Per quanto il pulpito sia deteriore, la predica di Elon Musk, il 10 marzo scorso, contro le molestie sessuali di cui 100 mila minorenni sarebbero ogni giorno vittime su Facebook e Instagram è fondata. Questa spaventosa verità è nota ed ovvia, ma nessuno muove un dito per impedirla.

Che il grosso del business degli influencer sia “in nero” è un’altra evidenza, come lo è che tutta l’economia delle cryptovalute sia di fatto esentasse, e se n’è accorta – ben svegliata! – anche la Guardia di Finanza. Per non parlare di quelle truffe ideologiche delle pubblicità spacciate per beneficenze, delle diffamazioni impunite, delle minacce, degli insulti.

Di fatto, sul web c’è impunità per chi insulta, per chi diffama, e distrazione per chi evade le tasse o addirittura – ben peggio – molesta i minori. Al web non vengono imposte le regole, e applicate le sanzioni, che arginano negli altri media l’imperversare dei reati.

È chiaro cosa c’è da fare: impedire l’anonimato, imponendo che ogni account su qualunque social sia legato a un documento di riconoscimento, accade già con le sim telefoniche ed è fattibilissimo. E poi formalizzare la responsabilità su quel che si scrive nei social. I principi dell’identità e della responsabilità (anche fiscale) sono la base della civiltà, vanno imposti.

Perché non lo si fa? Innanzitutto perché la politica specula su questo disordine nell’illusoria speranza – tutti i leader la covano – di poterne trarre vantaggio, senza capire che invece la ruota del web gira e la “bestia” di tal dei tali o “lo spin doctor internettaro” di talaltro da predatore diventa preda, e le fortune costruite sulle urla populiste della Rete si ritorcono contro chi le ha avute. Ma questa è la ragione occasionale. Ce n’è un’altra, sostanziale.

Al primo decollo di Internet, negli Usa, Clinton e Al Gore si chiesero se dettare regole o lasciar fare e decisero per la seconda opzione. In una recente intervista al Corriere, l’allora capo dell’ufficio legislativo della Casa Bianca, Larry Irving, l’ha spiegato bene: «Negli anni ‘90, quando varammo quella che, poi, sarebbe diventata la legislazione di Internet, cercammo di ridurre al massimo regole e vincoli: allora la preoccupazione era di non uccidere i neonati dell’economia digitale nella culla. Ma poi i neonati sono diventati giganti, bisognava intervenire: oggi tre-quattro persone non elette usano in modo discrezionale un potere sterminato». Da quell’impostazione, probabilmente mossa da buona fede, incauta ma non complice, derivarono tre guai enormi: appunto il principio dell’irresponsabilità degli operatori sui contenuti messi in Rete; l’impotenza dell’Antitrust contro i big; le esenzioni fiscali. Tutto questo ha reso enormi le “Bestie della Rete” e le pone oggi nella condizione di bloccare ogni regola.

Ma cosa sta accadendo, nei Paesi occidentali, sotto gli occhi impotenti di tutti? Che la Rete sta deformando l’opinione pubblica. I contenuti che vengono esaltati dai filtri “Seo” di Google e dei Social rispodono a meri criteri commerciali e per massimizzare il numero dei contatti (diffondendo così più pubblicità) emarginano i contenuti complessi ed esaltano quelli brevissimi: grugniti, mugolii, insulti e banalità. Dunque l’umanità, “filtrata” così, appare per quella che non è: nell’era dell’ipercomunicazione la “maggioranza” resta “silenziosa”. Si vedono e fanno proseliti solo le opposte minoranze estremiste. La Rete è così diventata la migliore alleata di populismi e leaderismi. Per un Navalny o un Assange che riescono a farsi notare ci sono un milione di utili idioti che idolatrano il Boss di turno e lo rafforzano. Di questo passo, la Rete sta facendo saltare le regole democratiche nel mondo. E quelle dell’economia, avendo trasformato il consumismo da tendenza discutibile (“mi piace il superfluo”) ad allucinogeno di massa (“o spendo o non esisto”): ma questa è ancora un’altra storia, altrettanto grave.

Dunque: o la politica troverà il coraggio di togliere a questi quattro Boss del web il potere enorme che hanno usurpato, o la pagheremo carissima. E dovrebbe muoversi l’Europa, perché sperare in qualcosa di sensato in materia da parte degli Usa è veramente ingenuo.