Imprenditori - acrobati in equilibrio sul filo del debito

Tra un PePP che si riduce, una Fed che avvia il tapering, un credit crunch che si profila, c’è veramente da farsi venire il mal di testa… Che cosa succederà nei prossimi mesi dal punto di vista economico è difficile capirlo. Da una parte i dati congiunturali mostrano una ripresa robusta con l’Italia che è “solo” a -3,9% di Pil rispetto al quarto trimestre del 2019 e che godrà di una crescita maggiore di molti altri Paesi europei. Certo, avendo avuto il calo più significativo del continente lo scorso anno (-8,9%), era prevedibile un rimbalzo più accentuato. Dall’altra parte, però, c’è grande timore di capire che cosa succederà una volta che verranno meno le garanzie statali, le moratorie sul credito e, a livello sovranazionale, che cosa succederà ai mercati una volta che la Bce avrà progressivamente “tirato i remi in barca” e la Fed avrà accelerato con le procedure di tapering.

Se ci fermiamo soltanto all’Italia, sotto la lente d’ingrandimento sono finiti gli Npl, i prestiti non performanti che sono ora una quota minima del totale degli impieghi, ma che potrebbero salire a dismisura tra il secondo semestre del 2021 e la fine del 2022. Un periodo di 18 mesi che potrebbe far venire a galla le debolezze strutturali delle aziende, specie le Pmi, che già prima del Covid avevano avuto difficoltà a strutturarsi. Per questo, la fine delle moratorie il progressivo allentamento dei sostegni non può che far dormire sonni agitati. Certo, il governatore di Bankitalia ha dichiarato nella sua relazione che si attende un impatto meno drammatico degli Npl, ma è chiaro che il problema c’è, eccome. «La dinamica registrata da Crif circa l’applicazione delle moratorie sui finanziamenti rateali delle imprese – spiega a Economy Simone Mirani, direttore di Crif Ratings – fa emergere che il 19,1% dei contratti ha beneficiato della sospensione delle rate, ma anche che ci sono significative differenze sulla base della dimensione d’impresa. Nello specifico, quasi 3/4 dei contratti che complessivamente hanno ottenuto la sospensione delle rate è riconducibile a società di capitali (il 73,3% per la precisione) a fronte di una quota pari al 23,2% delle società di persone e dell’1,7% per le ditte Individuali. Per quanto riguarda le società di capitali, il 19% del totale dei contratti attivi ha beneficiato della moratoria, contro una quota del 20,5% delle società di persone e del 10,7% delle ditte individuali». Per sapere che cosa succederà bisogna partire da due punti chiave: il primo è che il Decreto Sostegni bis ha prorogato la possibilità di estendere le moratorie fino al 31 dicembre 2021, almeno per la quota capitale. Il secondo è che serve una forma di gradualità per far rientrare le misure straordinarie di supporto alle aziende. 

Crif stima per 2021 un recupero del fatturato del mondo corporate prossimo all’8% e un Ebitda marginmediamente intorno al 7%

La sfera di cristallo, ovviamente, non ce l’ha nessuno. Ma si può provare ad azzardare qualche passaggio in più. Per Antonio Solinas e Davide Leuzzi, rispettivamente AD Financial Advisory di Deloitte e Partner Financial Advisory Deloitte, «le primissime evidenze ad oggi disponibili a seguito della proroga delle moratorie non sembrano supportare l’aspettativa di un repentino e significativo incremento dei crediti deteriorati, tuttavia i dati sono ancora troppo limitati per poter trarre delle conclusioni in questo senso. L’allentamento delle misure di garanzia statale non sembra essere un elemento che possa pregiudicare l’accesso al credito per le imprese, stante l’abbondante disponibilità di liquidità sul mercato ed il fatto che le banche stanno adeguando le loro policy creditizie al nuovo contesto. Il venir meno delle moratorie accelererà l’uscita dal mercato delle aziende che già prima dell’emergenza Covid-19 erano caratterizzate da elementi di debolezza strutturale del business model: questo elemento tuttavia non è di per sé negativo nella misura in cui contribuirà ad un’allocazione più efficiente delle risorse e destinerà le stesse ad iniziative che potranno contribuire maggiormente alla ripresa ed alla crescita futura». 

