Il web killer application della musica. Nel senso che la uccide. E ne ammazza il business

L’11 dicembre è uscito, come si dice in gergo, “in tutti gli store digitali”, il nuovo brano di Alberto Caramella Foà. Il titolo è “Basta unire i puntini” e la canzone, una vera perla per intensità e poetica, è anche quella che darà il titolo all’album, pronto per l’inizio del 2021. E’ un preciso riferimento al famoso discorso di Steve Jobs agli universitari?

“Veramente -risponde Alberto- nello scrivere il testo del singolo e l’intero album, come un racconto circolare, mi sono rifatto maggiormente alla Settimana Enigmistica. Semmai è stato Steve Jobs a battermi sul tempo nel prendere spunto da quel giochino-rubrica. Le cose della vita, da quelle quotidiane agli eventi più incredibili e straordinarie, si svelano per quello che sono, destini compresi, solo vivendo. Ma questo, del resto, lo ha già cantato Battisti. Io, rispetto a loro, ho l’indubbio vantaggio di essere ancora in vita e di poterli copiare. Loro col cavolo che -sono certo non ne vedrebbero l’ora, scherza- possono copiare da me”.

A giorni uscirà anche un video del brano, realizzato con la tecnica innovativa e sorprendente dei disegni e dei movimenti di sabbia…

“Sì, d’accordo con la mia produttrice, che ha anche contribuito alla stesura del brano, insieme a quel fantastico musicista e bellissima persona che è il Maestro Massimo Germini, ho scelto di scommettere su questa nuova tecnica e sulla bravura di Nadia Ischia, capoprogetto del video nonché interprete unica e regista di se stessa e della propria arte”…

Un video pensato per il web e destinato ai social media?

“Assolutamente no. Sì, l’etichetta lo pubblicherà su youtube così come il brano è acquistabile in tutte le piattaforme digitali, ma l’album sarà un disco a forma di disco e soprattutto di cd, un album vero, veramente suonato e senza campionature, tangibile, per chi vuole tutto da ascoltare. E non dal telefonino”…

Come mai questa scelta Alberto? Non credi di precluderti da solo una fetta importante del target? Ormai i cd non li compra nessuno e nemmeno ci sono più i lettori in macchina, sono superati. In più, cioè in meno, i giovani nemmeno sanno cosa siano e sono i giovani a muovere il mercato della musica…

“Sarò superato, antico, vecchio e veteromane, anche un poquito retrogrado come gusti e mi piace pensare che la musica, specialmente quella classica e quella d’autore, possano conservare quella magica intimità ed empatia che fa da nutrimento dell’anima, in stanza da soli come in un gremito concerto. Detto questo attenti a non cadere nei luoghi comuni che già hanno portato al crollo del mercato stesso della discografia e all’impoverimento dell’arte e degli artisti senza dimenticare di tutti i lavoratori dell’indotto. E dell’omologazione, qualitativamente verso il basso, degli aspetti culturali e di formazione”…

Quali sarebbero questi luoghi comuni?

“Alcuni li hai citati tu, prima. Per esempio non sono i giovani il target destinato a comprare musica e questo senza alcuna responsabilità da parte loro. Sono cresciuti nell’inganno che la musica, una canzone, si possa avere gratis o, nella migliore delle ipotesi, acquistandola con un semplice clic per il download, solo che quel clic, l’euro del loro download, non rappresenta un business per artisti, produttori, autori, musicisti, discografici ed editori, ai quali, e solo nei casi dei veri big, tornano poche briciole”.

E il resto della torta?

“Quello va da sè, se lo pappano distributori web e soprattutto i grandi player intesi come canali, i vari Spotify, i Tunes, in certi casi anche Amazon, Youtube e via di seguito. Sono trappole, anche poco trasparenti sotto certi aspetti, come quelli di misurare la popolarità e gli apprezzamenti di un brano o di un artista mediante i like, le visualizzazioni, il numero degli streaming, perfino dei download stessi. Che oltretutto in certi casi sono dichiaratamente gonfiati e in certi altri è possibile siano artatamente sgonfiati”.

In che senso?

“Roba da giornalismo d’inchiesta o, per dirla in maniera meno ‘pesa’, per Le Iene e Striscia. In pratica sul web non c’è vero controllo per i controllori, per gli operatori. Mettiamo il caso tu venga rimbecillito dalla bellezza del pezzo e oggi stesso acquisti mille copie di “Basta unire i puntini” per regalarne 999 ai tuoi amici non virtuali o meglio, ovvero peggio, me li comprassi io per farmi salire in classifica oltre al diritto al ricovero con tanto di trattamento sanitario obbligatorio potremmo ottenere due cose diametralmente opposte nei rendiconti, cioè trovare il brano in cima ai più venduti e avere gonfiato il consenso oppure in caso di negozio o distributore ‘distratto’ non trovarne che poche copie, a dispetto delle ricevute da acquirente che avremmo. Per non parlare dei vari servizi di sponsorizzazione sui social, che in realtà, come core business hanno proprio il legittimo gonfiare il tutto, prima ancora che lo spammare il prodotto. A parte questo ci sono poi le varie differenze di trattamento per le major rispetto ai piccoli, tramite le famigerate playlist et cetera”…

Ma le stesse major vanno dichiarando di non volere più stampare dischi dal 2022?

