Ilva, poche idee ma confuse

La risposta negativa al piano presentato da Lucia Morselli per conto di Arcelor Mittal per l’Ilva è stata corale e molto ferma: “irricevibile” per i Sindacati, “deludente” per il Ministro Patuanelli – che ha sottolineato i passi indietro della società rispetto ai colloqui intercorsi a Palazzo Chigi fra Governo e Mittal il 22 novembre – mentre è da “respingere” per il Presidente del Consiglio Conte. Perché una posizione così unanime e tranchant ? Per i 4.691 esuberi annunciati al 2023 – ben lontani dai livelli occupazionali  (10.789 addetti) degli accordi del 6 settembre 2018 – e per una soglia ancora bassa di produzione da raggiungere a Taranto nei prossimi anni che, dai 4,5 milioni di tonnellate di acciaio liquido di quest’anno, dovrebbe attestarsi a 6 milioni nel 2021.

E’ tattica negoziale quella della Morselli che partirebbe da una posizione molto dura, per poi raggiungere un compromesso accettabile per tutti durante la trattativa ? Non si può escludere, ma c’è un dato strutturale che induce ad essere pessimisti: Arcelor, come si è evidenziato nei giorni scorsi anche su queste colonne, ha aumentato la produzione dei suoi due impianti in Francia di Dunkerque e Fos-sur-Mer vicino Marsiglia, portandola da 4 a 6 milioni di tonnellate ciascuno, e pertanto potrebbe ritenere sufficienti a Taranto i 4,5 milioni dell’anno in corso, e un massimo di 6 del 2021. Dal suo punto di vista è comprensibile che la holding francoindiana voglia attestarsi su queste soglie di produzione, anche perché il mercato europeo attraversa una fase di forte rallentamento ed è tuttora invaso da beni intermedi di Stati extracomunitari, nonostante le misure protezionistiche della Ue, ritenute peraltro da Eurofer insufficienti ad arginare il fenomeno delle importazioni di semilavorati prodotti o venduti spesso in dumping da imprese di Paesi che ricevono aiuti pubblici e non hanno i vincoli ambientali che, invece, si rispettano giustamente nell’Unione europea.

Ma dal punto di vista degli interessi nazionali attestare ad una pmp – produzione massima possibile – di 6 milioni di tonnellate annue il sito di Taranto significherebbe indebolirne l’offerta di prodotti piani all’industria meccanica nazionale che continua ad approvvigionarsene, costringendola così ad importarne quantità rilevanti per soddisfare la domanda.

Per tale ragione l’opposizione di Governo, Sindacati e Confindustria – quest’ultima con il supporto (implicito) di Federacciai e Federmeccanica – è molto ferma: non solo in difesa di migliaia di posti di lavoro, ma di un asset strategico per il nostro Paese: un asset che, a ben vedere, come tale fu voluto a suo tempo dal Governo e realizzato dalla Finsider che, agli albori del ‘miracolo economico’ nazionale, vollero assicurare coils all’industria meccanica di massa del nostro Paese, dopo aver convinto nella prima metà degli anni ‘50 la Fiat a non costruire un suo impianto siderurgico in Liguria, ove già era in esercizio l’acciaieria di Cornigliano ricostruita nel dopoguerra con il Piano Sinigaglia e che, com’è noto, incominciò a rifornire dalla fine del ’53 la Casa torinese con un accordo commerciale che, se assicurava all’impianto genovese commesse poliennali, garantiva perciostesso prezzi convenienti all’acquirente.

Per questo motivo fondamentale – se da un lato Arcelor persegue le sue finalità di primo produttore di acciaio al mondo – dall’altro lato l’Italia deve difendere il suo ruolo di secondo Paese manifatturiero d’Europa e di grande potenza industriale internazionale.

Allora in tale prospettiva è molto interessante, a nostro avviso, quanto ha dichiarato dal Ministro Patuanelli al termine dell’incontro al Mise, secondo il quale il suo dicastero presenterà lunedi un contropiano che preveda a Taranto una pmp a 8 milioni di tonnellate, sia per difendere l’occupazione nel Gruppo Ilva e a valle dello stesso, e sia soprattutto per assicurare al Paese i semilavorati di cui ha bisogno; e i livelli massimi di produzione verrebbero raggiunti nello stabilimento ionico, con una forte innovazione tecnologica.

Se questa fosse l’autentica risposta del Governo – e non una semplice ritorsione polemica e propagandistica alle slide della Morselli – è bene che l’Esecutivo dichiari la disponibilità ad entrare nell’azionariato di una newco insieme a gestori privati. E l’ipotesi di un ingresso di capitale pubblico non viene esclusa dallo stesso Presidente della Confindustria Boccia, pienamente consapevole del ruolo del Siderurgico tarantino che è stato classificato dalla fine del 2012 come “stabilimento di interesse strategico nazionale”.

Ecco dunque materializzarsi quello che abbiamo definito nei giorni scorsi il piano B. Lo Stato attraverso una sua società entrerebbe, possibilmente insieme ad una banca, nel capitale di una newco che operi in esclusive logiche di mercato e che potrebbe impegnare anche o una multinazionale che desideri entrare mediante propri impianti nel mercato europeo anche per aggirarne i dazi – si pensi ai Coreani di Posco, ai giapponesi di Nippon Steel, o ad altri grandi produttori asiatici – o acciaieri e utilizzatori italiani, da Arvedi a Marcegaglia, dalla Fincantieri alla Saipem.

Certo, la situazione economico-finanziaria di molte aziende siderurgiche italiane è delicata e non sarebbe facile per loro reperire risorse da impiegare in un’operazione che ne richiederebbe notevoli quantità: andrebbero valutate però le convenienze generali di prospettiva e, nel caso di innovazioni in direzione dell’impiego di forni elettrici, si potrebbe far scendere in campo anche l’Eni per la produzione di DRI (preridotto di ferro) – magari con un grande impianto a Taranto per realizzarlo – necessario agli stessi siderurgici da forno elettrico italiani che stanno incontrando crescenti difficoltà ad approvvigionarsi di rottame sui mercati internazionali.

Comunque una salda cordata italiana potrebbe essere una risposta all’appello lanciato nelle scorse settimane dal Presidente Conte che chiamava in causa l’intera business community nazionale per avviare a soluzione l’emergenza siderurgica a Taranto, Genova e Novi ligure – che avrebbe pesanti ricadute per l’intera economia nazionale – e potrebbe essere anche, crediamo, una dimostrazione di intelligente ‘sovranismo’ a chi auspicasse di vedere indebolito il nostro Paese come potenza manifatturiera di rango mondiale.