Per quanto riguarda l’impatto sull’economia reale, Crif ha provato a elaborare, all’interno dell’Osservatorio Pulse, lo stato di salute delle aziende. Una prima notizia, negativa, è che il pieno recupero dei fatturati e dei marini operativi persi a causa della pandemia non avverrà prima del 2022. «Ciononostante – chiosa Mirani – i segnali relativi negli ultimi mesi lasciano auspicare una crescita significativa degli stessi già nel 2021: complessivamente Crif stima per 2021 un recupero del fatturato del mondo corporate prossimo all’8% a fronte di una caduta superiore al 10% nel 2020 e un Ebitda margin mediamente intorno al 7%, rispetto al 6,5% circa nel 2020 e al 7,5% nel 2019. Dal punto di vista finanziario la generazione di flussi di cassa permarrà negativa nel 2021, anche per effetto delle dinamiche del capitale circolante connesse alla ripartenza e al persistere di un allungamento dei tempi di pagamento in diversi settori». 

Per quanto riguarda le richieste di credito, solo nel secondo trimestre del 2021, con il progressivo miglioramento del quadro congiunturale e delle prospettive di ripresa, si registra un’inversione di tendenza tanto che nel secondo trimestre del 2021 hanno registrato una contrazione del 38,5% rispetto al Q2 2020, riallineandosi comunque ai livelli del 2019. Entrando nello specifico, il trend in atto riguarda sia le Società di capitali, che nel secondo trimestre dell’anno hanno fatto segnare un -29,8% nella domanda di credito, sia le imprese individuali, per le quali la contrazione è stata del 50,2%. 

Un altro indicatore da tenere sotto controllo è quello dell’aumento dei prezzi. Già ora si tratta di un’evidenza incontrovertibile, ma bisogna capire quanta parte di questo incremento dipenda dalla contingenza – cioè dalla rapida ripresa della domanda e dalla scarsità di scorte – e quanto invece sia un meccanismo più strutturale, come nel caso dell’aumento del prezzo del gas con conseguente incremento delle bollette. In questo caso è l’intero scenario macro-economico che deve essere considerato. Un ruolo, seppur marginale, lo giocheranno le decisioni della Fed che potrebbe introdurre il tapering ben prima della Bce (che terminerà il PePP non prima del 2023). «In un contesto di progressivo miglioramento dello scenario economico statunitense – aggiungono Solinas e Leuzzi -, la riduzione degli stimoli e il conseguente allentamento delle manovre di politica monetaria espansiva rappresentano un traguardo naturale. Tale inversione, pur riducendo le aspettative di crescita, dovrebbe avere un impatto moderato ed è poco probabile che l’annuncio generi un grande shock sul mercato, anche per via dell’atteggiamento prudente della Fed, soprattutto con riferimento al rialzo dei tassi di interesse». Gli equilibri sono delicatissimi: serve il talento di un acrobata capace di muoversi anche senza rete.

Roberto Nicastro: «la ripresa va programmata»

«Bisogna capire come finirà il “temporary framework”, cioè il quadro di norme straordinarie introdotte temporaneamente dall’Ue. Perché insieme a settori che ormai hanno ritrovato lo slancio del pre-pandemia, ce ne sono altri che sono ancora in grande sofferenza». Roberto Nicastro, banchiere di lungo corso e oggi presidente di Banca AideXa prova a spiegare quali possano essere gli scenari che ci attendono. Da un osservatorio particolare, ovvero una fintech che si rivolge principalmente alle pmi con credito a breve termine. «In questo momento – aggiunge – la ripartenza dei fatturati sta avendo un impatto sulle richieste di nuova finanza. Per ogni impresa che sta ricominciando a vedere il sereno ci sono le esigenze di fare scorte, di affrontare l’incremento dei prezzi delle materie prime, c’è la volontà di comprare macchinari e materiali. E poi c’è da programmare la ripresa delle assunzioni, con un aumento dei costi nel breve termine». In questo scenario tutto sommato positivo, ci sono due problemi che emergono chiaramente: il primo è che gli strumenti impiegati dalle banche rimarranno obsoleti ancora a lungo. Il bilancio, specie in un periodo come quello attuale, ha poco senso: il 2020 è stato un “anno zero” sotto molti punti di vista, ma questo non significa che un’azienda che ha avuto problemi durante il lockdown oggi non sia almeno robusta quanto nel pre-pandemia. «Questi documenti – aggiunge Nicastro – saranno significativi solo a partire dai dati del 2021, disponibili quindi a metà del 2022. Ma c’è ancora un anno davanti! Il bilancio queste sfumature non le legge. Lo fanno, invece, la tecnologia e l’analisi dei flussi di cassa». Solo che – ed è questo il secondo problema – l’adozione della Psd2, la normativa europea sui pagamenti, è ancora molto in ritardo in Italia. Nel 50% dei casi, un cliente che entri nel sito della sua banca non riesce poi a connettersi correttamente ed effettuare le operazioni. «Sarebbe ora di accelerare – conclude Nicastro – ma il Covid non ha fornito quella spinta propulsiva che potevamo aspettarci. Siamo agli ultimi posti in Europa, dobbiamo darci una mossa».