ecco l’impegno che dobbiamo chiedere a noi stessi e ai nostri concittadini. A questo si affianca poi il ruolo dello Stato che deve continuare a impegnare “tutte le forze migliori delle istituzioni”, come diceva Falcone, senza pretendere “l’eroismo da inermi cittadini” fornendo loro gli strumenti sicuri per denunciare senza correre rischi” dichiara il consigliere regionale del Partito Democratico, Angelo Orsenigo».

«Nelle indagini che porto avanti ormai da vent’anni – ha continuato il giudice Dolci, che anni ha ha istruito la maxi operazione “Crimine Infinito” sgominando “i locali” di Ndrangheta ramificati in Lombardia – è emersa una costante: il mafioso si comporta come tale perché il potere e la paura che promana, la sua “cattiva fama”, gli garantiscono un vantaggio rispetto alle comunità in cui agiscono e che vogliono soggiogare. Ma l’appartenenza a un’organizzazione criminale implica il rispetto di regole rigide che alla fine si ritorcono sempre contro il mafioso stesso. Quello che mi addolora – sono state ancora le parole del magistrato – è scoprire spesso, nel corso delle indagini, la presenza di rappresentanti delle istituzioni “infedeli” che si mettono al servizio della mafia. Queste persone contravvengono al giuramento prestato da servitori dello Stato e meritano il massimo della pena. Troppo spesso lo Stato italiano dà l’idea di uno “Stato molle” che trova più conveniente scendere a patti con i mafiosi piuttosto che combatterli» ha concluso Dolci.