Investimenti sostenibili: sì, ma meglio diversificare

Il nostro Pianeta sta vivendo un periodo di transizione senza precedenti, e in questo momento di cambiamento è essenziale che le risorse finanziarie mondiali siano convogliate, da una parte, a contrastare i cambiamenti climatici, e, dall’altra, a migliorare le condizioni di vita delle persone. A giocare un ruolo importante in questo processo saranno e sono gli investitori istituzionali, in grado di far sì che questo approccio agli investimenti diventi mainstream e riesca a condizionare anche le scelte delle grandi aziende.

Gli investimenti a impatto fanno parte della galassia Esg, ma hanno la caratteristica di essere totalmente intenzionali e misurabili. Un aspetto interessante in un’epoca in cui, anche a livello normativo, è richiesta una rendicontazione dettagliata e trasparente per gli investimenti sostenibili. «Se una volta i gestori che facevano impact investing dovevano per forza rivolgersi ai private market, adesso la vera svolta è l’esistenza di strumenti per farlo anche nei mercati quotati», dice Giambattista Chiarelli, head of institutional business di Pictet Asset Management (nella foto a lato). «Aspetto che li rende più liquidi, e quindi più interessanti per una platea come quella degli investitori istituzionali con delle specifiche esigenze di gestione di portafoglio. Questa è una prospettiva interessante per un mondo, come quello degli istituzionali italiani, che gode di ottima salute e ha davvero le potenzialità per avere un impatto concreto in questo periodo storico».

Il patrimonio degli investitori istituzionali italiani, infatti, nonostante le varie crisi susseguitesi tra il 2008 e il 2019 e da ultima l’emergenza Covid-19, ha visto un incremento dell’88,9%. Secondo l’ottavo report di Itinerari Previdenziali sugli investitori istituzionali italiani, negli ultimi 14 anni si è passati dai 142,85 miliardi di euro del 2007 agli attuali 269,84, dei quali circa 105 sono affidati a gestori professionali. Mentre 89 sono investiti direttamente in Oicr, Fia, Etf e Polizze, per un totale del 77% del patrimonio preso in considerazione dal report. Welfare contrattuale, casse privatizzate e fondazioni di origine bancaria gestiscono un patrimonio complessivo pari al 16.3% del Pil. Ma se a questi si aggiunge anche il welfare privato, allora il rapporto balza al 57,5% del Pil. Una massa di risorse tale da poter costituire un agente di cambiamento fondamentale sui mercati per la rivoluzione sostenibile.

«La pandemia ha avuto un ulteriore impatto sulla sensibilità generale circa gli aspetti Esg», spiega Chiarelli. «Il mercato, infatti, considera sempre di più gli impatti sociali e ambientali dei prodotti finanziari e degli approcci di investimento, oltre alle performance finanziarie. Secondo la terza indagine “Esg ed Sri, le politiche di investimento sostenibile degli investitori istituzionali italiani”, i gestori hanno dichiarato di voler investire maggiormente in quest’ambito attraverso i Fondi d’investimento alternativi (il 91% aumenterà l’esposizione), ma anche con fondi d’investimento tradizionali (34%), Fia immobiliari (20%) ed Etf (20%). Il 56% degli enti ha dichiarato di adottare una politica d’investimento sostenibile. Ma tra quelli che non lo fanno, nel 97% dei casi il tema è stato già affrontato a livello dirigenziale e verrà implementato in futuro. Tra le strategie d’investimento che emergono maggiormente, prevale il criterio delle esclusioni (67%). Ma si fa notare l’avanzata dell’impact investing, una politica che nel 2021 è stata adottata dal 48% degli istituzionali italiani. Il 90% dei gestori interpellati ritiene che la pandemia abbia accelerato gli investimenti Esg e ben il 77% pensa che aumenterà l’esposizione agli investimenti sostenibili. Per quanto riguarda l’impact investing, l’ambito preferito dal 62% è quello dei social o green bond. A seguire si trovano social housing, microfinanza e progetti educativi speciali come educazione alimentare, dispersione scolastica, recidiva carcere, fuori corso università».

Sebbene i fondi d’investimento alternativi vadano per la maggiore nell’ambito degli istituzionali, questa strada, tuttavia, non è l’unica percorribile per chi voglia adottare una strategia di impact investing. Pictet Asset Management nella sua gamma di azionari tematici accoglie prodotti che rispondono ai requisiti degli investimenti a impatto e per questo sono spesso usati in mandati istituzionali come esempi di impact investing. I report di questi fondi, poi, permettono di misurare in modo oggettivo l’impatto di un investimento di 50mila euro calcolato in base alla percentuale di proprietà detenuta nelle aziende. Per il fondo Global Environmental Opportunities (Geo), per esempio, questo corrisponde a 272 metri cubi di acqua risparmiata, 1.250 kg di plastica riciclata, 8,7 tonnellate di CO2 non rilasciata nell’atmosfera, 63.300 kw/h di energia verde generati, 7.190 kg di rifiuti raccolti, 2.470 grammi di fertilizzante in meno riversato in laghi e oceani.

«I team di gestione Pictet Am identificano e investono solo sulle società in linea con gli obiettivi di investimento sostenibile», spiega l’esperto. «Dopodiché, agendo come proprietari attivi di tali aziende, le incoraggiano ad abbracciare i principi dell’impact investing. Attraverso il proxy voting o tramite il voto per delega, infatti, i diritti di voto sono esercitati durante le assemblee generali delle società. Mediante questo sistema, Pictet Am vota contro le risoluzioni che non siano nell’interesse degli azionisti. Quasi tutti i nostri fondi tematici si classificano per SFDR come art. 9, proprio per l’abilità che Pictet ha di avere un impatto sulle aziende in cui investono e per la capacità di rendicontarlo».

Questo approccio ha portato a centrare obiettivi concreti e misurabili su importanti aziende. È il caso della multinazionale danese Orsted , nel portafoglio d’investimenti del fondo Geo di Pictet Am. Si tratta di un’azienda del settore energetico che era inizialmente basata sui combustibili fossili, ma che ha poi saputo realizzare una transizione dal carbone alle rinnovabili. L’azienda eliminerà completamente l’uso di carbone entro il 2023 e genererà quasi il 100% di energia verde entro il 2025. Secondo l’indice Corporate Knights 2020 Global delle 100 aziende più sostenibili, Orsted è risultata essere l’azienda più sostenibile nel mondo.

Thermo Fisher, invece, è un produttore di strumenti, materiali e software per l’industria farmaceutica e biotecnologica. Le sue attrezzature di laboratorio sono utilizzate nei laboratori di università, istituti di ricerca e governi a livello globale. «Pictet ci ha investito con il suo fondo Global Thematic Opportunities, poiché Thermo Fisher ha un impatto positivo sull’inquinamento chimico in quanto può identificare anche piccolissime concentrazioni di sostanze inquinanti nell’aria, nell’acqua o nel suolo che consentono ad aziende e governi di rilevare tempestivamente minacce per ambiente e salute e adottare misure appropriate per proteggere gli ecosistemi nelle vicinanze», spiega Chiarelli. «Pictet Am si impegna, quindi, a misurare costantemente l’esposizione ad attività sostenibili e gli specifici impatti, impegnandosi solo con aziende altamente selezionate, in linea con la view degli esperti dei propri team tematici».