“Qui casca l’asino. Che per una volta non sono io, ma appunto le major. Può darsi che loro vi vedano l’enorme duplice vantaggio di vendere non ai clienti ma ai player del web e di abbattere i costi di produzione. Ma primo a veder bene è un guardare piuttosto miope e secondo verrebbero, anzi fagogitate, via via dal più grosso e comandate fin da subito dal cosiddetto mercato, che, in questo caso, non corrisponde alle potenzialità del prodotto. Beethoven, ma anche Battisti, De André, Dalla e perfino quei pochi tra i vivi che avevano il potenziale di vendere davvero (e non per forza ai giovani, ma magari anche ai giovani meno schiavi del comodo e del gratis) e qualcuno che ha investito su di loro, hanno venduto e vendono il grosso in cd e vinili e solo una piccola parte via web, i vari fenomeni da streaming lo usano solo per poi fare le serate, covid permettendo, e guadagnare da quelle. Le major fecero mettere fuori legge Napster perché regalava la musica, quando tra l’altro per scaricare un brano dovevi impiegarci mezza giornata, sono arrivate anche ad acquistarlo per neutralizzarlo e ora provano a fare più o meno la stessa cosa. In ogni caso che facciano pure, tanto il mio disco esce nel 2021 e poi non è di una major ma di una piccola etichetta, la Engine, che i dischi li continua a stampare”. 

Altri luoghi comuni cui accennavi?

“Il mito dei suoni moderni, che in alcuni casi neppure suonano, o che le nuove produzioni siano avanti. 
A parte che una volta uscivano molte meno canzoni e l’inflazione e il fai da te vanno producendo dei mostri oltretutto di cartapesta per cui si prova con insistenza a far passare i travestimenti di Achille Lauro come originali quando Renato Zero, che aveva a sua volta preso da altri, si travestiva meglio e con maggiore audacia e scalpore qualche decennio prima oppure lo stesso Achille Lauro (non ce l’ho con lui, lo considero poco per avercela davvero con lui) per genio o, come si autodefinisce, per il nuovo Vasco Rossi (altro vivo che già è ‘durato’ una quarantina d’anni, mentre c’è chi non resiste 40 ore).
Si è di recente arrivati al caso di un semifinalista di Sanremo Giovani a rischio squalifica per avere comprato, pare legittimamente, i bit della base su Internet. La domanda non è se era da squalifica o meno, le domande sarebbero come fa ad arrivare in semifinale a Sanremo un ‘artista’ che compra la musica su Internet e la faccia suonare da un programma, senza contare come si faccia a definire musica quel genere di bit. E non ce l’ho con i bit, ce l’ho con quei bit, veramente scadenti. Non è innovazione. Non è originalità, non c’è personalità. L’ultimo (e io non ne vado pazzo ma quello è questione di gusti), ad averci messo qualcosa di suo a livello di proposte e stile compositivo o interpretativo, è stato Mahmood, per il resto da Sanremo escono vendendo qualche copia i Diodato e gli Ultimo (peraltro bravi) che, se non sono vecchi all’anagrafe sono abbastanza classici come forma e linguaggio. Già il rincorrere le mode non paga se porta ai cloni poi non bisogna pensare ai fruitori di musica, giovani inclusi, come a rincoglioniti incapaci di emozionarsi con delle belle canzoni (come stupirsi se i programmi di Piero Angela funzionano in prima serata o il teatro di Edoardo o la danza di Bolle) e infine il discorso qualitativo non può fermarsi a ‘quello canta bene’. Sono milioni quelli che hanno una bella voce o sanno cantare, ma i talenti e i grandi artisti sono pochi. E senza tempo ed età, come l’amore, la bellezza e il mal di denti”…

Tornando al tuo album, cosa avrà di così speciale da portare la gente a comprarlo?

“Semmai la prima domanda, a questo punto, dovrebbe essere come farà e dove, nel caso, a comprarlo. Ma siccome l’intervistatore sei tu e di domanda mi hai posto questa provo a risponderti in sintesi: solo alcune (me lo dico da solo) belle canzoni, solo questo ma secondo me non è poco. Un album da sentire, prima che da ascoltare. Il resto, il valore aggiunto, a parte la partecipazione di amici come Riccardo “Il Magro” Magrini, la bella e brava Manu Ley e Bobo Craxi, lo si scopre dopo averlo acquistato perché in fondo, appunto, Basta unire i puntini”…